Nando Citarella e la tradizione dei posteggiatori

Un appuntamento imperdibile, giovedì 19 novembre, con la tradizione musicale napoletana in un’atmosfera di elegante avanspettacolo in compagnia della voce...

Un appuntamento imperdibile, giovedì 19 novembre, con la tradizione musicale napoletana in un’atmosfera di elegante avanspettacolo in compagnia della voce e della simpatia di Nando Citarella che riporterà in vita la figura del posteggiatore, un tempo amato dal popolo e considerato “portatore della musica bella”. “Pe ffa' 'o mestiere nce vonno ddoie cose: 'a simpatia e nu felillo 'e voce...”, dice una vecchia canzone sulla posteggia. Per fare uno spettacolo teatrale (a partire dal bel disco di Nando Citarella, ‘A Pusteggia’, appunto) ci vuole qualcosa di più, anche se la simpatia e un filo di voce non guastano mai. Ci vuole un’idea, una storia che dia senso e spessore a quel piccolo gruppo di musicisti là sul palco: uno o due mandolini, due chitarre, un violino, un basso tuba o bombardone e, naturalmente, il cantante. Tutti, ça va sans dire, professori, vestiti di scuro come si conviene a gente abituata a frequentare i peggiori vicoli e i migliori ristoranti, e il sorriso sempre pronto, cortese, appena complice, ma mai servile. Certo adesso sono andati un po’ fuori moda, messi da parte da un mondo che va troppo di fretta, ma di sicuro, se solo provate ad ascoltarli, sapranno suscitarvi ancora qualche emozione. Eppure una volta non era così.

I posteggiatori erano molto amati dal popolo, dalla gente. Erano considerati come i “portatori della musica bella” (i compositori affidavano loro le nuove composizioni per verificare il gradimento da parte del pubblico). Tempi d’oro, quelli, per i musicisti ambulanti (che poi, tanto ambulanti non erano), quando in qualche modo detenevano il monopolio della canzone stessa... Ma già negli anni Trenta il café-chantant presentava la macchietta de ‘O pusteggiatore viecchio che rimpiange quegli anni: “Se ne so’ ghiute chilli belli tiempe / Quanno facea ‘a pusteggia addu Pallino / Che scorze ‘e purtualle ‘int’’o piattino / Che nublesse llà ncoppa! E mo’ addò sta?”. Ormai c’era la sciantosa, il tenore, la canzone drammatica che preparava la strada alla sceneggiata. E già allora dicevano che erano superati, inutili, patetici. Eppure ogni sera stavano là, al loro posto di combattimento, pronti a far sentire la loro musica, le loro storie, pronti, se necessario, a trasferire nella Pusteggia anche le nuove mode, dal café chantant alla canzone tragica. Perché loro, i Signori della Posteggia, sanno bene come si fa. Ne hanno viste di tutti i colori, hanno imparato a tenersi dentro i loro dolori, vengono dall’Università della strada e soprattutto hanno le loro famiglie da campare. Ecco, forse ancora la grande idea non c’è.

Ma incomincia a delinearsi un quadro, una situazione, uno spazio in cui i nostri posteggiatori si trovano ad operare, ricordando con tenerezza cosa significava “essere un posteggiatore”. Lo spettacolo allora è questo: questo lungo monologo (fatto di parole e di musica) che quelli della Posteggia devono inventarsi, per dare un senso qualsiasi alla loro vita. E intanto si aiutano con i ricordi, le confessioni, i pettegolezzi, gli scazzi, i mugugni, i pianti, lo strazio, la follia e soprattutto, si aiutano con le canzoni.

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