Il dettaglio del corpo di una donna, con al centro dell’immagine uno slip che copre quella che il pittore Gustave Courbet immortalò come ‘l’origine del mondo’. E la mano sinistra della donna stessa, di cui ci viene negato il volto, che scende a cercarla, l’origine del mondo.

È il manifesto del film tratto dal libro-scandalo “Diario di una ninfomane”, opera autobiografica della sessuologa spagnola Valérie Tasso. Ancora il film non esce e già si è provveduto a correre ai ripari: il nuovo manifesto appone il titolo (che in italiano aggiunge il nome della scrittrice-protagonista) proprio ad altezza pelvica, in modo da coprire a mo’ di pecetta l’accenno di masturbazione. I prodromi per il film scandalo ci sono tutti, ma forse bisognerebbe aspettarselo: più se ne parla e meno ci si scandalizza, scoprendo che tutto sommato si è già visto tutto. E “Valérie” non sembra un’eccezione.
Ragazza colta, vivace, Valérie vive da sola con il conforto affettivo della nonna, alla quale è legata più che a una madre (che, come il padre, nel film non compare neanche in una riga di dialogo). Con la nonna Val si confida, esprime tutte le sue perplessità, in particolare un senso di disagio legato al suo rapporto con la sessualità, non espressa come lei vorrebbe. La ragazza ricorda la sua prima volta, tanto insoddisfacente da farle preferire la quantità alla qualità; ma si sente costretta da una mentalità che vede un uomo sessualmente libero come un macho mentre alla controparte femminile è affibbiato qualsiasi dispregiativo indicante il mestiere più antico del mondo. Provando prima l’amore canonico, similmatrimoniale, la libera prostituzione poi, a trent’anni Valérie ricorda l’ultimo insegnamento della nonna, venuta a mancare dopo dieci minuti di film: la vita va vissuta per come si è e quindi, nel suo caso, il sesso non può essere che liberazione e gioia se lo si vive secondo la propria natura.
Se basta una locandina per scatenare una polemica, il film a cosa può portare? In questo caso, a niente. Perché a dispetto dei presupposti, lo scandalo non ha senso di esistere. Ciò che si vede sullo schermo è quanto di più tradizionale si possa immaginare. È la storia di una ragazza che non trova il suo equilibrio fin quando non scopre che bisogna vivere nella libertà. Fosse stata la storia di un bambino obeso, sarebbe stato quasi lo stesso. Non si vuole appiattire una problematica così spinosa come può essere la percezione della sfera della sessualità. Ma a differenza, dei proclami, manca un’analisi decente, o meglio, manca del tutto l’analisi della ninfomania o del suo equivalente maschile, la satiriasi.

E non è un problema solo di contenuti, purtroppo. L’iter narrativo è da patinato (foto)romanzo di formazione, dove non si capisce dove sia la presunta diversità di cui la Valérie filmica si lamenta. E tra l’altro è un iter che, a occhio e croce, sembra decisamente selettivo: tutti gli uomini con cui va Valérie sono tutti uguali (anche fisicamente). Straricchi, disposti a tutto, attaccati al lavoro e alla coca, sono la negazione dell’amore e del sesso. In particolare è con Jaime che Valérie si illude di essere tanto felice da rinunciare a un sesso qualitativo (raro prima del rapporto fisso) e a ridurne la quantità (o piuttosto il numero di partner). Ma è solo un’illusione, dietro la cascata di euro si nasconde una specie di maniaco oppressivo e ipermaschilista. La felicità sta nel darsi sessualmente con la massima libertà possibile? Allora l’inquieta ragazza, anche disoccupata, si dà alla prostituzione di alto bordo (non in strada, per carità), dove però la canzone non cambia: ancora denaro e droga. Solo quando si concede a un ragazzo disabile riscopre il suo corpo e la sua libertà. La lunga sequela che porta al finale è costellata di musica ruffiana, jump-cut e montaggi alternati che vorrebbero essere maliziosi ma che risultano la sagra dello stereotipo: dettaglio delle scarpe di Valérie – dettaglio del portafoglio del cliente che si apre – dettaglio delle mutande di Valérie che scivolano sulle scarpe…
“Valérie, diario di una ninfomane” parte con il pretesto di ribaltare il pensiero machista attuale per giocarlo a favore delle donne, ma questo buon proposito non basta a fare un bel film. La banalità estetica – in una ridondanza di ambienti alto borghesi – rischia di obnubilare la prova comunque buona di Belén Fraba e il cammeo luminoso di una perfida Angela Molina nel ruolo della tenutaria del bordello. Comicità involontaria e il senso che il film più che un inno alla libertà sessuale sia la costruzione a tavolino di uno scandalo che solo il pubblico più bacchettone giudicherà come tale. Sarebbe stato un altro film se si fosse estrapolata la parte del bordello e l’avesse diretta l’Almodovar degli anni Ottanta e Novanta, quello che si è fermato a “Parla con lei”, per intenderci. Ma sarebbe stato un altro film appunto. Così com’è “Valérie” è una storia tradizionalissima mimetizzata da inconcludente pamphlet di novanta tre minuti sul sesso. Novantatre minuti. A questo punto, invece di parlarne…

La conferenza stampa che ha seguito la proiezione del film “Valérie, diario di una ninfomane” – alla quale hanno preso parte: l’autrice del libro da cui il film è tratto, Valérie Tasso, accompagnato l’interprete femminile, Belén Fabra – si è soffermata su pochi e ripetitivi argomenti principalmente la sessualità femminile e la censura.
La prima domanda che viene girata all’autrice del libro riguarda gli uomini e come questi siano dipinti in maniera quasi sempre stereotipata: infantili, possessivi e violenti. Secondo l’autrice l’associazione violenza-sesso è sbagliata in quanto implica un giudizio morale, cosa che esula dal suo intento; lei al contario vuole eliminare i clichè, le etichette; il sesso va quindi inteso come un valore non come un problema ed una buona educazione sessuale dovrebbe insegnare proprio questo.
Valèrie Tasso ritorna sul tema della censura ( italiana) enunciato, all’inizio della conferenza, dal moderatore affermando che non andrebbero toccate né le scene di sesso, né la parola ninfomane. Chi controlla il sesso controlla il potere, e la sessualità a chi appartiene, a noi o alle istituzioni che possono controllarlo? Quindi proprio a causa della censura, in Italia il desiderio è propietà dello stato. “Il vero problema non è la parola ninfomane, il problema che pone il film è che si dà un duro colpo al coitocentrismo”. L’intenzione dell’autrice è quella di ribaltare l’ordine sociale e sessuale, di spostare e focalizzare l’attenzione anche sulla sessualità femminile, passando dal concetto della donna desiderabile a quello della donna che desidera. Valérie si dichiara femminista francese e non radicale, concetto che ribadirà alla fine della conferenza, affermando che esistono diversi tipi di femminismo e alcuni possono essere anche controproducenti e pericolosi.
Finalmente arriva una domanda all’interprete principale del film: “ Le scene di nudo l’hanno imbarazzata, e come e quanto ha lavorato con Valérie”?

L’attrice si sofferma nello spiegare il rapporto con l’autrice e afferma che sia il regista del film, Christian Molina, e Valèrie Tasso erano concordi nel cercare di non imitare meccnicamente il personaggio del libro, che poi è la stessa Tasso, ma di cercare l’essenza del personaggio.
Anche Belén Fabra ritorna sul tema della censura e dichiara la sua delusione per la censura della locandina italiana del film: nella versione originale ritraeva il mezzo busto di una donna che infilava la mano nella mutandina, in quella censurata la mano viene coperta da una banda nera.
Parlare di nuovo della censura serve alla Tasso per lanciare un attacco a Berlusconi e al Papa, dichiarando che il presidente del Consiglio e il capo della Chiesa forse non posseggono una sessualità dati i valori che propugnano; segue una breve incomprensione tra i giornalisti e l’autrice su quanto ha appena affermato che costringe la Tasso a ribadire il concetto.
Altra domanda sulla censura, questa volta in rapporto alle immagini che circolano sul web,e di come queste al contrario non siano sottoposte a nessuna restrizione, alla quale la Tasso risponde che Internet è come una biblioteca senza bibliotecario.
La Tasso ribadisce sempre gli stessi concetti e arriva a definire clinicamente il temine ‘ninfomania’ per sottolineare quanto questo possegga un senso più dispregiativo rispetto al termini ‘satiriasi’, suo equivalente maschile.
A chi le chiede di cosa riguardi davvero il film e di come questo non risulti più un film sulla libertà sessuale quanto piuttosto una storia di disperazione e solitudine, Belén Fabra afferma che questa impressione di solitudine è data dal fatto che Valérie si senta diversa sessualmente dalle altre donne e quanto questo sentimento susciti in lei un forte disagio, tuttavia l’attrice riconosce nel suo personaggio la dote del coraggio, che la spinge a lanciarsi nelle situazioni, anche sbagliando. In questo bisogna imitare Valérie, nel coraggio e nel cercare l’essenza di sé stessi.

Non poteva mancare una domanda all’autrice circa la rivoluzione femminista e, di conseguenza, cosa lei stessa si propone di rivoluzionare con i temi trattati nel suo libro. La Tasso afferma che i suoi scopi non sono rivoluzionari, e che ogni esperienza sessuale e di vita è diversa per ciascuno di noi. Quindi non si propone di insegnare nulla, tutt’al più è per il proselitismo della libertà individuale.
L’ultimissima domanda viene posta all’attrice e sembra speculare alla domanda iniziale della conferenza: gli uomini. Ora però ci si sofferma sulla loro ricchezza e il loro essere balordi, caratteristiche possedute da tutti gli uomini, o quasi, all’interno della pellicola; ci si domanda allora se questo modello di uomo non sia volutamente ricercato dalla protagonista. Belèn risponde concentrandosi sul tema della violenza, affermando che la colpa è dell’uomo ma la responsabilità di scappare ed uscire da una situazione difficile spetta alla donna.
Si conclude così la conferenza stampa di un film, incentrata più sul libro da cui la pellicola è tratta, che sulla pellicola stessa. L’assenza del regista Christian Molina ha forse causato uno spostamento d’interesse, o forse la parlantina dell’autrice, che sembrava voler creare apposta polemica e scandalo, ha fatto sì che alcune domande non hanno lasciato il tempo che alcune domande venissero neanche formulate.

Titolo originale: Diario de una ninfomana, Spagna 2008 Regia: Christian Molina Soggetto: dall’omonimo romanzo di Valérie Tasso Sceneggiatura: Cuca Canals Direttore della fotografia: Javier G. Salmones Montaggio: Luis de la Madrid Musica: Roque Baños Scenografia: Nuria Muni Costumi: Marta Cuirana Produzione e produzione esecutiva: Julio Fernandez, Carlos Fernandez, Marivì de Villanueva per Canonigo Films e Filmax cast: Belén Fabra (Val), Leonardo Sbaraglia (Jaime), Llum Barrera (Sonia), Geraldine Chapline (nonna), Angela Molina (Antonia), Pedro Gutierrez (Hassan) José Chaves (Pedro), Judith Diakhate (Cindy) distribuzione: Mediafilm.

























