La Maserati e Tazio Nuvolari: il più grande corridore del passato, del presente e del futuro

La Maserati e Tazio Nuvolari: il più grande corridore del passato, del presente e del futuro

frecciava sulla grande curva sopraelevata di Montlhéry con la velocità e la sicurezza delle macchine progettate bene e costruite meglio. C'era storia,...

frecciava sulla grande curva sopraelevata di Montlhéry con la velocità e la sicurezza delle macchine progettate bene e costruite meglio. C'era storia, personalità, potenza in quella monoposto, capace anche di trasudare passione e talento. Cioè le doti di tre fratelli - Bindo Ernesto ed Ettore Maserati – più l'anima di un quarto, Alfieri. L'iniziatore di tutto, scomparso un anno prima. Era l'11 giugno 1933, il Gran Premio di Francia si disputava su quaranta giri per cinquecento chilometri, durante i quali la concorrenza fu perentoriamente battuta grazie a Giuseppe Campari, grande stazza di uomo (cento chili sfiorati) e anche di pilota (vittorie ovunque). Maserati Classiche Al di sopra del radiatore di quella 3000, otto cilindri, spiccava un orgoglioso Tridente, sul quale i Maserati avevano puntato tutto. La vittoria fece notizia, venne analizzata, commentata tecnicamente e raccontata come cronaca spicciola, ideale per dare vita alle discussioni tra appassionati. Quei reportage tuttavia non facevano cenno a un particolare: nei box dell'Alfa Romeo, la grande sconfitta, un uomo, essenziale nella sua tuta (poco più di cinquanta chili), tagliente nel suo profilo, già poderoso nel suo nome – Tazio Nuvolari – guardava con interesse quella macchina che per decine di volte gli era sfrecciata davanti. Era partito con un'Alfa Romeo, la numero 10, e aveva rotto. Era ripartito con quella di un altro concorrente, la numero 38 affidata a Piero Taruffi, e aveva rotto ancora. Non gli era rimasto nient'altro che ritirarsi, osservare e riflettere. Concluse che la Maserati, in quel momento, era la grand prix più veloce e più desiderabile se voleva continuare la serie impressionante di successi con la quale aveva aperto e continuato la stagione. Primo in Tunisia, era marzo; primo alla Mille Miglia e ad Alessandria, era aprile; primo all'Eifel, era maggio; primo a Nimes, giugno era appena cominciato.

Da quattro anni Nivola, lo chiamavano anche così, correva con la Scuderia Ferrari presente sulle griglie di partenza esclusivamente con vetture Alfa Romeo. Gli esperti ritenevano impossibile che qualcosa potesse cambiare, ma non consideravano il potere sportivo, e non solo, dell'asso mantovano.

Il 2 luglio, all'Hotel du Lion d'Or di Reims, l'incredibile: le Officine Maserati si impegnavano a “prestare” a Nuvolari una monoposto (telaio 3001, immatricolata con targa BO 9754) per disputare sette giorni dopo il Gran Premio del Belgio. Vettura iscritta direttamente dalla stessa Scuderia. Ecco il particolare che sovvertiva la “regola” sempre rispettata e imposta da Ferrari.

Quella clausola ignorata Alla fine del terzo capoverso dell'accordo firmato con Ernesto Maserati, presente Decimo Compagnoni, passato alla storia automobilistica come “il leggendario meccanico di Nuvolari”, appariva una precisa clausola: “Il Sig. Nuvolari – si legge – è obbligato a usare la macchina con tutti i riguardi e tanto meno di non apportare alla vettura nessuna modifica di sorta”. La prima prova confermava che la macchina era convincente, ma troppo rabbiosa: la strada – aggredita – pareva ribellarsi sotto le ruote. La potenza insomma causava instabilità.

A dispetto della clausola che lo obbligava a non intervenire in alcun modo, Nuvolari intuì e intervenne, deciso. Ottenuto l'uso completo di un locale-officina della fabbrica Imperia di Liegi, dispose il rinforzo del telaio per irrigidirlo: una traversa sotto il motore e due robuste camicie imbullonate e saldate sui due longheroni del telaio.

Lo stesso Compagnoni, autore materiale dell'intervento meccanico, ricordava che il lavoro terminò appena in tempo per prendere il via del Gran Premio, sul circuito di Spa. La Maserati numero 22 si schierò difatti in ultima fila, con il serbatoio pieno di una miscela dosata a occhio.

Avvio fulminante. Al secondo giro il vantaggio era già di nove secondi. Alla tredicesima tornata, veniva stabilito anche il giro più veloce in 6'1”, a più di 148 di media. Era il 9 luglio. Il 12, Ernesto Maserati aggiungeva una lettera all'iniziale, esultante telegramma: “Nuovamente ci felicitiamo della superba affermazione di Spa, della quale siamo orgogliosi. Siamo disposti a lasciarle la macchina e siamo a sua disposizione per tutte le modifiche che ella intende ancora fare per adattare la macchina al suo gusto, vite dello sterzo compresa, pompette piccole ai freni per rendere il pedale più tenero, modifiche all'assale e montaggio dei puntoni”.

Poco mancò che Ernesto porgesse anche le scuse per quella raccomandazione rivelatasi inutile e anche azzardata. Cioè “non apportare alcuna modifica di sorta”.

Lite e divorzio con Enzo Ferrari I giorni passavano, i tempi stringevano. Il 30 luglio era in programma la Coppa Ciano sul difficile e tortuoso tracciato di Livorno. Ancora una volta, la Maserati di Nuvolari non conobbe avversari; il secondo classificato, Antonio Brivio su Alfa Romeo, subì un distacco di otto minuti. La temperatura sportiva del luglio automobilistico era stata molto calda, ma quella dell'agosto si preannunciò rovente. Nuvolari e Ferrari si scontrarono. Ben conscio della sua superiorità, il pilota impose il suo diktat al manager di Modena. Ne dava conto, sulla Gazzetta dello Sport, Giovanni Canestrini, il giornalista più prestigioso del motorismo italiano: Nuvolari puntava a una rivoluzione della Scuderia fondata da Ferrari; doveva chiamarsi non più solo “Ferrari”, ma “Nuvolari-Ferrari”.

“Bisogna conoscere – aggiungeva Canestrini sulla “rosea” - lo spirito insofferente del focoso mantovano per capire questo suo desiderio di non dover rendere conto a nessuno di quel che fa o vuol fare”.

Scoppiò una polemica, sorse un forte dissidio che arrivò sino alle soglie del tribunale. Il risultato fu che Nuvolari si mise in proprio, puntando sul proprio nome e su quella Maserati 3000, otto cilindri, compressore, con la quale si apprestava a vincere il più possibile. Come era naturale.

Non solo, l'obiettivo segreto – lo rivelerà Compagnoni nei suoi ricordi – era quello di battere i tempi stabiliti l'anno prima con la monoposto Alfa Romeo denominata P3.

E Ferrari? Aveva trentacinque anni, sorretti dalla determinazione di un uomo navigatissimo. Respinse il diktat e ingaggiò il terzo grande pilota italiano dopo Nuvolari e Varzi: Luigi Fagioli di Osimo.

L'undicesima edizione del Gran Premio d'Italia a Monza visse sul confronto Nuvolari-Fagioli, Maserati-Alfa Romeo. A corsa praticamente già vinta, la Maserati numero 28 fu costretta al cambio della gomma posteriore sinistra al quarantanovesimo giro su cinquanta. C'è un breve filmato che immortala la concitazione di quel “pit stop” (ma allora le espressioni inglesi erano accuratamente evitate): Nuvolari a testa girata che guarda fremente il lavoro dei meccanici; che, a braccia e gambe rigide, innesta la marcia un attimo prima che il martello si abbatta definitivamente sul galletto della ruota; che riparte fulmineo. Ma i quaranta secondi persi consentirono a Fagioli la vittoria.

A San Sebastiano la Maserati “vola” Il tracciato di Lasarte, sul quale si disputava il Gran Premio di Spagna, era complicato da quattro villaggi, da una montagna e dalla pioggia. Da un pezzo il feeling con la Maserati poteva dirsi completo. La macchina arrivava ai circuiti su un camion, il cui telone di copertura portava una scritta – NUVOLARI – a caratteri cubitali. Era Compagnoni che la faceva scendere su due lunghi scivoli, tra l'attenzione generale.

“Quando arrivavamo noi – ricordava – tutti si fermavano. Quando le quattro ruote toccavano terra, mettevo in moto. Era un boato e la gente si spaventava. Scaldavo, quindi spegnevo e cambiavo le candele. Qualcuno diceva: «E' quella di Nuvolari!». Poi arrivava lui...”.

Siamo, come accennato, al Gran Premio di Spagna. Ventunesimo giro. A due chilometri dalle tribune, la macchina slittò, sbatté contro un muro, si rovesciò e proiettò fuori il pilota.

“E' stata la pacca più dura che ho preso”.

Il commento partì dall'ospedale e chiuse una tormentata stagione. 1934. Dodicesima, completa annata di corse, per Tazio, terza da grande protagonista. La Maserati disponeva di un nuovo motore capace di 264 cavalli, ma la guida restava selvaggia, quasi diabolica.

L'albero di Alessandria 22 aprile. Un aprile freddo, con gli alberi ancora spogliati dall'inverno e il suolo reso fradicio dalla pioggia. Questa la scena del decimo Circuito di Alessandria. Nuvolari, numero 50, fu terzo in batteria, corsa al risparmio “tanto per entrare in finale”. La pioggia non rallentava, le ruote slittavano. Al secondo giro, mentre percorreva il Ponte Nuovo sul Tanaro, superava Achille Varzi, pilota di punta della Scuderia Ferrari scesa in gara anche con Trossi, Tadini e Comotti. Un sorpasso faticoso, Varzi non voleva dargli strada. Subito dopo, c'era la curva di Valenza da percorrersi sui centotrenta.

Il tempo di percorrere qualche decina di metri e la stagione 1934 fu segnata.

Impegnato a raggiungere la testa della corsa, Tazio si trovò davanti Trossi. Ma il nobile biellese non procedeva a velocità normale. Era lento, troppo. Per non urtarlo, la numero 50 sterzò bruscamente, slittò sulla strada bagnata finendo contro un albero. Ancora una volta il pilota fu sbalzato dall'abitacolo e scodellato sull'erba, al di là di un fosso.

Rottura in due punti della gamba sinistra, escoriazioni varie, leggera commozione cerebrale. Puntualizzava: “Per quanto negli anni della mia burrascosa carriera abbia avuto qualche incidente, questo è il primo che mi colpisce e interrompe se pur brevemente la mia partecipazione alle corse”.

Mentre il gesso si rendeva indispensabile per riportare la gamba alla normalità, alcuni tifosi locali gli portarono in ospedale per dono-ricordo un pezzo del tronco contro il quale era finita la Maserati. Una dedica su una targhetta accompagnava il più strano souvenir della sua carriera: all'intrepido asso quali affezionati ammiratori a ricordo del provvidenziale ostacolo che pur impedendo una sicura vittoria salvò un'esistenza preziosa. Il legno non ha resistito all'usura del tempo e si sbriciolò, la targhetta di ottone fu donata per essere esposta al Museo dell'Automobile di Torino.

Ritorno in pista dopo solo un mese Dal 22 aprile al 27 maggio corrono trentacinque giorni, non molti per un uomo di quasi quarantadue anni, colpito da doppia frattura a una gamba. La Maserati schierata il 27 maggio all'Avus, presso Berlino, nascondeva nel suo abitacolo una staffa di metallo, sulla quale il pilota doveva appoggiare la gamba sinistra, quella che, ancora dolorante, doveva schiacciare, la frizione.

“L'Avus, per la configurazione del percorso (solo due velocissime curve n.d.a.), la gamba non ha nessuno sforzo da fare”.

Lo dichiarò a un giornale tedesco che all'indomani uscì con un titolo a tutta pagina: “Nuvolari startet!”, Nuvolari alla partenza. Ma un altro quotidiano scriveva: “Speriamo che la direzione di corsa vorrà accertare che Nuvolari, che deve ancora portare il gesso, sia veramente nelle condizioni di prendere parte alla corsa senza essere un pericolo per gli altri corridori”.

Da Bologna, con lettere e telegrammi, i fratelli Maserati gli espressero entusiasmo, ammirazione ma anche preoccupazione: “Stiamo lavorando con la maggior sollecitudine per metterVi in condizione di disporre di una vettura idonea, ma la medesima non sarà pronta che all'ultimo momento e di conseguenza non sufficientemente provata... voi però siete arbitro di decidere come meglio crederete”.

Carta bianca, devozione totale.

Fu una convalescenza laboriosa. Privo di volante, Tazio sbrigò la posta in pauroso arretrato. In una lettera a Jos. Couchard della fabbrica Imperia, gentile nel mettergli a disposizione tutto il necessario per modificare il telaio della Maserati in vista del sensazionale Gran Premio del Belgio, scriveva: “Le debbo annunciare la scomparsa totale di quella stessa macchina con dolore grandissimo, giacché si è resa nell'incidente completamente irreparabile”.

L'Avus gli consentì un quinto posto, dopo un'ora e trentanove minuti, consumati a 178 di media. Sordo ai consigli dei medici, adottò subito un ritmo intenso, anche se la gamba lo conduceva sino al limite dello sfinimento. All'Eifelrennen e a Barcellona fu costretto al ritiro, uscì dalla macchina dolorante e subito si appoggiò a una stampella. Un calvario. Poi cominciarono i piazzamenti: quarto al Gran Premio di Germania, quinto a quello d'Italia, terzo in Spagna, secondo a Pescara.

La scena internazionale stava cambiando, la concorrenza aumentava. Hitler e la sua Germania erano entrati prepotentemente nelle competizioni con macchine – Mercedes e Auto Union – superiori. Nuvolari ingaggiò lotte entusiasmanti con Caracciola, Stuck, Fagioli stesso, passato dalla Scuderia Ferrari alla squadra e alla vettura che portavano come fascinoso distintivo la stella a tre punte. Cioè la Mercedes.

Lo choc della gamba fratturata e “costretta” a guarire così velocemente, la strapotenza degli avversari tedeschi e anche la sfortuna, gli consentirono di vincere solamente al Circuito di Modena e a quello di Napoli. A Modena batté tutta la squadra Ferrari, Varzi compreso. Dopo la corsa, fece arrivare alla sede della Scuderia in via Trento e Trieste alcune balle di paglia “per gli asini dei loro motori”.

Lo scherzo preludeva alla riappacificazione e a un nuovo contratto con le auto che già si fregiavano del Cavallino. Bindo, Ettore ed Ernesto capirono, rimpiansero e aspettarono il grande campione, il migliore, al quale li legava ammirazione ma anche una specie di affetto del tutto irrituale nell'ambiente delle corse.

Quando, dopo la guerra, Nuvolari si trovò senza un volante da impugnare; quando l'Auto Union esisteva solo di nome e l'Alfa Romeo fu sorda al suo richiamo ( una “vendetta” per il passaggio di otto anni prima alla macchina tedesca?), i Maserati non ebbero dubbi: una monoposto 1500 tipo 4 CL venne approntata per Nivola che ritornava a gareggiare dopo i sei drammatici anni del conflitto mondiale.

Si era congedato dai gran premi vincendo al Kalemagdan Park di Belgrado con la Auto Union D e con i capelli bianchi che già cominciavano ad aggredire la sua testa. Aveva quarantasette anni. Ora ritornava cinquantatreenne, sempre magro, severamente tagliente, con le fibre motorie del corpo intatte (era capace di impensabili esercizi), ma con i polmoni compromessi.

Quanto poteva valere un uomo simile al volante di una monoposto, lanciato in mezzo a una muta di avversari più giovani? Ernesto, Bindo ed Ettore non se lo chiesero e si assunsero una “responsabilità solitaria” mai abbastanza sottolineata nella storia dell'automobilismo. A loro bastava che una macchina con il Tridente scendesse in gara pilotata da Nuvolari, l'uomo al quale, quando fu lasciato solo nel momento del bisogno, non si negarono mai.

Al Gran Premio di Marsiglia (12 maggio) segnò il giro più veloce, prima di ritirarsi per la rottura di una valvola. Si ritirò anche al Bois-de-Boulogne di Parigi e a St. Cloud, ma all'ottavo Grand Prix d'Albi (14 luglio) vinse la prima manche. Tagliato il traguardo, ebbe un malore. Si sdraiò in terra, sull'erba, e lo fotografarono così – come abbandonato - con la maglietta gialla e i calzoni azzurri, la sua livrea da corsa. Con lucida, ma anche drammatica fermezza, volle ripartire per la seconda manche, affidandosi all'antica mai doma volontà e alla sua generosa Maserati 4CL. Firmò la piazza d'onore e la somma di tempi lo dichiarò vincitore.

“Nuvolari, il grande stregone” titolò un giornale francese.

Fu la sua ultima vittoria.

Discussione 0

I commenti vengono moderati prima di essere pubblicati.

Ancora nessun commento. Sii il primo a commentare!