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	<title>MEGAMODO &#187; Lucky Red</title>
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	<description>Il Tuo Quotidiano Online</description>
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		<title>I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 09:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore) sono sposate e vivono in una accogliente casetta fuori città nella California del Sud insieme ai loro figli adolescenti, Joni e Laser (Mia Wasikowska e Josh Hutcherson). Nic e Jules – o, come vengono soprannominate al plurale da Joni, “Moms” – hanno fatto nascere, hanno cresciuto i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore) sono sposate e vivono in una accogliente casetta fuori città nella California del Sud insieme ai loro figli adolescenti, Joni e Laser (Mia Wasikowska e Josh Hutcherson). Nic e Jules – o, come vengono soprannominate al plurale da Joni, “Moms” – hanno fatto nascere, hanno cresciuto i loro figli e sono riuscite a creare una vera famiglia composta da loro quattro. Ma quando Joni si prepara ad andarsene per frequentare il college, il fratello quindicenne Laser la convince a fargli un grande favore. Vuole che Joni, ora diciottenne, lo aiuti a rintracciare il loro padre biologico; i due adolescenti sono stati concepiti infatti grazie all’inseminazione artificiale.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2011/03/550_irsb_03a_hires.jpg' alt='I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko' /><br />
Sebbene poco convinta, Joni mantiene fede alla promessa fatta al fratello e riesce a prendere contatti con il loro “bio-papà” Paul (Mark Ruffalo), uno spensierato ristoratore. I due ragazzi resteranno molto affascinati dallo stile di vita indipendente, da vero scapolo incallito, di Paul.<br />
<span id="more-93059"></span><br />
Anche Jules, che sta cercando di iniziare una nuova carriera come progettista di giardini, sentirà il desiderio di essere amica di Paul. Ma quando Paul farà il suo ingresso nella vita dell’atipico quartetto, inizierà per tutti loro un nuovo, inaspettato capitolo, in cui i legami di famiglia dovranno essere definiti, ridefiniti e ri-ri-definiti ancora.</p>
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		<title>Il Truffacuori</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 09:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[La vostra unica figlia è follemente innamorata di un ostinato imbecille? Vostra sorella si è appena fidanzata con un bruto? La vostra miglior amica esce con uno stronzo? C’è un uomo che può ancora salvare la situazione. Il suo nome: Alex Lippi. La sua professione: sabotatore di coppie. Il suo metodo: la seduzione! In qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vostra unica figlia è follemente innamorata di un ostinato imbecille? Vostra sorella si è appena fidanzata con un bruto? La vostra miglior amica esce con uno stronzo? C’è un uomo che può ancora salvare la situazione. Il suo nome: Alex Lippi. La sua professione: sabotatore di coppie. Il suo metodo: la seduzione! In qualche settimana, in cambio di onorari all’altezza della sua reputazione, Alex si impegna a trasformare qualsiasi marito, fidanzato e compagno in un ex. Nascondigli, intercettazioni, false identità, un sorriso irresistibile, va tutto bene purché serva ad onorare il suo contratto.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2011/02/550_2FF_Il truffacuoriHR.jpg' alt='Il Truffacuori' /><br />
Ma attenzione: Alex ha la sua etica professionale. Divide solo le coppie in cui la donna è infelice. E allora perché dovrebbe accettare il prossimo contratto?<br />
<span id="more-89642"></span><br />
Il suo obiettivo si chiama Juliette, una giovane ereditiera libera e indipendente. Tra dieci giorni sposerà un giovane affascinante che lei ama più di ogni cosa al mondo.<br />
<iframe title="YouTube video player" width="550" height="442" src="http://www.youtube.com/embed/_lquzVrgrxg?rel=0&amp;hd=1" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
Dieci giorni di tempo per una missione-seduzione “impossibile” e molto movimentata, durante la quale il nostro truffacuori professionista rischia di scoprire a proprie spese che in amore il piano perfetto non esiste.</p>
<p>Un film di PASCAL CHAUMEIL con ROMAIN DURIS e VANESSA PARADIS</p>
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		<title>Brotherhood, quando l&#8217;amore vince la violenza</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 10:07:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Lucky Red]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Bortherhood &#8211; Fratellanza&#8221; è il film che nel 2009 ha vinto il Marco Aurelio d&#8217;Oro come miglior Film al Festival Internazionale del Film di Roma e finalmente il 2 luglio approda nelle sale italiane con una distribuzione regolare targata Lucky Red. L&#8217;amore, il conflitto, la violenza: potrebbero essere queste le parole chiavi del film dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Bortherhood &#8211; Fratellanza&#8221; è il film che nel 2009 ha vinto il Marco Aurelio d&#8217;Oro come miglior Film al Festival Internazionale del Film di Roma e finalmente il 2 luglio approda nelle sale italiane con una distribuzione regolare targata Lucky Red. L&#8217;amore, il conflitto, la violenza: potrebbero essere queste le parole chiavi del film dalle origini e dalla tematica molto particolare: a dirigerlo è Nicolo Donato, nome italiano ma nazionalità danese. Il plot inoltre è semplice ma da riassumere ma corggioso nel descrivere una situazione conflittuale decisamente spinosa: Lars (Thure Lindhart) decide di abbandonare l&#8217;esercito deluso da un mancato avanzamento di carriera. Si inserisce così in un movimento neonazista dove conosce Jimmy (David Dencik), verso il quale prova subito una forte attrazione, ricambiata.<br />
<object width="560" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6lNEKH06Fgk&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6lNEKH06Fgk&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="560" height="340"></embed></object><br />
Come far sopravvivere una relazione omosessuale all&#8217;interno di un gruppo di destra? Il loro amore verrà osteggiato, ma sarà impossibile per Lars e Jimmy rompere il loro legame&#8230;<br />
<span id="more-72299"></span><br />
&#8220;<em>Una storia d’amore, che tratta innanzi tutto e soprattutto di un amore proibito</em>&#8220;: così definisce il suo film Donato, classe 1974, danese di nascita con origini italiane. Fotografo e autore di corti e videoclip, con &#8220;Brotherhood&#8221; Donato esordisce nel lungometraggio, scegliendo probabilmente una storia decisamente difficile. Perché pur parlando d&#8217;amore è evidente che un grosso peso lo hanno anche i connotati razziali della vicenda. &#8220;<em>Non essere d’accordo con gli altri va bene, ma non va bene giudicare gli altri sulla base del colore della loro pelle, della loro religione o del loro orientamento sessuale</em>&#8220;, prosegue il regista.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/06/550_brotherhood_13_hires.jpg' alt='Brotherhood' /><br />
Naturalmente nel contesto in cui si muove questo amore omosessuale è naturale che esploda un conflitto violento: ecco dunque la seconda grande tematica del film. Ancora Donato: &#8220;<em>So che può suonare strano, ma credo che dovremmo sforzarci di rispettarci di più reciprocamente. Se non sei d’accordo con qualcuno, o se ne va lui o te ne vai tu! La violenza è inaccettabile e fuori questione. E’ segno di scarsa intelligenza. Ma in un certo senso provo pena per gli estremisti di destra. Le persone che cedono alla violenza lo fanno per alienazione.</em>&#8221;<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/06/550_brotherhood_14_hires.jpg' alt='Brotherhood' /><br />
Alla base di questo discorso particolare si può passare al discorso generale, identificando due nodi principali: l&#8217;identità e l&#8217;amore per il prossimo. L&#8217;omosessualità è solo un aspetto della presunta diversità, così come una relazione amorosa e sessuale non implica che l&#8217;amicizia o la fratellanza siano una forma di amore di &#8220;serie B&#8221;. &#8220;<em>E’ difficile amare tutti, eppure sono convinto che dovremmo provarci</em>&#8220;: è questa la convinzione del regista, anche autore della scenggiatura assieme a Rasmus Birch.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/06/550_Locandina_Brotherhood.jpg' alt='Locandina Brotherhood' /><br />
Per questo suo esordio, Donato ha avuto la possibilità di lavorare con un cast di tutto rispetto. Thure Lindhart figurava anche nel cast di &#8220;Angeli e Demoni&#8221; di Ron Howard con Tom Hanks e Pierfrancesco Favino, David Dencik è un famoso attore di televisione e cinema danese e c&#8217;è anche Nicholas Bro, protagonista di quel particolar &#8220;Offscreen&#8221; (2006) che ha destato attenzioni anche in panorama internazionale, tra cui Venezia. A produrre c&#8217;è il veterano Per Holst, che vanta un Leone d&#8217;Argento per &#8220;Sirup&#8221; nel 1990; con lui hanno lavorato registi del calibro di Lars von Trier e Bille August. Al di là degli aspetti tecnici, si spera che il film riesca a muovere coscienze più che a scaturire dibattiti e scandali nei fin troppo affollati salotti televisivi.</p>
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		<title>Oltre le regole, in sala dal 16 aprile</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 15:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Oltre le regole&#8221; (in originale &#8220;The Messenger&#8221;) è una storia senza tempo che con umorismo ed emozione affronta temi universali come la redenzione, la speranza e la resistenza dello spirito umano. Diretto dall&#8217;esordiente Oren Moverman, il film segue due ufficiali (Ben Foster e Woody Harrelson) impegnati nell’inevitabile compito di notificare le vittime di guerra alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Oltre le regole&#8221; (in originale &#8220;The Messenger&#8221;) è una storia senza tempo che con umorismo ed emozione affronta temi universali come la redenzione, la speranza e la resistenza dello spirito umano. Diretto dall&#8217;esordiente Oren Moverman, il film segue due ufficiali (Ben Foster e Woody Harrelson) impegnati nell’inevitabile compito di notificare le vittime di guerra alle loro famiglie. Tra i due uomini si forma uno strano legame, messo in discussione solo quando uno dei due è attratto da una giovane vedova (Samantha Morton), dando così vita ad un dubbio etico che si risolverà in maniera toccante e sorprendente. Il film è una storia profondamente commuvente sui modi complessi ed inattesi con i quali le persone riescono a darsi forza reciprocamente, offrendo una visione unica ed ispirata che calibra con destrezza un contenuto fortemente emozionante con umorismo, compassione ed empatia.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_benfoster_hires.jpg' alt='Ben Foster' /><br />
Dsitribuito da Lucky Red, il film di Moverman sarà in sala dal 16 aprile. Dopo il successo agli Oscar di &#8220;The Hurt Locker&#8221;, il war movie, o ampliando il cinema a tema bellico, sta attirando sempre più attenzione anche presso il grande pubblico. Alte dunque le aspettative anche per questo &#8220;The Messenger&#8221;. E&#8217; giusto affidare al regista stesso il racconto della genesi e di alcuni aspetti tematici di &#8220;Oltre le regole&#8221;.<br />
<span id="more-61532"></span><br />
D: Com’è nata l’idea per questo film?<br />
R: Alessandro Camon è il responsabile dell’idea, alcuni anni fa. È un produttore, sceneggiatore ed amico, in una parola il partner professionale ideale. Suggerì di scrivere una sceneggiatura sugli ufficiali dell’esercito incaricati di notificare le vittime di guerra (Casualty Notification Officers) perché nessuno aveva ancora osservato la guerra da quel punto di vista, focalizzando l’attenzione su chi porta le conseguenze della guerra dentro alle famiglie, cioè nelle case che pagano un prezzo diretto, intimo ed eterno rispetto alla decisione di fare le guerre. È un compito impossibile, orribile ma necessario quanto reale e bisogna prenderne atto. L’idea mi intrigava anche come modo personale benché indiretto di gestire i miei demoni del servizio militare. Una volta sviluppato una bozza di progetto, Alessandro ed io l’abbiamo mostrato in giro. Lawrence Inglee ci ha risposto subito e l’ha portato a Mark Gordon. Lawrence ha poi proposto il film alla Reason Pictures ed immediatamente abbiamo trovato una solida squadra con cui iniziare a lavorare al progetto, partendo dalla stesura della sceneggiatura.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_samanthamorton_hires.jpg' alt='Samantha Morton' /><br />
D: Come è partito il film e come siete riusciti ad ultimarlo?<br />
R: Alessandro ed io abbiamo scritto la sceneggiatura e l’abbiamo mostrata a Sydney Pollack che ne è rimasto interessato. Ci ha mandato alcuni appunti dei quali abbiamo tenuto conto scrivendo un paio di nuove versioni per lui: per noi era come un sogno diventato realtà perché Pollack era come una specie di vero maestro. Il problema è che Sydney si è rivelato più interessato ad una storia d’amore “tabù” che non al resto della vicenda e per noi, invece, tutto doveva ruotare attorno alla relazione tra due ufficiali. Allora Sydney, da vero gentiluomo che è, si è chiamato fuori dal progetto con molta onestà per evitare di tenerci intrappolati nello sviluppo di un film diverso da quello che avevamo in testa.<br />
A questo punto è arrivato Roger Michel ed è stato fantastico. Abbiamo scritto un paio di versioni per lui con grandi risultati perché Roger aveva capito perfettamente la relazione tra Will e Tony e ci invitava a svilupparla sempre più in profondità. Arrivati a buon punto, ci siamo ricordati che contemporaneamente dovevamo ultimare un altro film prima di The Messenger, ma i produttori premevano perché portassimo avanti anche quest’ultimo. È stato in questa fase che è entrato in scena Ben Affleck come possibile regista di &#8220;The Messenger&#8221;. Per lui, che aveva appena finito di girare &#8220;Gone Baby Gone&#8221;, abbiamo apportato alcune modifiche. Per una ragione o per l’altra, però, ad un certo punto ha dovuto abbandonare &#8220;The Messenger&#8221; ed io ero l’unico uomo rimasto a bordo con naturali ambizioni di regia. Per questo Mark Gordon mi dice “Lo farai tu!”. La reazione del team – incluso me stesso – sull’idea che fossi io il regista del film non è stata immediata. Ma una volta accettato l’incarico, eravamo già in pista per partire, fare il cast e cercare nuovi finanziamenti. Quel periodo è stato molto confuso. Tutto quello che ricordo si riduce a Lawrence che faceva di tutto per raccogliere gli ultimi finanziamenti forte del nome di Mark Gordon e prima che mi rendessi conto di quello che stava succedendo, eravamo pronti per girare.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_foto03_hires.jpg' alt='una scena del film' /><br />
D: Che ci dice degli attori che avete scelto per questi ruoli così impegnativi dal punto di vista emotivo?<br />
R: Ben Foster mi ha conquistato in Quel treno per Yuma. È incredibilmente carismatico e profondo e molto “caldo”, anche quando interpreta il nemico. Ma soprattutto è l’unico tra i pochi attori della sua generazione che non cerca di rimanere un ragazzo nel corpo di un uomo. Per me lui è un vero uomo, interessato ad esplorare gli angoli oscuri dell’essere umano; c’è maturità e passione nella sua recitazione, entrambi stratificati, che lo rendono un attore<br />
infinitamente empatico ma anche reattivo alle sfide. Si riesce a vedere come la grinta diventi tutto in lui che è esattamente quanto è richiesto al personaggio di Will. Abbiamo offerto il ruolo del Colonnello Stuart Dorsett, che era maggiore nella sceneggiatura, a Woody Harrelson il quale ha gradito il copione. L’abbiamo incontrato ma a quel punto lui mi ha comunicato che avevo fatto un errore. E cioè che lui doveva interpretare il secondo protagonista, Tony. E dicendomelo, mi ha fissato con quel genere di sguardo che sottintende, “lo sai che sono quello giusto”. Infatti lo era ed è stato immediato. Woody è conosciuto per le sue capacità da commediante ma anche per alcuni ruoli intensi in film come &#8220;Assassini Nati (Natural Born Killers)&#8221;. Ma qui aveva una parte che richiedeva di essere all’inizio un militare di professione con le sue psicosi e rigidità e alla fine un uomo emotivo che ha bisogno di trovare un amico nel collega Will. Woody ha capito istintivamente come affrontare il percorso di questo personaggio e io ho dovuto solo seguirlo. Samantha Morton la conoscevo dai giorni di &#8220;Jesus’ Son&#8221;. È un’attrice con cui ho sempre voluto lavorare e quando ha risposto positivamente alla sceneggiatura è stato come una riunione in famiglia. Non c’è nessuno come lei, attrice incredibilmente talentuosa e che non può sbagliare. Samantha è un’attrice alla potenza e non ha timori. Lei e Ben dovevano recitare insieme in alcune scene, e siamo stati fortunati ad averli avuti disponibili contemporaneamente. La loro chimica nei ruoli di Will e Olivia era pronta per essere inquadrata. Samantha, inoltre, conosceva personalmente il mondo militare e questo ha giocato a vantaggio del ruolo.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_foto04_hires.jpg' alt='una scena del film' /><br />
D: Quali sono le principali cose perse da Will a causa della sua partecipazione alla guerra?<br />
R: Oltre a danni fisici, le ferite, anche la perdita di amici in combattimento. Ma io penso che abbia perso anche il senso di una progettualità di vita. Era un soldato motivato e il rientro prematuro a casa lo porta a partire praticamente da zero, con un futuro da costruirsi mentre osserva all’indietro il suo servizio militare chiuso velocemente e il tanto tempo libero che non sa come utilizzare. Will non è il tipo di persona che diventa cinico o amaro a causa della guerra, lui cerca una ragione per vivere dopo essere sopravvissuto alla guerra.</p>
<p>D: Che cosa rappresenta il compito di notifica delle vittime di guerra per Will? È il suo nascondiglio o la ricostruzione della sua vita, oppure un limbo a metà strada?<br />
R: Will è in una sorta di sala d’attesa. È sospeso tra una vita normale e l’inferno da cui è sopravvissuto. La notifica delle vittime è per lui un costante richiamo al fatto che deve scegliere tra continuare a vivere o farla finita e, ironicamente, lo rende più forte portandolo alla fine a scegliere la vita. Il suo ufficiale capo, Tony, e la vedova a cui comunica la notifica, Olivia, sono le persone che lo aiutano ad uscire da quella sala d’attesa.</p>
<p>D: Come evolve il personaggio di Will dall’inizio alla fine del film?<br />
R: Non sono sicuro che Will cambi. Quello che evolve è la capacità di comprendere il suo potere di toccare la vita delle persone che lo circondano e così dà un senso alla sua vita: di continuare a crederci, di far entrare anche l’amore. Anche se rimane un militare, decide di andare avanti, prende una decisione che mostra la volontà di vivere, il che non è sempre scontato per un ragazzo nella sua situazione.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_foto11_hires.jpg' alt='Woody Harrelson' /><br />
D: Quali intuizioni del film ha acquisito dalla sua esperienza personale nel mondo militare?<br />
R: Tutto e niente. La mia esperienza è molto diversa da quanto si mostra nel film ma penso che tutti i militari in combattimento condividano alcune emozioni di base. Tony Swofford l’ha definito bene in &#8220;Jarhead&#8221;: “Abbiamo tutti paura del tempo, vogliamo uccidere, siamo eccitati e pensiamo a chi si stia portando a letto la nostra ragazza che sta a casa, mentre noi stiamo in guerra”. Non credo che questo si possa chiamare “intuizione” ma è certamente ciò con cui mi sono confrontato lavorando sul film. Penso di sapere cosa Will provasse perché volevo che si sentisse come me da soldato, ma allo stesso tempo volevo che Will avesse una vita autonoma dalla mia esperienza. Allesandro ed io ci siamo assicurati bene che questo accadesse mentre scrivevamo la sceneggiatura, e Ben Foster ha fatto un immenso lavoro di ricerca accanto ad una preparazione senza precedenti per entrare nei panni di Will adattando ovviamente al personaggio le sue caratteristiche.</p>
<p>D: Che cosa voleva che il film dicesse a proposito delle vittime di guerra?<br />
R: Il tema del film non è propriamente quello delle vittime di guerra. Tratta di persone che restano vive e che devono affrontare la vita dopo la morte dei loro cari. &#8220;The Messenger&#8221; dirà una cosa o due sulla guerra, ma penso che al centro di tutto stiano il dolore e il desiderio di vivere, ovvero come far entrare la vita nell’oscurità degli esseri umani, persino di farne ironia. Mostra persone che sono chiamate ad affrontare la morte ma non dal punto di vista politico o strategico, bensì personale. Ritengo che ci siano vittime diverse di guerra e che molte di loro siano proprio i sopravvissuti, tra veterani e famiglie di militari.</p>
<p>D: È stato molto diverso dirigere e co-sceneggiare un film rispetto alle precedenti esperienze che erano solo legate alla sceneggiatura?<br />
R: È stato diverso ma anche simile. Per me scrivere significa far vivere il film sulla carta, dirigerlo è farlo vivere nel film stesso. Ci sono le stesse preoccupazioni e problemi, solamente un insieme diverso di limiti e più persone attorno che controllano gli orologi.</p>
<p>D: Come si sente per il fatto di aver diretto il suo primo film?<br />
R: Molto, molto fortunato e benedetto.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/04/550_OltreLeRegole_loc.jpg' alt='La locandina del film' /></p>
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		<title>Colpo di fulmine, le tre vite di un effervescente Jim Carrey</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 10:03:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Focus]]></category>
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		<description><![CDATA[C’era una volta Steven Russel (un effervescente Jim Carrey). Un gioviale poliziotto, un marito attento, un padre educato e un cattolico esemplare. In seguito, purtroppo o per fortuna, la finzione ha lasciato spazio alla vita vera. Così nel film e così nella realtà. Da un giorno all’altro, a seguito di un incidente stradale, Steven ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta Steven Russel (un effervescente Jim Carrey). Un gioviale poliziotto, un marito attento, un padre educato e un cattolico esemplare. In seguito, purtroppo o per fortuna, la finzione ha lasciato spazio alla vita vera. Così nel film e così nella realtà. Da un giorno all’altro, a seguito di un incidente stradale, Steven ha deciso di cambiare totalmente la sua vita. Quando poi il nostro protagonista decide che non c’è più tempo da perdere e che la vita va assaporata pienamente non sorprende neanche tanto la sua decisione di lasciar respirare a pieni polmoni la propria sessualità repressa, in questo caso una gioiosa omosessualità latente, e il trasformarsi da poliziotto cattolico a truffatore ateo. Tutto in una disperata ricerca dell’amore che Steven trova in carcere, nei profondi occhi azzurri di Philip Morris (Ewan McGregor).<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/03/550_iloveyoupm_04_hires.jpg' alt='una scena del film' /><br />
L’esistenza di Steven Russel è divisa, non in parti uguali, tra libertà e detenzione, tra amore e finzione, tra bugia e verità. La commistione delle parti è così intensa che spesso il distacco tra gli estremi si assottiglia e scompare, lasciando spazio nel pubblico a una risata attenta, ben presente e perfino audace.<br />
<span id="more-59893"></span><br />
Basta poco per restare rapiti dalla sprezzante incandescenza espressiva di Jim Carrey che ricrea sullo schermo un personaggio estremamente affascinante, pregno di ramificazioni interne e di spunti di riflessione esterni. Un film non banale dunque, ma vivo, colorato, mai noioso e spesso coraggioso. In merito a ciò va evidenziato il modo di raccontare una storia d’amore omosessuale in modo finalmente “normale”. Philip e Steven sono due persone che si amano e sono gay e non, come accade frequentemente, che sono gay e si amano.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/03/550_cdf_11_hires.jpg' alt='una scena del film' /><br />
Altro tema del film è il sicuramente contrastato rapporto tra Steven e la legge. Il nostro protagonista da alleato puritano diventa in un attimo uno spudorato e canzonatorio nemico delle regole che trascina anche noi, senz’altro sottilmente compiaciuti, in un irrefrenabile e rischioso tira e molla con la libertà. Ne deriva la messa in risalto di una questione che sembra essere del resto il vero tema del film, ovvero: esiste e fino a che punto è importante il limite che diamo alle nostre azioni? Altrettanto importante, questo limite coincide con quello che ci impone la nostra società? Sono queste domande, incrociate con la storia d’amore omosessuale di Steven e Philip, le forze motrici più forti del film.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/03/550_cdf_04_hires.jpg' alt='una scena del film' /><br />
Svariati sono poi i sottotemi proposti dalla pellicola. Ad esempio è interessante riflettere sul concetto e sulle modalità di rieducazione del prigioniero. A conti fatti il carcere sembra essere un momento più punitivo che riflessivo che stimolapiù ansia e aggressività che pentimento, conducendo in questo modo  spesso alla recidività.<br />
Spunto interessante è anche il rapporto con la religione e, in particolare, con il cattolicesimo. Sarà un caso che tutti i personaggi cattolici del film sembrano fortemente bigotti?<br />
Ci sarebbe da parlare anche dell’adozione, dei meccanismi societari, della giustezza della pena, dei processi e del come vengono condotti. E’ questa ricchezza di temi la forza e la debolezza del film che infierisce numerosi fendenti e montanti ma non riesce a affondare una stoccata.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/03/550_locandina_colpo_hi.jpg' alt='la locandina del film' /><br />
Dal punto di vista tecnico pregevoli e sempre piacevoli le doti artistiche di Jim Carrey e Ewan McGregor, una coppia affascinante che però, va detto, cade spesso, anche se solo per una volontaria ricerca della battuta facile, nel cliché. La regia e la fotografia, semplici e essenziali, incorniciano bene ma non trascendono alla tela, avvalorando la scelta, seppur opinabile, di non arricchire ulteriormente l’intricato schema narrativo.<br />
In conclusione un film coraggioso, divertente e riflessivo, spudorato e malinconico, specchio talvolta comicamente grottesco e talvolta malinconicamente distorcente di una realtà imperfetta sospesa tra verità e bugia. E sapere che il film tratta una storia vera dà un colore diverso alle nostre risate che, inevitabilmente,  nascono spensierate dalla pancia e muoiono consapevoli sulle labbra.</p>
<p>PAESE: Francia, USA 2009 REGIA: Glenn Ficarra, John Requa SCENEGGIATURA: Glenn Ficarra, John Requa (dall’omonimo libro di Steve McVicker) CAST: Jim Carrey, Ewan McGregor, Leslie Mann, Rodrigo Santoro, Dameon Clarke MONTAGGIO: Thomas J. Nordberg PRODUZIONE: Europa Corp, Mad Chance DISTRIBUZIONE: Lucky Red GENERE: Commedia, Noir DURATA: 90 Min FORMATO: Colore </p>
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		<title>Il Divo, per i critici USA tra i migliori film del decennio</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 18:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8216;Il Divo&#8217; è tra i migliori film del decennio. E’ quanto segnalato dalla Los Angeles Film Critics Association (LAFCA), che ha inserito il film di Paolo Sorrentino nella lista dei 189 migliori titoli degli ultimi dieci anni (www.lafca.net). Uno dei due soli film italiani inseriti nella lista (l’altro è La Meglio Gioventù di Marco Tullio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8216;Il Divo&#8217; è tra i migliori film del decennio. E’ quanto segnalato dalla Los Angeles Film Critics Association (LAFCA), che ha inserito il film di Paolo Sorrentino nella lista dei 189 migliori titoli degli ultimi dieci anni (www.lafca.net). Uno dei due soli film italiani inseriti nella lista (l’altro è La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana).Uscito negli Stati Uniti lo scorso maggio, &#8216;Il divo&#8217; aveva entusiasmato la critica americana fin da subito.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/wp-content/uploads/2010/01/550_servilloaliasandreotti6hires.jpg' alt='Toni Servillo' /><br />
Paragonato ai migliori Scorsese e Coppola dal New York Times, Paolo Sorrentino è stato definito “uno dei registi stilisticamente più eccitanti degli ultimi anni” dal New York Magazine.<br />
<span id="more-51913"></span><br />
Il film è stato di recente inserito nella top ten dei migliori film stranieri dal critico del LA Times (Kenneth Turan) e ha vinto il premio della San Diego Film Critics Society come Miglior Film straniero.</p>
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		<title>Hachiko, un cane più umano dell&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 12:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>
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		<description><![CDATA[Capita sempre più spesso di vedere film in cui i cani vengono resi esseri parlanti. L’uso del digitale viene spesso utilizzato in questo senso, producendo movimenti, parole e pensieri estremamente umanizzanti, nel bene e nel male. Punto è che la razza canina, non credo di essere l’unico a pensarlo, non ha alcun bisogno della parola. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Capita sempre più spesso di vedere film in cui i cani vengono resi esseri parlanti. L’uso del digitale viene spesso utilizzato in questo senso, producendo movimenti, parole e pensieri estremamente umanizzanti, nel bene e nel male. Punto è che la razza canina, non credo di essere l’unico a pensarlo, non ha alcun bisogno della parola. Nel mondo animale ogni gesto, sguardo, comportamento è comunicazione. “Hachiko” ha il pregio, non indifferente, di voler investigare dall’interno  la vera comunicazione tra cani e uomini attuando quasi una sorta di confronto tra le due specie. Ciò che risulta, si fa presto a dirlo, è che sembra essere la specie umana ad avere tanto da imparare dai cani, e non viceversa.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/12/550_600Hachikolocandina.jpg' alt='la locandina del film' /><br />
Prima di effettuare altre considerazioni analizziamo la trama del film. Un bambino si trova a dover raccontare alla sua classe qual è il suo eroe per un compito. Con stupore di tutti il ragazzino racconta che il suo idolo è un cane, di razza akita, Hachi, che era appartenuto a suo nonno, il professor Parker (interpretato da Richard Gere).<br />
<span id="more-49548"></span><br />
Quest’ultimo un giorno, per puro caso, mentre si trovava alla stazione, era stato avvicinato dal cagnolino che, passo dopo passo, era diventato suo inseparabile amico. Hachi aveva iniziato ad accompagnare ogni giorno il professore alla stazione e a farsi trovare lì al suo ritorno, proprio quando il treno su cui era passeggero stava rientrando. Un giorno, però, il professore non torna più dal suo viaggio, colpito da un infarto durante una lezione. Hachi, nonostante non veda mai il suo padrone tornare, decide di tornare ogni giorno ad aspettarlo per ben dieci anni.<br />
Bisogna precisare che la pellicola si basa su una storia vera di ambientazione giapponese. Hachiko è davvero esistito e, dopo essere stato adottato nel 1924 dal professor Uyeno ed averlo accompagnato alla stazione per due anni ha continuato ad aspettarlo per altri nove dopo la scomparsa del suo padrone. Il cucciolo col tempo ha suscitato grande commozione e ammirazione del Giappone intero. Basti considerare che già nel 1934, un anno prima della sua dipartita, Hachi ha potuto presenziare all’inaugurazione di una statua a lui dedicata nella stazione di Shibuya. La sua storia, ancora oggi, viene raccontata di generazione in generazione per decantare i valori della fedeltà e della famiglia che l’esemplare di akita ha esaltato. Al grande risalto della vicenda era seguito già un altro film, “Hachiko Monogatari”, grande successo nel panorama giapponese. Questa volta, però, l’ambientazione è totalmente diversa, sia il contesto che gli attori sono Americani. Di giapponese resta solo la razza del cane e un attore, Cary-Hiroyuki Tagawa (che impersona Ken), messi quasi a fare da tramite con la vicenda reale.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/12/550_Hachiko1.jpg' alt='una scena del film' /><br />
La pellicola, nel suo genere, il family drama, è sicuramente valida e ben realizzata. Qualcuno sicuramente contesterà l’uso delle soggettive di Hachi e la macchina da presa posta a seguire la concezione del mondo canina attraverso uno sguardo caratterizzato anche dal bianco e nero (per essere maggiormente fedele alla reale concezione del cucciolo). Eppure, a mio parere, l’uso di questa tecnica rispecchia bene la mentalità del film. Non è un caso che le uniche soggettive siano quelle di Hachi. Tutto il film è una sorta di visione dai suoi occhi e sui suoi occhi. Il cucciolo di Akita riesce a commuovere il pubblico nella sua moralità e fedeltà pressoché sovraumana. Il vero eroe è lui, Hachi è, infatti, l’unico personaggio del film che non esita mai a dare, a dimostrare continuamente affetto per le persone che ama. Per gli umani che lo circondano, anche per il professor Parker, nonostante l’affetto e le sequenze particolarmente commoventi, Hachi resta sempre un cane, “solo” un cane. Hachi, invece, non esita a vedere in quell’uomo che gli ha dato casa (e che pure lo lascia fuori al freddo qualche volta), un amico, l’unico vero amico e padrone che l’akita riconoscerà. Buona la regia dunque, che riesce a alternare un ritmo costruito sull’invisibilità della macchina da presa e su sprazzi di originalità ben legati allo spirito diegetico. Discrete le interpretazioni degli attori (Richard Gere su tutti), sicuramente messi un po’ in ombra dall’akita ma, in questo caso, era giusto che fosse così. Un uso un po’ eccessivo della colonna sonora dà, in alcuni casi, un tono troppo melodrammatico, giusto, a mio parere, solo in alcuni spezzoni. In generale non possiamo certo parlare di un capolavoro ma, sicuramente, di un film ben fatto, con un buon ritmo, un’ottima storia e un regista appassionato e coraggioso.<br />
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Concludo dicendo che, purtroppo, ancora una volta la traduzione dal titolo originale, “Hachiko – A Dog’s Story”, è pessima. Nel titolo americano è chiara la riflessione sul senso dell’essere cane di Hachi, è evidente che la storia è quella dell’akita e il punto di vista deve, necessariamente, essere il suo e solo il suo. L’aspetto commerciale purtroppo, anche nella traduzione, ha avuto il sopravvento. Spero non si crei l’effetto opposto nel pubblico, dando l’immagine del solito film sull’amicizia tra uomo e cane vista dal punto di vista dell’uomo, qualcosa di interessante ma anche trito e ritrito. A dominare è la concezione canina del mondo. Dunque, in questo caso, si tratta di qualcosa di ben diverso dalla visione umana … per fortuna.</p>
<p>Paese: USA Regia: Lasse Hallström Sceneggiatura: Stephen P. Lindsey Fotografia: Ron Fortunato Montaggio: Kristina Boden Produttori: Vicky Shigekuni Wong, Bill Johnson, Richard Gere Distribuzione: Lucky Red Cast: Richard Gere, Joan Allen, Jason Alexander, Cary-Hiroyuki Tagawa, Erick Avari Genere: Drammatico Durata: 93 Min Formato: Colore. In sala dal 30 dicembre.</p>
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		<title>Hachiko, la storia di un cane al cinema dal 30 dicembre</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 16:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giustino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8216;Hachiko, a dog’s story&#8217;, commovente riadattamento americano di un famoso racconto giapponese, è la storia di Hachi, un cane di razza Akita, e dell’amicizia speciale con il suo padrone. Ogni giorno Hachi accompagna il professor Parker (Richard Gere) alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il benvenuto. L’emozionante e complessa natura di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8216;Hachiko, a dog’s story&#8217;, commovente riadattamento americano di un famoso racconto giapponese, è la storia di Hachi, un cane di razza Akita, e dell’amicizia speciale con il suo padrone. Ogni giorno Hachi accompagna il professor Parker (Richard Gere) alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il benvenuto. L’emozionante e complessa natura di quello che si svela quando la loro routine viene interrotta, è ciò che rende la storia di Hachi una favola per tutte le età. L’assoluta dedizione di un cane nei confronti del suo padrone ci mostra lo straordinario potere dei sentimenti e come anche il più semplice fra i gesti possa diventare la più grande manifestazione di affetto mai ricevuta.<br />
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Fin dai primi anni ’30, la storia di Hachiko è entrata a far parte del folklore giapponese. Hachiko era il cane di un professore di agraria dell&#8217;università di Tokyo, Hidesamurō Uyeno.<br />
<span id="more-48642"></span><br />
Durante la vita del suo padrone, Hachikō lo salutava sulla porta di casa e gli andava incontro alla fine della giornata aspettandolo alla vicina Stazione Shibuya. Questa routine quotidiana andò avanti fino ad una sera del maggio 1925, quando Uyeno non fece ritorno con il solito treno. Quel giorno il professore aveva avuto un ictus. Morì e non tornò mai alla stazione dove il suo amico lo stava aspettando. Dopo la morte di Uyeno, Hachiko cambiò padrone, ma ogni sera scappava via per aspettare l&#8217;impossibile ritorno del suo vecchio padrone. Così per oltre 10 anni. Quando morì, l&#8217;8 marzo 1935, Hachiko aveva già potuto assistere all&#8217;inaugurazione di una statua in suo onore. Il cane paziente entrò nella storia, assurgendo a simbolo di fedeltà alla famiglia. Oggi una delle fermate della stazione è dedicata a lui.</p>
<p>Nei sette decenni trascorsi da quando Hachiko è diventato un eroe giapponese, la sua storia è stata raccontata in un film giapponese, Hachikō Monogatari (1987), e in due libri per bambini: Hachikō: The True Story of a Loyal Dog, scritto da Pamela S. Turner e Hachiko Waits scritto da Lesléa Newman, entrambi pubblicati nel 2004. Questa storia senza tempo, che parla di dedizione e di amicizia, viene ora presentata agli spettatori di tutto il mondo in un film diretto dal candidato al premio Oscar Lasse Hallström.</p>
<p>Il regista Lasse Hallström (Buon Compleanno Mr. Grape, Chocolat, The Hoax) racconta di aver ricevuto la sceneggiatura da un vecchio amico, Richard Gere, ora anche produttore di Hachiko. “E’ stato per me un vero regalo, perché è una storia meravigliosa e, per un vero amante dei cani come me, un’esperienza fantastica”.</p>
<p>Gere e Hallström abitano entrambi nella parte nord dello stato di New York e, da quando hanno lavorato insieme nel 2006 per L’imbroglio ‐ The Hoax, hanno sempre desiderato poter fare un altro film insieme.“E’ una piccola storia” ‐ afferma il regista ‐ “La vera sfida che pone è quella di riuscire a non cadere nel sentimentalismo. Richard tende a definirla una favola, ma io la vedo più come una storia dolceamara. Un genere con il quale mi sento a mio agio. Per me è il modo più fedele di descrivere il mondo, pieno di drammi e nello stesso tempo comico”.</p>
<p>“Quando l’ho letto una seconda volta mi sono commosso di nuovo” – dice Richard Gere – “Credo che in questo film vi sia qualcosa di fortemente simbolico e misterioso, pur essendo solo la storia di un cane che aspetta. C’è qualcosa nella nostra sensibilità che ci fa emozionare di fronte a questa vicenda. Quel senso di lealtà, quel ‘ci sarò sempre per te’. È una cosa molto profonda”.</p>
<p>Nel cast. oltre Richard Gere, anche Joan Allen, Cary-Hiroyuki Tagawa, Jason Alexander e Sarah Romer. Ma è inutile sottolineare, come sagacemente dice l&#8217;addestratore Boone Narr, che &#8216;quando la gente di spettacolo dice ‘mai lavorare con i cani o con i bambini’, non lo dice perché è difficile lavorare con loro, ma perché ti rubano la scena!&#8217;</p>
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		<title>Il Messaggero, The Haunting In Connecticut</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2009 18:19:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Tratto da una storia vera, Il Messaggero racconta il terrificante episodio di una famiglia alle prese con le forze oscure del mondo soprannaturale. Quando i Campbell si trasferiscono nel Connecticut, apprendono immediatamente che la loro bella casa vittoriana ha una storia inquietante: non solo in passato era una camera mortuaria dove accaddero incredibili fatti, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da una storia vera, Il Messaggero racconta il terrificante episodio di una famiglia alle prese con le forze oscure del mondo soprannaturale. Quando i Campbell si trasferiscono nel Connecticut, apprendono immediatamente che la loro bella casa vittoriana ha una storia inquietante: non solo in passato era una camera mortuaria dove accaddero incredibili fatti, ma scoprono che il figlio chiaroveggente del proprietario – Jonah – si prestava da messaggero demoniaco, fungendo da “ingresso” al passaggio di spiriti sinistri.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/05/550_haunting_12_hires.jpg' alt='Il Messaggero, The Haunting In Connecticut' /><br />
Un terrore inenarrabile si presenta quando Jonah ritorna per scatenare nuove paure, questa volta nell’innocente e ignara famigliola. La storia americana è costellata di fantasmi. Racconti di case infestate dagli spiriti e leggende di defunti molesti trovano particolare attenzione negli archivi del New England e dell’area del Tri-State.<br />
<span id="more-31372"></span><br />
Nel Connecticut interi villaggi sono scomparsi come risultato di presenze sinistre. Nel nord ovest dello stato, i residenti di Dudleytown sono stati vittime di un processo di follia di massa in seguito ad apparizioni di spiriti. Nel 1987, una manifestazione di spiriti particolarmente inquietante si è verificata nella città di Southington, sempre in Connecticut, presso una famiglia che si era appena trasferita in una casa a lungo disabitata nella Meriden Avenue. Subito dopo il trasloco, i membri della famiglia avevano scoperto un piccolo cimitero sul retro, una camera d’imbalsamazione nel seminterrato e cassetti pieni di terribili fotografie di cadaveri: la loro casa era stata una camera funeraria nei lontani anni Venti. Il paranormale era così entrato nella loro vita: strani suoni, cambi di temperatura, la visione di figure misteriose così intense e frequenti da portarli quasi alla pazzia.</p>
<p>La lavorazione de Il Messaggero è iniziata nel 2003 quando il produttore Daniel Farrands aveva visto un documentario televisivo sugli incredibili orrori sopportati da Carmen Reed e la sua famiglia. Dopo la visione, Farrands ha voluto incontrare il produttore Andy Trapani, insieme al quale si era poi messo sulle tracce della Reed. L’incontro con lei è stato determinante: dopo aver ascoltato la sua storia, Farrands, Trapani e il produttore Paul Brooks erano stupefatti. Il suo racconto non aveva precedenti e richiedeva di essere assolutamente divulgato.<br />
Anche il regista Peter Cornwell ha trovato la storia molto avvincente (“Il fatto di collegare queste cose a persone reali e non a personaggi inventati le fa diventare ancora più terrificanti”, aveva dichiarato).</p>
<p>Per gli sceneggiatori Adam Simon e Tim Metcalfe, Il Messaggero rappresentava l’opportunità perfetta per portare al cinema la loro passione per il soprannaturale, maturata in anni di letture e ascolti di testimonianze. Avidi studenti dell’orrore vittoriano e del movimento spirtitualista, Simon e Metcalfe sono riusciti sapientemente a trasmettere le proprie conoscenze nel soggetto e nella sceneggiatura, mostrando momenti di mutilazioni orrorifiche e terribili sequenze dal puro sapore macabro. </p>
<p>Il regista Peter Cornwell si è fatto notare dai produttori hollywoodiani con il pluri premiato cortometraggio di animazione Ward 13.<br />
“Il cortometraggio di Peter era un horror puro, girato con l’anima”, ricorda Brooks. “Pensavo che avesse un genuino ed originale punto di vista. E poi Peter è stato subito d’accordo con me sul fatto che Il Messaggero dovesse essere radicato nella realtà ed essenzialmente fedele alla storia raccontata dalla famiglia”. </p>
<p>La candidata all’Oscar Virginia Madsen, considerata tra i fan del genere horror un’attrice di culto grazie al suo ruolo in Candyman – Terrore dietro lo specchio di Bernard Rose, stava cercando una sceneggiatura horror da almeno tre anni. Ma le molte sceneggiature lette non andavano oltre le classiche tattiche di paura basate sulla tortura e sull’eccessivo spargimento di sangue…. fino a che non si è spaventata nel leggere la sceneggiatura de Il Messaggero. </p>
<p>Come Carmen Reed, la protagonista del film è una donna forte e religiosa, che combatte per tenere unita la sua famiglia, mentre va incontro ad una crisi di fede a causa del male entrato nella sua stessa casa.<br />
“Quando ho incontrato Peter” – dice l’attrice riferendosi al regista – “è stato come se fossimo tornati entrambi bambini. Io amo i film, soprattutto gli horror, e lui condivide questo mio gusto, per cui ho voluto sapere tutto del suo cortometraggio. Il nostro rapporto di collaborazione è iniziato in maniera molto scherzosa, quasi infantile. Ma Peter si è rivelato anche estremamente concentrato e consapevole rispetto al tipo di film che voleva fare”.<br />
Da parte sua, Peter Cornwell dice: “Lavorare con Virginia è stato un sogno. È una persona incredibilmente calibrata, esperta e di presenza”.<br />
Amanda Crew, che interpreta Wendy, la nipote di Sara, dice “Virginia ha capito che avevamo bisogno del suo sostegno per affrontare questa storia complessa. Come la madre dei ragazzi nel film, è stata una luce che ci ha guidato nel set”.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/05/550_haunting_42_hires.jpg' alt='Il Messaggero, The Haunting In Connecticut' /><br />
Per il giovane attore Kyle Gallner, principalmente noto per il suo lavoro nella serie Veronica Mars, interpretare Matt Campbell rappresentava una formidabile sfida. Non solo si trattava del suo primo ruolo da protagonista in un film per il cinema, ma il personaggio richiedeva una considerevole gamma di emozioni: Matt deve affrontare un complesso rapporto con la madre, ma deve anche convivere con le ripetute visite del suo “doppio”, un deturpato e apparentemente cattivo ragazzo dal nome Jonah. “Questa parte si presentava intimidatoria – dice Gallner – e molto intensa per me. Non è immaginabile nella mia esperienza ciò che quella famiglia deve aver passato”. “Kyle nel film ha 16 anni – dice Cornwell – e sono stato felicissimo di capire quale fosse la reazione di un adolescnete rispetto ai fatti del film. L’ho aiutato a trovare un modo per recitare le scene realisticamente e nelle quali lui stesso potesse credere. Ma al di là dei miei consigli, è il talento di Kyle che ha portato in vita il personaggio di Matt”.<br />
Virginia Madsen, che interpteta la madre, ha apprezzato le complessità della relazione madre/figlio descritte nella sceneggiatura. Mentre Matt sperimenta visioni sempre più terrificanti, il suo sforzo è anche quello di capire cosa rivelare a sua madre, che lui non vuole assolutamente sconvolgere ulteriormente. “La maggior parte dei film ritraggono teenager disfunzionali, confusi e in astio con i genitori. Gli adolescenti sono molto più complessi di così”, aggiunge Madsen. “Io trovo che la relazione tra Sara e Matt sia una rappresentazione molto veritiera del rapporto tra genitori e adolescenti”. </p>
<p>L’attore Elias Koteas, che interpreta il reverendo Popescu, un prete che tenta di aiutare i Campbell, ha impressionato Cornwell con la sua dedizione al lavoro. Virginia Madsen aveva già lavorato con lui, ne parla come l’uomo “zen”. “Elias ha animato il personaggio con realismo” &#8211; ricorda  Cornwell &#8211;  “Koteas lavora molto duramente sui dettagli e si insinua con coraggio in lati scomodi della personalità del suo personaggio”. </p>
<p>Martin Donovan interpreta Peter, il padre di buone intenzioni che lotta per uscire dalla pressione finanziaria che la famiglia si trova ad affrontare. Donovan ha particolarmente apprezzato il focus sul personaggio dato dalla sceneggiatura, che ha trovato unica nel genere horror. “Insieme al regista abbiamo elaborato l’idea di colpa e rabbia per Peter”, dice Donovan. “Peter è molto confuso e ho provato per lui una grande empatia”. </p>
<p>Attorno al cast principale ruota Amanda Crew, nel ruolo della cugina di Matt, Wendy. Crew è rimasta attratta dalla sceneggiatura per il suo aspetto orrorifico e si è spaventata girando una scena in cui un’ascia sfondava una porta. “Alla seconda ripresa, quell’ascia si è avvicinata così tanto alla mia faccia che mi sembrava di sentire il cuore scoppiarmi in petto”, ricorda. “Quello non era recitare, era terrore allo stato puro!”. </p>
<p>Il ruolo chiave di tutto il film, tuttavia, è svolto dalla casa.<br />
“La casa deve essere un personaggio basilare” &#8211; dice lo sceneggiatore Adam Simon- “Doveva essere la protagonista”.<br />
È molto difficile tentare di creare le atmosfere di una casa infestata dagli spiriti. Avevamo comunque a nostro vantaggio la fedeltà alla realtà, alla storia vera: la casa del nostro film era stata una camera funeraria. Lavorando con la scenografa Alicia Keywan, Cornwell ha cercato a lungo la location giusta, trovata alla fine nella casa vittoriana nella città di Teflon, a circa 30 minuti fuori dal centro di Winnipeg, in Canada.<br />
“Ho amato molto l’intimità che si è creata con questa casa-personaggio”, spiega il regista. Mentre la Madsen aggiunge: “La casa sembrava avere un suo volto. Era veramente inquietante abitarla”. Circondata da un bel pezzo di terra, con finestre rotonde e un lungo patio, la casa assomigliava perfettamente allo stile Vittoriano del Connecticut. Il seminterrato e la camera da letto dove Matt dorme sono però stati ricostruiti in un set sonorizzato. Insieme a Cornwell e al direttore della fotografia Adam Swica, Keywan ha realizzato alcuni modelli tridimensionali della casa in modo da creare una serie di sequenze tecniche prima ancora che iniziasse la produzione. Swica ha adottato un approccio classico nelle riprese del film, scegliendo con attenzione quando utilizzare i movimenti di camera a mano per creare tensione. I cadaveri, realizzati dall’artista di effetti speciali Todd Masters (tra i suoi lavori premiati, Six Feet Under, stagione 2001-2002) e dalla sua società MastersFX, sono stati preparati un mese e mezzo prima delle riprese. Fatti di silicone con complete armature metalliche e giunture forgiate, tutti i corpi richiedevano due settimane di lavoro ciascuno.<br />
Cornwell non si è limitato all’uso degli effetti speciali per aumentare l’atmosfera horror del film; è talmente consapevole della forza della storia da non temere critiche da parte dei più accaniti esperti del genere. “E’ tremendo vedere cosa questa famiglia abbia dovuto affrontare” – dice. “Ho solo tentato di mostrare quello che è successo nella maniera più fedele alla realtà, cioè quella più terrificante”. La stessa Carmen Reed è rimasta colpita dall’esperienza di osservare la sua storia sullo schermo. “Tremavo sulla sedia tanto ero impaurita. Mi ha portato indietro a quei momenti quando pensavo veramente che sarei morta, che noi tutti saremmo morti”, ha dichiarato. “Vedendo tutto questo ancora una volta, non so come abbiamo potuto sopravvivere”. Ma Carmen voleva che la sua storia fosse raccontata. “Voglio che la gente sappia che questo è realmente accaduto”, spiega. “Il fatto che le persone vedano cose incomprensibili o sentano voci incredibili non significa che queste persone siano pazze. Dobbiamo capire che non tutto quello che succede ha delle risposte. Io non credevo ai fantasmi. Non credevo che queste cose potessero succedere. E spalancavo gli occhi di fronte a chi mi parlava dell’esistenza di queste realtà, cioè che ogni scricchiolio nella casa fosse un fantasma. Ma ci sono volte in cui sotto il letto si nasconde veramente un mostro”. </p>
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		<title>Il Divo arriva negli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 12:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Tra Fellini e Il Padrino. La regia de Il Divo è sensazionale, anche se la gran parte dei personaggi raccontati nel film di Paolo Sorrentino è sconosciuta al di fuori dell&#8217;Italia e la complessa, ombrosa relazione tra i politici, la mafia e il Vaticano è difficile da decifrare&#8221;. &#8220;Dalla bizzarra apertura in cui Andreotti cura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Tra Fellini e Il Padrino. La regia de Il Divo è sensazionale, anche se la gran parte dei personaggi raccontati nel film di Paolo Sorrentino è sconosciuta al di fuori dell&#8217;Italia e la complessa, ombrosa relazione tra i politici, la mafia e il Vaticano è difficile da decifrare&#8221;.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/04/550_servillo-alias-andreotti-6_hires.jpg' alt='Il Divo' /><br />
&#8220;Dalla bizzarra apertura in cui Andreotti cura l&#8217;emicrania con l&#8217;agopuntura &#8211; il premier come un &#8216;porcospino umano&#8217; avrebbe potuto essere in un film di Fellini &#8211; Il Divo è un tour de force di immagini sgargianti e indimenticabili&#8221;. &#8220;Ogni scena è una compozione grandiosa, accompagnata da una musica che entusiasma ed emoziona. Un cinema lirico paragonabile ai migliori Scorsese e Coppola&#8221;.<br />
<span id="more-30451"></span><br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/04/550_manifesto_hires.jpg' alt='Il Divo' /><br />
Il Divo arriva oggi sugli schermi newyorkesi, inaugurando il tour che lo porterà a toccare le più importanti città americane.</p>
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		<title>Il ritorno di Hayao Miyazaki: Ponyo Sulla Scogliera</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 13:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Questa è la storia di Ponyo, una pesciolina marina che lotta per realizzare il sogno di vivere con un bimbo di nome Sosuke. Ma è anche la storia di come un bambino di cinque anni riesce a mantenere una promessa solenne. Ponyo sulla scogliera porta La sirenetta di Hans Christian Andersen nel Giappone contemporaneo. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Questa è la storia di Ponyo, una pesciolina marina che lotta per realizzare il sogno di vivere con un bimbo di nome Sosuke. Ma è anche la storia di come un bambino di cinque anni riesce a mantenere una promessa solenne. Ponyo sulla scogliera porta La sirenetta di Hans Christian Andersen nel Giappone contemporaneo.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/03/550_ponyo_18_hires.jpg' alt='Ponyo Sulla Scogliera' /><br />
È una fiaba avventurosa sull’amore infantile.” Sono le parole dell’ideatore e regista di questa delicatissima pellicola di animazione che probabilmente sopperiscono ad ogni sinossi più dettagliata. Hayao Miyazaki non ha certo bisogno di presentazioni dal punto di vista cinematografico, ma forse conviene ricordare alcune note biografiche per capire la grandezza e al tempo stesso l’umiltà di questo artista.<br />
<span id="more-28750"></span><br />
Classe 1941, nel 1963 comincia a lavorare per la grande compagnia d’animazione giapponese Toei Animation Company – sebbene sia laureato in Scienze Politiche. Nel 1971-72 dirige la sua prima serie televisiva d’animazione Lupin III, seguita nel 1978 da Conan, il ragazzo del futuro; l’anno successivo arriva il primo lungometraggio cinematografico, Il castello di Cagliostro, con protagonista sempre il ladro gentiluomo. A questo punto, a 40 anni, cosa fa Miyazaki? Va a Los Angeles a studiare animazione alla Disney (tra i suoi giovani colleghi c’è anche John Lasseter, uno dei fondatori della Pixar)!<br />
Miyazaki ha sempre sottolineato ironicamente di fare film d’animazione “soprattutto per bambini anziani”, con Ponyo questa caratteristica sembra essere messa in secondo piano, data la focalizzazione sui due protagonisti infantili. Rispetto al precedente Il castello errante di Howl (2004) la trama viene snellita di avvenimenti, addirittura a tratti diventa rarefatta e contemplativa; in più, si torna all’animazione tradizionale a matita a scapito del digitale, e infatti i colori, anche negli sfondi inanimati, sono pastosi ed estremamente caldi, ricchi di quelle tonalità pastello che a noi occidentali nostalgici non possono che ricordare lo stile vivace di tanti cartoni storici degli anni Settanta e Ottanta. Preso singolarmente, il film è un’opera commovente, non solo per la storia fantastica e genuinamente amorosa tra i due bambini, ma anche per la cura dei dettagli. Espressioni e piccoli gesti donano una profondità impressionante ai personaggi, in particolare al piccolo Sosuke, bambino tanto geniale quanto sensibile. E come se non bastasse, lo score di Joe Hisaishi raggiunge vette di lirismo eccezionali, in particolare quando la Ponyo ormai bambina cavalca i pesci-onde giganti per raggiungere la casa di Sosuke.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/03/550_ponyo_36_hires.jpg' alt='Ponyo Sulla Scogliera' /><br />
Ma Ponyo sulla scogliera è anche un film estremamente complesso, la cui profondità difficilmente può essere esaurita in una recensione. Vale la pena provare a sottolineare due aspetti: il primo riguarda le figure materne. La madre di Ponyo è niente meno che l’oceano stesso, donna bellissima e onnipotente; Risa è la madre di Sosuke, che fondamentalmente ha cresciuto da solo, ed è una donna che non ha paura di nulla, neanche di affrontare uno tsunami. Bellissimo il dialogo misterioso tra le due. Ancora, nella casa di cura dove lavora Risa ci sono solo donne anziane che trattano Sosuke quasi come un figlio. Specularmente, i padri sono assenti o irresponsabili: il padre di Ponyo è un ex umano tramutato in uno stregone astioso che vive nei fondali marini, chiuso in un castello di roccia marina e con la continua paura di confrontarsi con quella che una volta era sua moglie; il suo desiderio è riportare sulla terra il predominio del mare, ma quando questo succede accidentalmente, precipita nel panico. Koichi, il padre di Sosuke, è una figura assenta, letteralmente distante, sempre impegnato a navigare anche quando potrebbe tornare a trovare la famiglia. E non si vedono uomini anziani.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/03/550_ponyo_63_hires.jpg' alt='Ponyo Sulla Scogliera' /><br />
Un altro aspetto interessante riguarda invece la complementarità tra i bambini e gli anziani, se non proprio l’inversione di ruoli. Sosuke è un bambino estremamente intelligente, sveglio e responsabile (sarà un caso che ha parte dei capelli che sembrano brizzolati?), è lui a riuscire a mantenere uniti i genitori, Koichi bambinone e Risa sempre imbronciata, nell’esilarante sequenza degli scambi di messaggi via alfabeto morse. Ancora, le anziane donne  della casa di cura una volta recuperato l’uso delle gambe tornano a divertirsi come ragazzine, in questa specie di bolla-parco giochi costruita da Fujimoto, padre di Ponyo. È difficile quindi pensare che un film di Miyazaki sia sempre e solo un film per bambini.<br />
Presentato alla Mostra d’arte Cinematografica di Venezia nel 2008, Ponyo sulla scogliera è anche stato riproposto da Mondadori sotto forma di libro per bambini, con tanto di immagini tratte dal film. Un’ultima curiosità: il film è presentato anche dalla Disney, che molta critica tende a mettere in contrapposizione con i film dello Studio Ghibli. Forse è il caso di riconoscere che si tratta sì di letteralmente due universi differenti, ma che invece di proporre il solito paragone, è forse più sano riconoscere le perle che ciascuno dei due studios riesce a produrre.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/03/550_ponyo_70_hires.jpg' alt='Ponyo Sulla Scogliera' /><br />
Gake no ue no Ponyo, Giappone 2008 Regia, soggetto e sceneggiatura: Hayao Miyazaki Supervisione animazione: Katsuya  Kondo Scenografia: Noboru Yoshida Montaggio: Takeshi Semaya Musica: Joe Hisaishi Suono: Shuji Inoue Produzione esecutiva: Koji Hoshino Produzione: Toshio Suzuki per Studio Ghibli Durata: 101 minuti Presentato da: Studio Ghibli, Nippon Television Network, Dentsu, Hakuohodo DYMP, Walt Disney Studios Home Entertainment, Mitsubishi, Toho film voci: Yuria Nara/Agnese Marteddu (Ponyo), Hiroki Doi/Ruggero Valli (Sosuke), George Tokoro/Massimo Corvo (Fujimoto), Yuki Amami/Sabrina Duranti (Gran Mammare), Tomoko Yamaguchi/Laura Romano (Risa), Kazushige Nagashima/Carlo Scipioni (Koichi), Kazuko Yoshiyuki/Franca Lumachi (Toki), Tomoko Naraoka/Ludovica Modugno (Yoshie), Rumo Hiiragi/Valeria Vidali (Giovane donna) Shinichi Hatori/Edoardo Nordio (Speaker TV). Distribuzione: Lucky Red.</p>
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		<title>Grande successo in Francia per Il Divo</title>
		<link>http://www.megamodo.com/200925077-grande-successo-in-francia-per-il-divo/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 11:39:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Divo, il film di Paolo Sorrentino, vincitore a Cannes del Premio della Giuria, è stato accolto in Francia con grande calore. Ottima l&#8217;accoglienza della stampa francese. &#8220;Forse un giorno guarderemo Il Divo come leggiamo Il Principe di Machiavelli&#8221;, scrive Le Monde. &#8220;Andatura silenziosa, testa incassata tra le spalle, sguardo impenetrabile, Toni Servillo dà al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Divo, il film di Paolo Sorrentino, vincitore a Cannes del Premio della Giuria, è stato accolto in Francia con grande calore. Ottima l&#8217;accoglienza della stampa francese. &#8220;Forse un giorno guarderemo Il Divo come leggiamo Il Principe di Machiavelli&#8221;, scrive Le Monde.<br />
<object width="450" height="370"><param name="movie" value="http://www.megamodo.com/video/VideoJukebox.swf" /><param name="FlashVars" value="playlist=http://www.megamodo.com/video/20090107_IL_DIVO256K.xml" /><embed src="http://www.megamodo.com/video/VideoJukebox.swf" type="application/x-shockwave-flash" FlashVars="playlist=http://www.megamodo.com/video/20090107_IL_DIVO256K.xml" width="450" height="370"></embed></object><br />
&#8220;Andatura silenziosa, testa incassata tra le spalle, sguardo impenetrabile, Toni Servillo dà al personaggio uno spessore e una densità che fanno venire i brividi&#8221;, aggiunge le Figaro. Ottima anche l&#8217;accoglienza del pubblico. Uscito  il 31 dicembre con 60 copie, il film ha registrato l&#8217;ottima media di quasi 700 spettatori per copia, facendo registrare nei quattro giorni 40.252 presenze.<br />
<span id="more-25077"></span><br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2009/luckyred/mm_servillo-alias-andreotti-2_regular.jpg' alt='Il Divo di Paolo Sorrentino' /><br />
Soddisfatto il distributore francese, che conferma tutte le copie in distribuzione per il prossimo week end.</p>
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		<title>The Millionaire ottiene 4 candidature ai Golden Globe</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 06:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono state annunciate oggi le candidature ai Golden Globe. &#8220;The Millionaire&#8220;, il film di Danny Boyle, ha ottenuto 4 candidature prestigiose: Miglior Film; Miglior Regista (Danny Boyle); Miglior Sceneggiatura (Simon Beaufoy); Miglior Colonna Sonora (A.R. Rahman). Dopo aver vinto il premio del pubblico al festival di Toronto, il film di Danny Boyle ha trionfato ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono state annunciate oggi le candidature ai Golden Globe. &#8220;<a href="http://www.megamodo.com/200823308-the-millionaire-amaro-esordio-per-il-film-girato-a-mumbai/">The Millionaire</a>&#8220;, il film di Danny Boyle, ha ottenuto 4 candidature prestigiose: Miglior Film; Miglior Regista (Danny Boyle); Miglior Sceneggiatura (Simon Beaufoy); Miglior Colonna Sonora (A.R. Rahman).<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/images/mm_P1010387.JPG' alt='Danny Boyle' /><br />
Dopo aver vinto il premio del pubblico al festival di Toronto, il film di Danny Boyle ha trionfato ai British Independent Film Awards (Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore Emergente).<br />
<span id="more-24243"></span><br />
La scorsa settimana la National Board of Review of Motion Pictures ha scelto &#8220;The Millionaire&#8221; come miglior film del 2008, mentre è notizia di due giorni fa che l&#8217;associazione dei critici di Los Angeles, che ha decretato «Wall-E» come miglior film dell&#8217;anno,  ha segnalato la  miglior regia per  Danny Boyle e che per la per la quattordicesima edizione dei Critics Choice Awards, votati dalla Broadcast Film Critics Association, &#8220;The Millionaire&#8221; ha ottenuto sei candidature (Film, Regia, Sceneggiatura, Attore emergente, Compositore, Canzone).</p>
<p>Uscito in America il 12 novembre accompagnato da critiche entusiaste, il film si è rivelato la vera sorpresa del box office americano.</p>
<p>Dal 5 dicembre è nelle sale italiane. Con sole 100 copie il film ha guadagnato la decima posizione nel primo week-end di programmazione e la terza media per sala.</p>
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		<title>The Millionaire, amaro esordio per il film girato a Mumbai</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 17:45:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Lucky Red]]></category>

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		<description><![CDATA[Strano destino quello che è toccato al film di Danny Boyle. L&#8217;uscita in Italia del suo “The Millionaire”, girato interamente a Mumbai, esce praticamente in concomitanza con gli attentati terroristici ivi avvenuti in questi giorni. O più che strano, amaro: alla fine ciò che Boyle racconta è una favola, sceneggiata da Simon Beaufoy e tratta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Strano destino quello che è toccato al film di Danny Boyle. L&#8217;uscita in Italia del suo “The Millionaire”, girato interamente a Mumbai, esce praticamente in concomitanza con gli attentati terroristici ivi avvenuti in questi giorni. O più che strano, amaro: alla fine ciò che Boyle racconta è una favola, sceneggiata da Simon Beaufoy e tratta da un racconto di Vikram Swarup intitolato  “Q&#038;A – Dodici domande”. La trama è un intreccio di passato e presente.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/images/mm_P1010387.JPG' alt='Danny Boyle' /><br />
Jamal, diciottenne chai wallah (ragazzo del thè) proveniente dagli slum di Mumbai (ex Bombay), è interrogato dalla polizia locale. È giunto alla domanda finale del famoso quiz televisivo “Chi vuol essere milionario?” e su di lui grava il sospetto  di truffa: come può un ragazzo cresciuto nei quartieri più poveri di Mumbai rispondere a domande alle quali neanche avvocati e professori riescono a dare risposte? Semplicemente perché nella sua breve ma movimentatissima vita, Jamal ne ha davvero viste di tutte i colori, tra una fuga da sfruttatori di bambini e la ricerca dell&#8217;amata Latika&#8230;<br />
<span id="more-23308"></span><br />
La struttura di “The Millionaire” interseca tre filoni narrativi principali: il presente ovverosia l&#8217;interrogatorio; il passato prossimo rappresentato dal quiz e il passato remoto con la storia di Jamal,  suo fratello Samil e Latika. I tre momenti si intrecciano per conseguire quello che è il sogno di Jamal, riuscire a conquistare il suo amore. Una fiaba vera e propria insomma, insomma. Una fiaba bollywoodiana (con tanto di balletto finale) diretta da un regista inglese. Detto così, si potrebbe pensare a un pasticciaccio improbabile e assurdo. </p>
<p>E invece no: il film non annoia per nessuno dei suoi centoventi minuti, innanzitutto. Non ha alcun attore occidentale (se non un paio di turisti di passaggio) e descrive alla perfezione una Mumbai in cui convivono grattacieli e baraccopoli. D&#8217;altro canto, la mimesis con i film del paese di Gandhi non cancella quello che è lo stile di Boyle: ritmo serrato con montaggio frenetico; concessioni al videoclip soprattutto nelle inquadrature e in alcuni effetti visivi; sequenze musicali per quasi metà film. La varietà di flashback aiuta a impostare ogni volta una microstoria di genere diverso. La sequenza in cui il piccolo Jamal per raggiungere il divo Abithab Banchchan si deve tuffare nello fossa degli escrementi del bagno pubblico è esilarante ed epocale, mentre quella  dell&#8217;accecamento del bambino è agghiacciante. E poi c&#8217;è il musical (il balletto finale appunto), il melodramma, il gangster movie&#8230; Se tuttavia questa ricchezza stilistica, sia in fase di scrittura che di regia, conferma la mano di Boyle e il suo interesse per i generi (gli ultimi suoi film sono stati l&#8217;horror “28 giorni dopo”, la commedia “Millions” e lo sci-fi “Sunshine”), “The Millionaire” o lo si odia o lo si ama. A prima vista. Danny Boyle e lo scenggiatore Simon Beaufoy decidono che se fiaba deve essere, allora lo sarà fino in fondo. Per cui dal primo all&#8217;ultimo minuto si susseguono un&#8217;inverosimiglianza dietro l&#8217;altra da rasentare l&#8217;irritazione pura per lo spettatore smaliziato, mentre il sognatore,spassionato va in brodo di giuggiole. Certo, come già detto, tutte queste “casualità” che aiutano Jamal alla domanda da venti milioni di rupie (316.000,00 euro), nonché la fortuna, tutto è organizzato con mestiere e sapienza; l&#8217;alternarsi di sfighe astronomiche che poi si rivelano funzionali per la missione del protagonista sono sicuramente un messaggio positivo e un segno di speranza, ma davvero alla fine cascano le braccia (può un poveraccio non accontentarsi di una decina di migliaia di rupie?).Peccato. Attori tutti in parte, ma davvero straordinari i bambini che interpretano Jamal, Malik e Latika, piccoli non attori reali abitanti degli slum della martoriata metropoli indiana.</p>
<p>“Mi scuso per il mio italiano inesistente e vi ringrazio per Fabio Capello”: con queste parole emblematiche si presenta alla conferenza stampa Danny Boyle, cinquantaduenne inglese di Manchester, presenza imponente ma sobrietà e umorismo very british.</p>
<p>D: Come hai girato questo film così atipico?<br />
R: Non avevo letto il libro ma solo la sceneggiatura. Quando me l&#8217;hanno spedita presentandomela come “un film su &#8216;Chi vuol essere milionario?&#8217;” dissi che non l&#8217;avrei mai fatto. Poi ho cominciato a leggere lo script di Simon Beaufoy e dopo dieci pagine ho deciso di accettare, con entusiasmo. Negli USA è stato accolto benissimo (è uscito con 10 copie il 12 novembre ed ha incassato 35000 dollari in un weekend, NdR). È piaciuto evidentemente molto l&#8217;aspetto del sogno: Jamal non vuole vincere per i soldi ma per rivedere Latika., la ragazza che ama. Si parla di varie candidature all&#8217;Oscar, forse in effetti quella sera saremo in teatro, nelle ultime file a salutare e dire “ci siamo anche noi”&#8230;</p>
<p>D: Il fatto di essere girato in India dimostra l&#8217;interesse del cinema occidentale per Bollywood (denominazione classica delle produzioni maggiori indiane, generalmente girate a Bombay/Mumbai, NdR)?<br />
R: Hollywood guarda molto a Bollywood. Spielberg vuole girare in India, la Disney ha terminato un film d&#8217;animazione girato in hindi, Will Smith ha già fatto due sopralluoghi in India. Bollywood poi ama le grandi star.</p>
<p>D: Qual è il tuo rapporto con Mumbai, sopratutto ora che ci sono stati questi tragici avvenimenti?<br />
R: Sono davvero rattristato per ciò che è successo, ho comunque sentito la gente che ha lavorato nel film, per fortuna loro e le loro famiglie stanno bene. Ed è strano comunque, perché Mumbai è una metropoli calma, nonostante tutto. Victoria Terminus, dove si rivedono Jamal e Latika, è il centro della città e il cuore dell&#8217;India intera. Mumbai è una città estrema, convivono sfarzo e povertà, amore forte e violenza cieca. </p>
<p>D: Perché Abithab Banchchan si vede per così poco? Problemi di budget e diritti?<br />
R: I prezzi in India calano e aumentano da un giorno all&#8217;altro, quindi non è stato quello&#8230; Abbiamo preferito lasciare la sua immagine così come era nei suoi film di successo degli anni Settanta e Ottanta. Non tutti conoscono Abithab Banchchan in occidente ma in India è un mito, un vero e proprio mix di De Niro e Pacino. È il vero emblema di Bollywood, le folle lo adorano e lo fermano in mezzo alla strada. Quando è stato male, la gente pregava addirittura di morire al posto suo. E nella sequenza in cui Jamal cade negli escrementi ho voluto proprio unire altri due estremi: l&#8217;infimo e il massimo, cioè appunto Abithab.</p>
<p>D: Salti da un genere all&#8217;altro. C&#8217;è un filo rosso che unisce i tuoi film o è solo una nobile schizofrenia?<br />
R: Io penso che i film migliori siano sempre le opere prime. Farei un festival delle opere prime. I Cohen non hanno mai più fatto un film come “Blood Simple”, il miglior film di Steven Soderbergh rimane “Sesso, bugie e videotape”. Fare ogni volta un film di genere diverso è come girare ogni volta un&#8217;opera prima. Sei più fresco all&#8217;esordio, poi puoi migliorare tecnicamente, d&#8217;accordo, ma non c&#8217;è quella spontaneità. Per questo consiglio il film “Lasciami entrare” (di Tomas Alfredson, NdR)</p>
<p>D: Nelle domande del quiz vuoi mostrare comunque i due diversi mondi, tra occidente e India?<br />
R: Mah, non necessariamente. Quella del cricket la sapevo anche io (ride) comunque ovviamente alcune domande sono molto caratteristiche. </p>
<p>D: L&#8217;India come ha cambiato la tua vita?<br />
R: Gli hippie dicevano che l&#8217;India ti cambia, e io ero convinto del contrario ma perché sono sempre stato un punk, quindi dovevo essere per forza contrario a ciò che dicevano gli hippie. Invece avevano ragione. L&#8217;India è un luogo di contraddizioni e ricchezza. Non bisogna cercare le risposte ma aprirsi a queste contraddizioni, come gli slum che convivono con i palazzi. Sembro un vecchio hippie nostalgico, ma è così. Anche il lavoro del regista è per forza di cose diverso. Non puoi avere il controllo di tutto. Devi lasciare che le cose vengano da sé. In India poi tutti vogliono fare gli attori&#8230;</p>
<p>D: I tre bambini sono stati presi dagli slum, vero?<br />
R: La sceneggiatura era tutta in inglese ma i bambini non lo parlavano minimamente. A Mumbai si parla molto inglese, ma i più giovani in realtà parlano o solo hindi o “hinglish”, un curioso mix. Per cui la prima parte è stata girata in hindi. I bambini però avevano visto davvero tanti film, per cui non hanno avuto difficoltà a recitare. Quando abbiamo detto hai produttori che non giravamo la prima parte in inglese, credevano che fossi diventato un hippie e che volevo fare un film lunghissimo, con poche battute in hindi e diverso da quanto previsto&#8230; si stavano disperando!</p>
<p>D: Hai parlato spesso di un sequel di “Trainspotting”. La scena in qui Jamal cade nella fossa della latrina è una specie di strizzatina d&#8217;occhio?<br />
R: In effetti mi hanno detto in molti che la ricorda&#8230; ma è una caratteristica del cinema inglese. In ogni film girato in Gran Bretagna o da un inglese c&#8217;è sempre una scena nella toilette&#8230; In questo ce ne sono addirittura tre!</p>
<p>D: Quali sono i tuoi modelli? La storia ricorda un po&#8217; “Sciuscià” di De Sica&#8230;<br />
R: Tra le ispirazioni ci sono quelli che io chiamo “i soliti sospetti”: De Sica, Fellini, Visconti&#8230; Ma questo sempre, per ogni film!</p>
<p>D: Hai curato molto la parte musicale, come tuo solito.<br />
R: A.R. Rahman in India è un mito. È tra i venti musicisti più venduti al mondo, come i Rolling Stones, i Beatles. In India se lo trovi in mezzo alla strada si ferma il traffico, anche a Londra lo riconoscono e lui molto umilmente saluta chi lo punta col dito quando passeggia. Per quel che riguarda la colonna sonora, mi ha proposto di mixare un po&#8217; di generi, conservando comunque un&#8217;identità indiana, e infatti c&#8217;è molto sitar. Una cosa è sicura: è meglio come musicista che come critico cinematografico. Quando ha visto il film ultimato, mi ha detto che gli ricorda “Le ali della libertà”. Io gli ho chiesto se non intendesse “I soliti sospetti”, ma lui era convinto&#8230; forse qualcuno di voi mi può aiutare a capire in cosa si somigliano questi due film così so cosa rispondergli&#8230;</p>
<p>D: Hai subito le influenze del melodramma indiano?<br />
R: Per forza di cose, sono stato influenzato. Ma mentre per me questo è il massimo del melodrammatico, in India è diverso. Anil Kapoor, che interpreta il presentatore, è anche produttore oltre che attore, e mi diceva sempre che il pubblico indiano avrebbe lamentato il livello non elevato di sentimentalismo del film!</p>
<p>D: Chi è la coregista?<br />
R: In realtà è la direttrice del casting. Mi ha aiutato non solo come interprete ma anche nella direzione perché stava con me quotidianamente e mi aiutava a capire anche quali gesti non fare, come comportarmi con gente non della mia cultura. Comunque anche il primo assistente alla regia e il fonico sono stati molto più importanti di quello che si potrebbe pensare. Senza di loro il film non sarebbe riuscito.</p>
<p>D: Hai girato qualche anno fa “Millions”, sempre una storia di due fratelli alle prese con tanti soldi. È una tua fissa?<br />
R: Beh, io ho un gemello, anche se in realtà è una donna, per cui non ho fratelli. Ma comunque, come diceva Godard, basta una donna e una pistola per avere un buon film. Noi le pistole non le vogliamo, per cui per me bastano una donna e un sacco di soldi&#8230; </p>
<p>Come poteva salutarci Danny Boyle se non ringraziando ancora una volta noi italiani per Fabio Capello?</p>
<p>Titolo originale: Slumdog Millionaire, Inghilterra 2008 Regia: Danny Boyle, Loveleen Tandan Soggetto dal romanzo “Q&#038;A – Dodici domande” di Vikas Swarup Sceneggiatura: Simon Beaufoy Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle Scenografia: Michelle Day Montaggio: Chris Dickens Musica: A.R. Ramhan Suono: Glenn Freemantle Costumi: Suttirat Anne Larlab Produzione esecutiva: Tessa Ross, Paul Smith Produzione: Christian Colson per Celador durata: 120 minuti cast: Dev Patel (Jamal), Anil Kapoor (Prem Kumar, il presentatore) Saurabh Shukla (sergente Shrinival), Freida Pinta (Latika), Irrfan Khan (Ispettore), Madhur Mittal (Salim), Azharuddin Mohammed Ismail (Salim a 7 anni), Ayush Mahesh Khedekae (Jamal a 7 anni), Rubiana Ali (Latika a 7 anni). Distribuzione: Lucky Red.</p>
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		<title>The Orphanage dal 14 novembre 2008</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 10:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Ancora una pellicola fantaorrorifica proveniente dalla Spagna, che si conferma terreno fertile per il genere. “The Orphanage” (titolo anglofilo abbastanza immotivato: era un crimine lasciare l&#8217;originale, comunque molto simile?) è un doppio esordio: non solo per il giovane regista Juan Antonio Bayona, ma anche di Guillermo Del Toro (regista di “Hellboy” e “Il labirinto del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora una pellicola fantaorrorifica proveniente dalla Spagna, che si conferma terreno fertile per il genere. “The Orphanage” (titolo anglofilo abbastanza immotivato: era un crimine lasciare l&#8217;originale, comunque molto simile?) è un doppio esordio: non solo per il giovane regista Juan Antonio Bayona, ma anche di Guillermo Del Toro (regista di “Hellboy” e “Il labirinto del fauno”) in veste di produttore. È la storia di Laura, donna volitiva e impegnata che con il marito medico decide di ristrutturare l&#8217;orfanotrofio che trent&#8217;anni prima l&#8217;aveva ospitata.<br />
<span id="more-21991"></span><br />
A sua volta Laura è madre di un orfano, Simon, affetto da una grave malattia e continuamente bisognoso di attenzioni e medicinali. Il nuovo orfanotrofio non è solo l&#8217;abitazione della famigliola ma fungerà anche come casa per bambini disabili. Ma il progetto viene abortito proprio il giorno dell&#8217;inaugurazione: durante la festicciola Simon scompare, per Laura e Carlos comincia un calvario, non solo dal punto investigativo. Ben presto la ricerca di Simon si addentrerà nei territori del paranormale, con esiti imprevedibili.</p>
<p>Al suo primo lungometraggio Juan Antonio Bayona rischia molto, e sicuramente il beneplacito di un regista fantasioso – e oramai potente – come Del Toro glielo rende lecito. Il suo “Orfanotrofio” è un film di genere con una storia d&#8217;autore e contemporaneamente l&#8217;esatto opposto. Perché è vero che il giovane regista, su una storia comunque scritta da altri, sfodera un armamentario scenografico e anche registico che rimanda ad una tradizione ampia, con riferimenti a numerose pellicole precedenti, conosciute o meno: da “Gli orrori del liceo femminile” e “Ma come si può uccidere un bambino?” di Narciso Ibanez Serrador a “Suspiria”, “Gli invasati”, “Suspence” e probabilmente anche “Quella villa accanto al cimitero” di Lucio Fulci. Ma lo fa in maniera intelligente, senza affidarsi a effetti eccessivamente sanguinolenti o improvvise bordate sonore, e di questi tempi c&#8217;è da gioirne. In confronti a prodotti analoghi, emerge una tematica profonda che rende il film quasi un&#8217;apologia romantica. Ad un primo livello c&#8217;è l&#8217;esigenza della protagonista di costruire un nucleo  familiare (letteralmente, Simon è adottato e i bambini adottati “fungeranno” da fratelli), con tutte le problematiche che ne conseguono (sarà una buona madre, lei che è cresciuta in un orfanotrofio?); approfondendo l&#8217;analisi dei caratteri, si comprende che Laura è continuamente volta al passato, è una nostalgica, il suo voler costruire il futuro significa ricreare il passato. Che differenza c&#8217;è tra l&#8217;orfanotrofio in cui Laura è cresciuta e quello che lei stessa ha ricostruito?  Forse solo la carta dei parati comunque sempre uguale, come suggeriscono i bei titoli di testa? Laura è la Wendy di Peter Pan – esplicitamente citato – che sa di essere cresciuta ma che non vuole invecchiare, è la fantasia che si trova a convivere e a volte combattere con la realtà (Carlos). E se il piccolo Simon ha degli amici immaginari, perché escludere la possibilità che siano stati loro a rapirlo, capeggiati dall&#8217;inquietante piccolo Thomas? </p>
<p>Per essere una pellicola diretta da un esordiente alla guida di una troupe di esordienti, il risultato è notevole. Sette premi Goya (gli Oscar spagnoli, assegnati tra gli altri a regista esordiente, sceneggiatura, effetti speciali) sono lì ad indicarlo, ma pur nella sua freschezza il film soffre di un eccessivo gioco di rimandi letterari e cinematografici. Oltre ai film già citati, come non pensare a “The Dark” o “The Others”, quest&#8217;ultimo peraltro diretto da un altro spagnolo, Alejandro Amenabar? Per cui anche alcune trovate diventano tutto sommato telefonate, lo spettatore smaliziato (non solo l&#8217;appassionato, dunque) può apprezzare il citazionismo e la riverenza ma può soffrire anche di noia in alcuni punti, in particolare nella seconda parte. Tuttavia “The Orphanage” ha la forza di risollevarsi in un finale assolutamente coerente, non originale forse, ma di una forza e un impatto sicuramente inaspettati per un film di genere. E addirittura potrebbe scappare qualche lacrima&#8230;<br />
Lo stesso Juan Antonio Bayona ha approfondito alcuni punti del film e svelato molti retroscena durante la conferenza stampa che ha seguito la proiezione. </p>
<p>D: Ci puoi dire quali sono le influenze orrorifiche di “The Orphanage”?<br />
R: Innanzitutto, due film di un regista molto amato in Spagna, Narciso Ibanez Serrador. Sono i suoi “Ma come si può uccidere un bambino” e “Gli orrori del liceo femminile”, quest&#8217;ultimo mi ha influenzato sin dal titolo (in originale infatti si chiama “La residencia”, ndr). Ma sicuramenta, tra film più recenti c&#8217;è sicuramente “The Others” di Alejandro Amenabar.</p>
<p>D: Paco Plaza, in occasione dell&#8217;uscita di “Nameless” (1999) di Jaume Balaguerò, ha dichiarato che era in atto la possibile rinascita del cinema di genere horror in Spagna. Pensi sia possibile?<br />
R: In genere in Europa, non solo in Spagna, si producono film fantastici e horror molto più interessanti rispetto a quelli americani. In Europa si trasgredisce molto di più e molto più facilmente, mentre in America sono di più, anche di buona qualità, ma molto più standardizzati. </p>
<p>D: Ti ha influenzato il film di Victor Erice “Lo spirito dell&#8217;alveare” (1973)?<br />
R: Anche questo film è stato un riferimento diretto perché parla di fantasmi ma in maniera indiretta. Un altro film per esempio è stato “Cria Cuervos” (1975), in cui tra l&#8217;altro c&#8217;era la stessa Geraldine Chaplin, presente anche nel mio film. Devo dire che molto cinema politico degli anni Settanta da piccolo mi ha terrorizzato molto, per cui è possibile ritrovarne alcune atmosfere nel mio film.</p>
<p>D: Come è avvenuta la conoscenza con Guillermo Del Toro?<br />
R: In realtà ci siamo conosciuti circa 15 anni fa, io ero ancora minorenne (ha 33 anni, ndr). Era a un festival, mi sono spacciato per giornalista e l&#8217;ho intervistato quando ha presentato “Chronos”. È rimasto molto colpito dalle mie domande e per questo siamo rimasti in contatto. Ho fatto poi la scuola di cinema e gli inviavo sempre tutto ciò che producevo: spot, corti&#8230; Quando poi gli ho fatto leggere la sceneggiatura del mio primo lungometraggio, non solo ha voluto produrmelo ma si è impegnato anche per presentarlo in giro. Come produttore mi ha lasciato molto libero, diciamo che ha applicato la sua esperienza di regista prodotto da un altro regista, Pedro Almodovar, per “La spina del diavolo”. </p>
<p>D: Hai ricevuto tanti premi per un&#8217;opera prima. Ti stanno arrivando tante offerte?<br />
R: Girando per i festival veniamo contattati da diversi produttori ma per offerte spesso non interessanti. In questo momento sto preparando “Hater” negli Stati Uniti, sempre con Del Toro, un film che parla della risposta della gente alla paura che il governo degli USA ha instillato loro. In seguito c&#8217;è un altro progetto spagnolo, perché pur volendo fare esperienza internazionale, sono molto legato alla Spagna e vorrei continuare a lavorare lì. </p>
<p>D: Ci puoi dire qualcosa in più sul progetto spagnolo?<br />
R: Non ne ho il permesso!!!</p>
<p>D: Puoi dirci quanto costa mediamente un film del genere in Spagna e quanto è costato questo qui?<br />
R: Mediamente siamo sui 2 milioni e mezzo di euro, questo è costato circa 3 milioni.</p>
<p>D: La maschera del bambino ricorda molto le maschere messicane. È un riferimento voluto?<br />
R: In realtà pensavamo alla maschera fatta da una madre disturbata ma comunque ingenua e desiderosa di proteggere il figlio. È quindi più che altro un patchwork artigianale.</p>
<p>D: Parlaci un po&#8217; dello stile del film.<br />
R: Ci sono tanti giovani autori che preferiscono esibire delle riprese strane e un ritmo frenetico come cifra stilistica. Per me va sempre raccontata una storia, i punti di ripresa e il montaggio devono servire a quello. Per me il cinema è questo.</p>
<p>D: In questo film, la casa e gli spazi sono dei protagonisti&#8230;<br />
R: Gli spazi sono più che alti un luogo mentale. La casa è un&#8217;infanzia idealizzata, una fuga dal mondo. E, come anche i personaggi nel film, ogni spazio ha una sua controparte, un suo riflesso negativo, come per esempio Simon ha Thomas o Laura è la controparte positiva di Benigna. Laura è infantile ma è anche matura per rimanere quando il marito va via. In fondo questo film è un prodotto della mia irresponsabilità.</p>
<p>D: Parlando della sceneggiatura, il film non avrebbe potuto terminare nel prefinale?<br />
R: Avremmo sicuramente avuto un finale più secco ma la storia di Laura sarebbe rimasta incompleta. Con il sorriso del marito, per tutta la storia scettico rispetto a ciò  che crede Laura, la storia si può dire finalmente conclusa e Laura ha ricostituito così il suo ideale di famiglia. </p>
<p>D: Perché Belen Rueda?<br />
R: Sin dall&#8217;inizio ho pensato a lei. L&#8217;ho vista lavorare in tv, poi ha girato il corto di un mio amico e ovviamente ho visto la sua grande performance in “Mare dentro” di Amenabar. Ha dato davvero molto di più di quanto le avevo chiesto.</p>
<p>D: Hai deciso di lavorare con tecnici esordienti, perchè?<br />
R: In effetti, oltre me, anche tanti altri erano al loro primo lungometraggio: la montatrice, il direttore della fotografia, il musicista. Ma era tutta gente con cui avevo lavorato prima in corti e per gli spot. Per gli effetti speciali, per esempio, avevamo finito i soldi. Avendo insegnato in una scuola di cinema a Barcellona, mi sono ricordato di un allievo particolarmente bravo con gli effetti. Allora l&#8217;ho chiamato, gli ho chiesto: “Qual è il miglior computer per gli effetti speciali, così te lo compro e ci lavori?”. E in effetti gli ho comprato il pc, lui viveva ancora con i genitori, e in pratica mi ha fatto gli effetti speciali in casa!</p>
<p>Titolo originale: El Orfanto, Spagna 2007 Regia: J.A. [Juan Antonio] Bayona Soggetto  Sergio Sanchez Direttore della fotografia: Oscar Faura Scenografia: Inigo Navarro Montaggio: Elena Ruiz Musica: Fernando Velàzquez Costumi: Maria Reyes Suono: Xavier Mas Effetti speciali: DDT Produzione: Guillermo Del Toro Produzione esecutiva: Rodar y Rodar, Mar Targarona e Joachin Pardò per Telencinco Cinema durata: 100 minuti cast: Belen Rueda (Laura), Fernando Cayo (Carlos), Roger Princep (Simòn), Mabel Ribera (Pilar), Montserrat Carulla (Benigna), Andrés Gertrudix (Enrique), Edgar Vivar (Balaban), Geraldine Chaplin (Aurora). Distribuzione: Lucky Red.</p>
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		<title>The Mist in sala dal 10 Ottobre</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 17:21:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Fear changes everything”, recita la tagline originale di The Mist. Ed è il senso di sopravvivenza ingenerato dal terrore l&#8217;asse portante di questa pellicola dichiaratamente horror, diretta da quel Frank Darabont tre volte candidato all&#8217;Oscar con film come Le ali della libertà o Il miglio verde. La cosa potrebbe sorprendere; invece se si dà un&#8217;occhiata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Fear changes everything”, recita la tagline originale di The Mist. Ed è il senso di sopravvivenza ingenerato dal terrore l&#8217;asse portante di questa pellicola dichiaratamente horror, diretta da quel Frank Darabont tre volte candidato all&#8217;Oscar con film come Le ali della libertà o Il miglio verde.<br />
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La cosa potrebbe sorprendere; invece se si dà un&#8217;occhiata al curriculum di Darabont si può notare il suo background fantahorror in qualità di sceneggiatore (e in realtà anche come regista: nel 1990 ha diretto per la televisione il misconosciuto e dimenticato Sepolto vivo), con piccoli classici degli anni Ottanta come Blob, La Mosca 2, Nightmare 3; se poi si aggiunge che The Mist è tratto da un racconto del 1980 di Stephen King, autore adattato già altre tre volte dal regista, allora ci si può ben aspettare un prodotto quantomeno solido e ben girato.<br />
<span id="more-20628"></span><br />
Ma può bastare? Il plot è semplice: gli abitanti di un paese nel Maine sono obbligati a rintanarsi in un supermercato a causa di una coltre di nebbia che nasconde una terribile quanto ignota minaccia mortale. Se il passare del tempo chiarirà l&#8217;entità della minaccia (se pur ingigantendola), dall&#8217;altra la tensione e la lotta per sopravvivenza creeranno tensioni tra gli occupanti del piccolo supermercato.<br />
“Sono rimasto un po&#8217; deluso dal genere umano negli ultimi tempi, e si vede”. Frank Darabont, anche sceneggiatore con ovviamente il beneplacito di King, non è affatto morbido con i suoi personaggi. Il senso claustrofobico creato dall&#8217;unità di luogo è quasi sopraffatto dall&#8217;umore plumbeo in cui sono immersi i personaggi, con pochissime esclusioni. La violenza degli esseri che circondano il fortino è cruenta e sanguinaria, il terrore degli esseri umani è tutto interiore e psicologico, ma altrettanto concreto. E anche la speranza, come suggerisce il finale, può essere più tragica e beffarda che mai. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/luckyred/mm_themist03_hires.jpg' alt='The Mist' /></p>
<p>Le dinamiche tra i personaggi ben si inseriscono nel contesto smaccatamente orrorifico che Darabont è intenzionato a creare. Nessuna pretesa d&#8217;autorialità dunque, nonostante l&#8217;importante discorso di base, ma due ore serrate di tensione e colpi di scena ben orchestrati. La tenuta spettacolare è davvero solida, se si pensa che il film è stato girato in soli 37 giorni e vanta almeno 35 personaggi con battute. Il regista, di concerto con il direttore della fotografia Rohn Schmit, decide di adottare un taglio quasi documentario per raccontare questa terrorizzante odissea venata di fantascienza, per cui abbondano riprese a mano, aggiustamenti di camera, piccoli zoom a stringere sui primissimi piani, cambi di fuoco alternati tra primo piano e sfondo. C&#8217;è l&#8217;esperienza, c&#8217;è il mestiere, c&#8217;è un buon ritmo: cosa manca allora a questo The Mist?</p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/luckyred/mm_themist25_hires.jpg' alt='The Mist' /></p>
<p>Il cast è affiatato e tutto sommato persino Thomas Jane nel ruolo principale di David è un pizzico più espressivo del solito, ma la recitazione non riesce a creare quel coinvolgimento emotivo che invece la tensione della messa in scena riesce a creare. Unica, notevole eccezione, il premio Oscar Marcia Gay Harden nel ruolo della predicatrice paranoica. Il suo personaggio si eleva di diverse spanne sopra gli altri, è profondamente ambiguo e con l&#8217;incedere del film arriva quasi a trasformarsi fisicamente. La Harden riesce a creare un personaggio che con i minuti passa da antipatico e paranoide a terrificante  e coinvolgente, in un trionfo appunto di ambiguità che forse rappresenta l&#8217;aspetto più profondo e inquietante del film.</p>
<p>L&#8217;altro quid che non permette alla pellicola di Darabont di elevarsi sopra la media è, con buona pace del regista, proprio il rapporto che intrattiene con il genere. “Nebbia” è un racconto scritto nel 1976 e pubblicato nel 1980 e, benché il cineasta di origine ungheresi ne avesse opzionato i diritti già da prima di girare Le ali della libertà, di anni ne sono passati, e lo spettatore a cui il prodotto è rivolto è molto più smaliziato. Nel frattempo ci sono stati film assolutamente fondamentali per il genere come Zombi di Romero, The Fog e La cosa di Carpenter (il secondo palesemente omaggiato nell&#8217;incipit, quando compare la locandina incorniciata nello studio dell&#8217;artista David), ma anche prodotti più recenti come Cloverfield, con il quale The Mist non può evitare il confronto. E anche dal punto di vista puramente &#8216;kinghiano&#8217;, sicuramente quello della comunità minacciata che finisce per implodere è un topos largamente sfruttato che ormai ha nutrito l&#8217;immaginario collettivo degli amanti dell&#8217;horror. Basti pensare alle versioni cinematografica di Cose preziose o alla miniserie La tempesta del secolo. In fin dei conti, Frank Darabont ha girato un film di genere cupo che non annoia ma non riesce ad eliminare dalla testa di chi lo vede la solita, fastidiosa domanda: dove l&#8217;ho già visto?</p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/luckyred/mm_themist04_hires.jpg' alt='The Mist' /></p>
<p>Titolo originale: The Mist, Usa 2007 Regia: Frank Darabont Soggetto e sceneggiatura: Frank Darabont dal racconto “Nebbia” di Stephen King Direttore della fotografia: Rohn Schmit Scenografia: Gregory Melton Montaggio: Hunter M. Via Musica: Mark Isham Costumi:   Giovanna Ottobre Melton Effetti speciali e Make Up: Greg Nicotero, Howard Berger Supervisore effetti visivi: Everett Burrell (Cafe FX) Produzione esceutiva: Bob Weinstein, Harvey Weibstein, Richard Saperstein per Dimension Film Produzione: Frank Darabont, Liz Glotzer, Randi Richmond, Anna Garduno, Denise Huth per Darkwoods Productions durata: 126 minuti cast: Thomas Jane (David Drayton), Marcia Gay Harden (signora Carmody) Laurie Holden (Amanda Dumfries), Andre Braugher (Brent Norton), Toby Jones (Ollie Weeks), William Sadler (Jim), Jeffrey DeMunn (Dan Miller), Frances Sternaghen (Irene Reppler), Nathan Gamble (Billy Drayton), Alexa Davalos (Sally), Chris Owen (Norm), Sam Witwer (soldato Jessup), Robert C. Treveiler (Bud Brown), David Jensen (Myron), Melissa Suzan McBride (la donna con i bambini a casa).</p>
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		<title>Il Matrimonio Di Lorna in sala dal 19 Settembre</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 11:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Palma d&#8217;Oro a Cannes 2008 per la sceneggiatura, scritta dai fratelli registi. “Il silenzio di Lorna” (così recita il titolo originale) è incentrato sul fenomeno dei cosiddetti “matrimoni bianchi”, unioni celebrate da immigrati e locali per ottenere la nazionalità del paese ospitante. Lorna è un&#8217;immigrata albanese che vive e lavora a Liegi, in Belgio. Coltiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Palma d&#8217;Oro a Cannes 2008 per la sceneggiatura, scritta dai fratelli registi. “Il silenzio di Lorna” (così recita il titolo originale) è incentrato sul fenomeno dei cosiddetti “matrimoni bianchi”, unioni celebrate da immigrati e locali per ottenere la nazionalità del paese ospitante.<br />
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Lorna è un&#8217;immigrata albanese che vive e lavora a Liegi, in Belgio. Coltiva il sogno di poter aprire un locale tutto suo, in comproprietà con il fidanzato Sokol. Ma per far questo ha bisogno di soldi. E Lorna li guadagna sì lavorando in stireria, ma non bastano. È implicata attivamente in un giro di matrimoni bianchi, gestito dal laido tassista Fabio: finge un matrimonio con Claudy, un tossicodipendente belga, dal quale otterrà la nazionalità locale; a sua volta, il racket provvederà a combinare un matrimonio tra lei e un russo per far sì che sia il sovietico ad ottenere la nazionalità belga.<br />
<span id="more-19865"></span><br />
Ovviamente, perché ciò avvenga, Claudy deve morire dopo il matrimonio e Lorna rimanere vedova. Ma qualcosa renderà Lorna meno sicura delle sue scelte.</p>
<p>Sesto film di fiction per i fratelli belgi Dardenne, per due decenni documentaristi a tutto campo. E anche lo stile de “Il matrimonio di Lorna” continua a testimoniarlo: ne sono indice non solo la macchina da presa costantemente a mano e l&#8217;assenza di musica extradiegetica, ma anche la messa in scena asciutta e priva di fronzoli. La storia di Lorna è una storia di denaro e di bugie, di compromessi e mezze verità. Il silenzio del titolo non è l&#8217;assenza di comunicazione verbale, anzi. Lorna è spesso al telefonino o in un phone center, agisce e interagisce con le altre persone. Il suo silenzio è tutto ciò che Lorna nasconde agli altri e se stessa. È una donna sola che ha a che fare con un mondo di uomini, tutti importanti ma paradosslamente nessuno necessario: non è un caso che si affezioni ad un&#8217;infermiera conosciuta durante una breve visita ad un pronto soccorso. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/luckyred/mm_lsdl_02_hires.jpg' alt='Il Matrimonio Di Lorna' /></p>
<p>E non è  nemmeno un caso che il suo senso materno prevalga nei confronti di Claudy (uno straordinario Jérémie Renier), pur essendo soltanto un mezzo per ottenere denaro e passaporto. Sempre il suo senso di maternità porterà Lorna a fale rivedere i suoi piani, radicalmente. E il crudo realismo acquista così nel finale (aperto) un alone fiabesco illuminato da un raggio di speranza.   </p>
<p>Se lo stile secco dei registi può risultare impegnativo e a tratti ostico, di certo non può non colpire la loro lucidità nel descrivere un mondo dominato dal denaro, dove davvero tutto ha un prezzo. Non solo le cose, anche le persone. La macchina da presa indugia sulle banconote che girano di mano in mano o in anonime buste o in un&#8217;algida banca. Una vita non vale se non in base al profitto che se ne può trarre – emblematico il triste destino di Claudy, risolto con un magistrale colpo di regia e montaggio. Ma l&#8217;occhio di Luc e Jean-Pierre Dardenne non è nichilista, il loro messaggio di speranza se viene a galla solo nel finale, per tutto il film è in realtà nascosto negli interstizi della storia e della narrazione, nei piccoli gesti che gli attori – tutti bravissimi – compiono con una naturalezza e una semplicità impressionante. Esaltando anche quei punti più nascosti della sceneggiatura in cui, fortunatamente, vengono fuori anche gli aspetti involontariamente banali di una storia davvero dura. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images2008/luckyred/mm_lsdl_03_hires.jpg' alt='Il Matrimonio Di Lorna' /></p>
<p>Luc e Jean-Pierre Dardenne hanno presentato il loro film alla stampa nella cornice della Casa del Cinema di Roma. In seguito alla proiezione, i due registi hanno risposto alle domande dei giornalisti.</p>
<p>D: In Italia il titolo “Il matrimonio di Lorna” non traduce letteralmente il titolo originale del film, “Le silence de Lorna”. Cosa esprime questo titolo?<br />
R: (Luc): Il titolo francese si riferisce al silenzio di Lorna nei confronti degli altri personaggi, a ciò che non racconta. Anche il titolo italiano, comunque, è un buon titolo. È un doppio matrimonio quella di Lorna: un matrimonio falso che finisce per diventare un matrimonio vero, d&#8217;amore.</p>
<p>D: Come è nata questa storia? È un fatto di cronaca, lo avete letto su qualche giornale?<br />
R: (Jean-Pierre): Il film in realtà è nato dal desiderio di scrivere un film con una donna come protagonista. Molti amici ci provocavano in questo senso, è quasi una sfida per due uomini girare un film che abbia come protagonista una donna. Poi c&#8217;è la storia vera raccontataci da un&#8217;amica che aveva un fratello tossicomane. Questi era stato contattato dalla malavita albanese per un matrimonio bianco. Lei però aveva visto che parecchi tossicodipendenti erano morti per overdose dopo questo tipo di unione, e ha messo in guardia il fratello. È esattamente la situazione di base del film: un matrimonio per ottenere la cittadinanza straniera. </p>
<p>D: “Il matrimonio di Lorna” è diverso dai vostri film precedenti, più parlato e anche strutturato in maniera differente.<br />
R: (L): Spesso non sappiamo che direzione prendono i nostri film quando li progettiamo o scriviamo. È anche difficile parlare del nostro prossimo progetto: cominceremo a lavorarci a fine anno, per ora stiamo ci stiamo occupando della promozione di questo film.</p>
<p>D: In questo film il denaro è quasi un personaggio&#8230;<br />
R: (JP): Sicuramente in questo film il denaro gioco un ruolo importantissimo, è quasi la guida di tutti i personaggi: Lorna vuole aprire un locale tutto suo, Claudy vuole la sua droga e Fabio ne ha bisogno per diventare un vero e proprio gangster. Ci sono due fili guida, inoltre: il denaro per le cose e  il denaro per le persone. Ma c&#8217;è anche un buon denaro, a dir la verità. È il denaro che Claudy<br />
affida a Lorna per non comprarsi la droga o comprare le medicine; è il denaro che Lorna mette in banca per coltivare i suoi progetti. </p>
<p>D: Come mai Liegi?<br />
R: (L): È la prima volta che giriamo a Liegi. Normalmente giriamo a Seraing, che è un piccolo centro industriale non lontano da Liegi. Ma Seraing di sera è deserto, privo di luci, è comunque un paese. Liegi è una città in cui si può raccontare la storia di un&#8217;immigrata. Pur non essendo grande come Roma o Milano dà comunque l&#8217;idea di una metropoli, con vita notturna, tante luci e la possibilità di nascondersi nell&#8217;anonimato. Lorna ha un gran segreto da nascondere. Si aggira nella città, incontra persone che non devono scoprire il suo segreto. </p>
<p>D: Come è andato il film dopo Cannes?<br />
R: (JP): È già uscito in Belgio, Francia e Svizzera francofona. È stato comprato un po&#8217; dappertutto, negli USA uscirà a marzo.</p>
<p>D: Vi trovate sempre d&#8217;accordo sui film da fare?<br />
R: (L): Abbiamo già risposto tante volte a questa domanda&#8230; Dico sempre che siamo d&#8217;accordo su tutto! Scherzi a parte le nostre discussioni sono lunghissime ma non sono scontri, altrimenti non sarebbero trent&#8217;anni che lavoriamo insieme. Uhm, visto che in effetti sono trent&#8217;anni che facciamo cinema, bisognerebbe lasciare delle cartelle alle redazioni dei giornali con tutte le domande già fatte, così i giornalisti più giovani evitano di farci sempre le stesse domande e magari ci chiedono se litighiamo&#8230;</p>
<p>D: Nella sceneggiatura era previsto questo finale anche un po&#8217; sentimentale?<br />
R: (JP): Sicuramente ci sono state altre idee, come per esempio la morte di Lorna, ma non ci sembrava il caso, avendo già fatto morire Claudy. Alla fine l&#8217;unico finale che è stato scritto è quello che si vede sullo schermo.</p>
<p>D: Qual è la vostra opinione sulle leggi belghe circa l&#8217;ottenimento della nazionalità? Se siete venuti a conoscenza circa la polemica italiana sulle impronte ai bambini rom, cosa ne pensate?<br />
R: (L): La questione dei falsi matrimoni ci ha interessato molto, ma c&#8217;è anche da dire che per fortuna in Belgio non c&#8217;è nessuna legge che vieta ad un immigrato di sposare un belga. Tra l&#8217;altro alcuni matrimoni falsi possono addirittura diventare veri matrimoni, con buoni risultati. Lo dimostriamo nel nostro ultimo documentario su Bruxelles. Per quel che ho sentito circa le impronte ai bambini rom, sono contrario, nessuna governo democratico dovrebbe permetterlo.</p>
<p>D: Con il passaggio del matrimonio di Lorna da falso a vero, si può parlare di una differenza tra prima e seconda parte del film?<br />
R: (JP): Abbiamo cercato di mostrare come un falso matrimonio organizzato anche da Lorna diventi alla fine vero. Forse Claudy è l&#8217;unica persona che l&#8217;ha amata veramente. E forse lei lo ama per questo, va anche contro i suoi interessi, che comunque ci sono. Fondamentale è l&#8217;idea del bambino che lei crede di aspettare, perché per noi non esiste, è solo un escamotage che si inventa lei, eppure è l&#8217;indice di un cambiamento, è la via che Lorna ha per fuggire e cambiare radicalmente vita. </p>
<p>Titolo originale: Le silence de Lorna, Fr/Bel/Italia 2008 Regia: Luc e Jean Pierre Dardenne Soggetto  Luc e Jean Pierre Dardenne Direttore della fotografia: Alain Marcoen Scenografia: Igor Gabriel Montaggio: Marie-Hélène Dozo Produzione: Luc e Jean Pierre Dardenne per  Le film du Fleuve, Denis Freyd per Archipel 35, Andrea Occhipinti per Lucky Red durata: 106 minuti cast: Arta Dobroshi (Lorna), Jérémie Renier (Claudy), Fabrizio Rongione (Fabio), Alban Ukaj (Sokol), Morgan Marinne (Spirou), Olivier Gourmet (Ispettore). Distribuzione: Lucky Red.</p>
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		<title>L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza</title>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2008 15:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Lucky Red]]></category>

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		<description><![CDATA[1970, San Paolo del Brasile, quartiere del Bom Retiro. Il piccolo Mauro attende con ansia l’arrivo dei mondiali di calcio messicani, non solo perché è innamorato della squadra verdeoro e dei suoi campioni ma soprattutto perché è il momento in cui i suoi genitori, partiti l’anno precedente per una strana vacanza, hanno promesso di tornare. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1970, San Paolo del Brasile, quartiere del Bom Retiro. Il piccolo Mauro attende con ansia l’arrivo dei mondiali di calcio messicani, non solo perché è innamorato della squadra verdeoro e dei suoi campioni ma soprattutto perché è il momento in cui i suoi genitori, partiti l’anno precedente per una strana vacanza, hanno promesso di tornare.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_locandina.jpg' alt='L anno in cui i miei genitori andarono in vacanza' /><br />
Nell’attesa il piccolo Mauro conosce il mondo che lo circonda, un quartiere dove si incrociano razze e culture di tutti i tipi, che ritrova in vari personaggi: da Shlomo, l’ebreo polacco vicino del nonno di Mauro che si prende cura del bambino quando questi scopre che il parente è defunto; Irene, bella barista immigrata greca, centro dell’attenzione di tutti i giovani e giovanissimi di Bom Retiro; Italo, studente militante figlio di italiani, e tante altre figure che riempiono quell’estate del 1970.<br />
<span id="more-17977"></span><br />
Un’estate segnata non solo da un Brasile protagonista al mondiale, ma anche dalla dittatura del generale Emilio Medici: una dura realtà che Mauro scoprirà a poco a poco, aspettando sempre più a lungo quel maggiolino celeste dei suoi genitori che forse proprio in vacanza non sono andati.</p>
<p>Reduce da una nomination all’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2007, vincitore di 15 premi in vari festival sudamericani, “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” è il secondo lungometraggio di Cao Hamburger, regista brasiliano di padre tedesco e madre italiana. Come esattamente i genitori di Mauro; e come il piccolo protagonista del film sarebbe diventato, anche Hamburger è stato per alcuni anni un portiere di calcio. Queste rassomiglianze non permettono ovviamente di parlare di un film autobiografico, ma di comprendere la scelta del regista di girare continuamente in funzione dei personaggi più che della storia, scelta testimoniata dall’uso continuo di macchina a mano. L’andamento è giustamente episodico, a tratti forse anche troppo lento, ma è la realtà filtrata dagli occhi di un bambino che si trova a vivere contemporaneamente un sogno fantastico (il Brasile campione del mondo) e una realtà tragica (la morte del nonno, l’esilio dei genitori). Su questo la sceneggiatura insiste molto, forse anche troppo, se si contano diversi episodi se non posticci quantomeno insistiti (i continui allenamenti del bambino risultano a  tratti esornativi). E la voice over di Mauro poteva essere ulteriormente limitata, avendo a disposizione delle immagini meravigliose. In particolare colpisce l’uso di superfici riflettenti, vera e propria cifra stilistica del film. Il vecchio Shlomo carica la pendola e chiudendo lo sportello compare il riflesso di Mauro; mentre gioca con Mauro a Subbuteo, Italo ripete imbarazzato la storia della vacanza dei genitori dal riflesso di uno specchio ovale; Hanna cerca di convincere Mauro a giocare con loro dall’immagine riflessa dallo schermo spento della televisione. È un costante rimando ad una dialettica di presenza e assenza, entrambe così pesanti, così imbarazzanti per un bambino di poco più di dieci anni.<br />
Accompagnato dalla poetica musica di Beto Villares, “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza”  ha un vero e proprio punto di forza nella descrizione tutt’altro che stereotipata della realtà storica del Brasile. Un quartiere popolare poco noto all’occhio dello spettatore occidentale, immerso in un periodo altrettanto poco conosciuto (o forse rimosso) ma che, fatte le dovute differenze, non è stato più sereno dei nostri anni di piombo. E attraverso un manipolo di attori straordinari, su cui spiccano per naturalezza i giovanissimi Michel Joelsas e Daniela Piepszyk (Mauro e Hanna), il ritratto che ne esce è assolutamente originale, né pietistico né consolatorio. Il che, come risultato, è tutt’altro che scontato.  </p>
<p>Tutte le copie del film, in uscita il 6 giugno, verranno precedute dal cortometraggio LETTERA D’AMORE A ROBERT MITCHUM, prodotto dalla Lucky Red, diretto da Francesco Vaccari con una straordinaria Piera Degli Esposti. Il corto non ha un filo narrativo, è la testimonianza dell’incontro tra un’innamoratissima Piera Degli Esposti e il suo mito Robert Mitchum, divo di classici hollywoodiani come “Il promontorio della paura” o “La morte corre sul fiume”. Ed è proprio la solarità del volto della Degli Esposti che illumina questo corto leggermente innamorato di sé, diretto da un artista visuale da poco passato al video. </p>
<p>Sono stati gli stessi Degli Esposti e Vaccaro ad illustrare genesi e aneddoti del corto, accompagnati dalla testimonianza di Lina Wertmüller, che dell’incontro fra i due attori fu fautrice.<br />
“È una realtà da sogno questo corto”, ha esordito Piera Degli Esposti. “Ho sempre desiderato incontrare Robert Mitchum, costringevo chiunque a camminare come lui, a vedere i suoi film. Quando venne in Italia per girare “Lo sbarco di Anzio” (1968, NdR), andai a fare dei provini per recitare la parte di un’infermiera, ma fui scartata perché sembravo poco italiana. Fu solo quando stavo preparando “Madre Coraggio” (1996, NdR) che parlando a telefono con Mara Chiaretti venni a sapere che Robert Mitchum era in Italia e che – era sabato – Lina Wertmüller aveva organizzato per me un incontro per il lunedì sera a casa sua. Ora Lina mi disse che voleva chiamare anche altre attrici, ma le risposi: ‘Ne ha conosciute tante di attrici, se ci fossi solo io sarebbe meglio…’<br />
Ed è stato davvero un sogno per me incontrarlo… mi ero preparata ripetendo tra me e me che era vecchio, magari ubriaco, con la testa piccola rispetto al corpo e invece quella montagna umana continuava ad affascinarmi, ancora oggi mi emoziono parlando…” </p>
<p>Il racconto di Piera Degli Esposti è stato grintoso e pieno di verve tanto da strappare in più di un’occasione applausi sonori e spontanei. D’altronde a chi le ha chiesto quale fosse il suo film preferito con Robert Mitchum, l’attrice ha risposto: “Il promontorio della paura’: perché se non era nudo, aveva sempre dei vestiti molto attillati!”.<br />
Lina Wertmüller, coinvolta pur sedendo in platea, ha raccontato la genesi di questo incontro, sempre con una forte venatura ironica. “Incontrai Robert Mitchum casualmente in via del Babbuino. Siccome erano dieci anni che Piera andava avanti con questa storia che voleva incontrare Robert Mitchum, ho pensato allora di farle una sorpresa. Spiegai all’attore che le avrei fatto incontrare una pazza: lui ne aveva sicuramente incontrate tante di pazze, ma questa era una pazza speciale. Mitchum era un attore che aveva solo due espressioni, e proprio questa gamma limitata di espressioni erano la sua forza. Ma quando i due si incontrarono, non dimenticherò mai come furono le loro espressioni. Mitchum si divertì tantissimo, tra loro c’era qualcosa di magico. Ebbi pure la tentazione di far uscire tutti e lasciarli da soli, ma il figlio dell’attore, che era presente, me lo impedì….”</p>
<p>Francesco Vaccaro ha invece presentato la genesi del corto, nato da materiale di repertorio (le foto dell’incontro del 1996, spezzoni dei film di Mitchum) uniti alla lettura della lettera d’amore che Piera Degli Esposti scrisse senza mai spedire a Robert Mitchum alcune decine di anni fa, recitata dall’attrice stessa. “Quando ho presentato il progetto a Piera, è rimasta molto sorpresa: si aspettava un lavoro su un personaggio. Invece questo è un corto non narrativo. Nel girare non ci sono stati problemi, che invece si sono presentati quando si è trattato di riversare in pellicola il corto. Grazie ad Arcangelo Curto, Franco Ambrosio e Maria Rosaria Poliziano siamo riusciti ad ottenere i finanziamenti necessari. Poi Andrea Occhipinti ci ha aiutati ulteriormente. E infine devo ringraziare anche Raffaele Pinelli per il gran lavoro sulle musiche. Avendo il problema dei diritti d’autore per le precedenti musiche, abbiamo dovuto fare tutte ex novo. E Raffaele, un organettista che avevo sentito e che mi aveva colpito, ha composto un tema appropriato per il corto.”</p>
<p>Titolo originale: O ano em que meus pais saíram de férias, Brasile 2006 Regia: Cao Hamburger Soggetto e sceneggiatura: Adriana Falcão, Claudio Galperin, Cao Hamburger, Bráulio Mantovani, Anna Mulayert Direttore della fotografia: Adriano Goldman Scenografia: Cassio Amarante Montaggio: Daniel Rezende Musica: Beto Villares Produzione: Caio Gullane, Fabiano Gullane, Cao Hamburger per Gullane Filmes, Caos Produçoes, Miravista  Coproduzione: Daniel Filho e Fernando Meirelles per Globo Filmes, Lereby, Teleimage Local durata: 105 minuti cast: Michel Joelsas (Mauro), Germano Haiut (Shlomo), Paulo Autran (Motel), Daniela Piepszyk (Hanna), Simone Spoladore (Bia), Caio Blat (Italo), Liliana Castro (Irene). </p>
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		<title>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 11:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Lucky Red]]></category>

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		<description><![CDATA[Lucky Red distribuisce una nuova versione del classico del cinema politico italiano diretto nel 1969 da Elio Petri. Alla Casa del Cinema di Roma è avvenuta la presentazione degli extra del dvd. Perché la nuova edizione del film è qualcosa in più che un mero restauro o di un’operazione filologica. Il cofanetto è costituito da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lucky Red distribuisce una nuova versione del classico del cinema politico italiano diretto nel 1969 da Elio Petri. Alla Casa del Cinema di Roma è avvenuta la presentazione degli extra del dvd. Perché la nuova edizione del film è qualcosa in più che un mero restauro o di un’operazione filologica.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_img438.jpg' alt='Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' /><br />
Il cofanetto è costituito da due dvd e un volume di 60 pagine. Il primo dvd presenta la versione integrale con alcuni extra documentari che contengono annotazioni sulla realizzazione del film.<br />
<span id="more-17191"></span><br />
Il secondo dvd e il libro rappresentano il cuore di questa operazione di recupero estremamente accurata: entrambi si basano sulla figura di Gian Maria Volontè, di cui il prodotto celebra il 75° anniversario.  E su questi contenuti speciali si è basata la conferenza presentata da Felice Laudadio, direttore della Casa del Cinema, e che ha visto la partecipazione degli autori del volume “Le tracce di un mito”, Alejandro De La Fuente ed Erick Wilberding, il regista del documentario “Indagine su un cittadino di nome Volontè” Andrea Bettinetti e l’attore Ennio Fantastichini, partner di Volontè sul set di “Porte aperte” di Gianni Amelio e di “Una storia semplice” di Emidio Greco. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_img427.jpg' alt='Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' /></p>
<p>Nella sua panoramica introduttiva Felice Laudadio parla della “biblioteca attoriale” di Volontè, di come quest’attore identificato comunemente con il cinema politico abbia in realtà un bagaglio d’esperienza molto più ampio, che parte con i Carri di Tespi – forme di teatro itinerante – per arrivare anche a generi cinematografici come il western e l’avventuroso. Ed emerge il grande rimpianto per due progetti che l’attore piemontese non ha mai potuto realizzare: quello di un “Don Chisciotte” con Paolo Villaggio nella veste di Sancho Panza, e un film comico su due anarchici interpretato assieme a Massimo Troisi.   </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_img432.jpg' alt='Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' /></p>
<p>I presenti hanno potuto in seguito visionare brani del documentario di Bettinetti, un lavoro certosino orientato a raccogliere il maggior numero possibile di testimonianze tra colleghi, amici e anche “nemici” di Gian Maria Volontè. Tra le testimonianze, il regista Giuliano Montaldo, lo sceneggiatore Ugo Pirro, l’attrice Angelica Ippolito e la figlia di Gian Maria Volontè, Giovanna Gravina. L’ “indagine” è stata condotta allo scopo di delineare finalmente la figura dell’attore piemontese oltre la vulgata concezione di interprete camaleontico e intrattabile. Che, come ha ribadito in particolare Fantastichini, corrispondono sì alla realtà ma non esauriscono affatto né la preparazione e la metodologia di Volontè attore né tanto meno la sua caratura umana. Per quel che riguarda l’aspetto attoriale,  Fantastichini ha sottolineato come più che di camaleontismo si debba parlare di “trasfigurazione” nel personaggio; e per quanto riguarda la sua irascibilità, era solo una parte del carattere di un uomo che sapeva essere anche molto generoso e ben voluto. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_img435.jpg' alt='Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' /></p>
<p>Il contributo di De La Fuente e Wilberding è localizzato intorno ai due anni precedenti il film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Il loro lavoro serve in questo caso a delineare la figura di Volontè come cittadino politico più che attore impegnato, ricordando tra gli altri aneddoti la sua elezione a consigliere regionale del Lazio con olre 25000 preferenze, e il suo momentaneo abbandono del cinema a favore del teatro impegnato.</p>
<p>Per concludere hanno portato la loro testimonianza anche Mauro Berardi, che avrebbe dovuto produrre il film di Troisi e Volontè, e Fabio Ferzetti, critico cinematografico, figlio dell’agente dell’attore. </p>
<p><img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_img440.jpg' alt='Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' /></p>
<p>Nel complesso, il lavoro presentato si prefigura come un documento estremamente importante non solo come reperto per studi storici e critici, ma anche come una coinvolgente e appassionante pagina di storia del cinema e come ritratto approfondito di un uomo prima che di un attore. </p>
<p>I CONTENUTI NEL DETTAGLIO</p>
<p>DISCO 1:<br />
Il Film<br />
Contenuti extra a cura di Claudio Masenza<br />
- commento audio di Ugo Pirro, Marina Cicogna e Florinda Bolkan (52 min.)<br />
- sceneggiatura originale del film (dvd-rom)<br />
- galleria fotografica e filmografie</p>
<p>DISCO 2:<br />
Contenuti extra a cura di atacama e quattroterzi<br />
- Indagine su un cittadino di nome Volonté (60 min.)<br />
(documentario diretto da Andrea Bettinetti con testimonianze di Felice Laudadio, Giuliano Montaldo, Francesco Rosi, Fabrizio Gifuni, Ennio Fantastichini, Angelica Ippolito, Giovanna Gravina, Fausto Ferzetti).<br />
- Interviste inedite a Gian Maria Volonté</p>
<p>IL LIBRO:<br />
&#8220;Le tracce di un mito&#8221; di Alejandro de la Fuente ed Erick Wilberding.<br />
Dal 1968 al 1970. I due anni che hanno preceduto l&#8217;uscita di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, hanno segnato la vita del grande attore Gian Maria Volonté. Mentre l&#8217;Italia era protagonista di trasformazioni politiche e sociali importanti, Volonté lasciava il cinema per dedicarsi al Teatro di Strada e all&#8217;impegno politico&#8230;</p>
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		<title>Cous Cous entra nella top ten</title>
		<link>http://www.megamodo.com/200815395-cous-cous-di-abdel-kechiche/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 12:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MM</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Lucky Red]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua la risposta entusiasta del pubblico italiano a Cous Cous, di Abdel Kechiche. Uscito nelle sale italiane l&#8217;11 gennaio il film, che per la seconda settimana di programmazione ha visto incrementare il proprio numero di copie, è passato dalla tredicesima alla sesta posizione nella classifica Cinetel. Nel week end Cous Cous ha totalizzato 344.635 €, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continua la risposta entusiasta del pubblico italiano a Cous Cous, di Abdel Kechiche.<br />
<img class='aligncentered' src='http://www.megamodo.com/images/luckyred/mm_CousCous_locandina.jpg' alt='Cous Cous' /><br />
Uscito nelle sale italiane l&#8217;11 gennaio il film, che per la seconda settimana di programmazione ha visto incrementare il proprio numero di copie, è passato dalla tredicesima alla sesta posizione nella classifica Cinetel.<br />
<span id="more-15395"></span><br />
Nel week end Cous Cous ha totalizzato 344.635 €, facendo registrare un aumento della percentuale di incasso rispetto alla settimana precedente pari al 44% (in controtendenza a tutti gli altri film in programmazione), mantenendo ancora una volta un&#8217;ottima media copia (4.362 €, preceduto solo da Io Sono Leggenda, da American Gangster e da Alvin Superstar).</p>
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