Borderland, dal 3 ottobre al cinema

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Sia il regista Zev Barman che il produttore Lauren Moews ricordano vividamente il giovane studente di un college texano che sparì a Matamoros, Messico, nel 1989 circa. Berman era nel mezzo di un viaggio-odissea estivo attraverso il paese con due compagni e aveva appena attraversato il confine degli Stati Uniti per andare in Messico, quando furono fermati bruscamente da un posto di blocco armato.

I tre amici stavano guidano uno strano pulmino VW, decorato con dei ninnoli vodoo di New Orleans, “e gli ufficiali andarono fuori di testa quando videro il teschio di alligatore che pendeva dallo specchietto retrovisore” ricorda Berman. “Poi videro la zampa di gallina, le polverine magiche e tutte le altre cose che avevamo raccolto.

Fummo obbligati a scendere dal camioncino da diversi ufficiali armati di mitragliatrici e messi contro un muro. Volevano sapere se eravamo adepti di sette sataniche. Eravamo terrorizzati, e dovemmo dichiarare che eravamo solo poveri studenti. Dopo che, malvolentieri, ci lasciarono andare, scoprimmo che uno studente di college era scomparso sul confine sotto circostanze sospette, e che noi c’eravamo imbattuti in un’enorme caccia all’uomo organizzata per trovarlo”. Berman seguì la storia per molti mesi poiché essa cominciò ad attirare l’attenzione nazionale. Un cartello della droga fu scoperto a Matamoros, un gruppo che in apparenza compiva sacrifici umani come mezzo per benedire e proteggere i loro trasporti di droga.

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Il cartello si era schierato con un prete di Palo Mayombe, e quest’uomo aveva ordinato il rapimento di uno studente, per usarlo in un rituale primitivo, che culminava con la sua morte. Incredibile, ma l’orribile evidenza dimostrò che era così: vennero ritrovati diverse zone di sepoltura, con corpi smembrati, calderoni rituali pieni di capelli umani, Berman fu sconvolto dal sapere che la storia era vera; “Più di tutto” Berman realizzò “quel ragazzo avrei facilmente potuto essere io!”. Ci mettevamo in ogni genere di problema, e credevamo sempre che niente del mondo esterno potesse toccarci. Eravamo invincibili”. Moews aggiunge “Il mio ragazzo era là, facendo festa con il resto dei ragazzi del college. Tutti andavano a divertirsi a Padre Island o a Matamoros. Il rapimento di quel ragazzo era una storia veramente spaventosa. Eravamo tutti scioccati. Si riesce ad immaginare qualcosa di più terrificante?”.

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La sceneggiatura

Anni fa, Berman sentì che era giunto il momento di scrivere un film interessante, basato sui numerosi episodi accaduti sul confine messicano. Non riesco a togliermi la sensazione che la nostra realtà sia carta sottile, che il terrore sia poco lontano da noi, semplicemente non puoi vederlo. Credo molto nella frase di Sartre “L’inferno sono le altre persone”. C’è qualcosa che riguarda le storie dell’orrore basate sulla natura umana, che ferisce nel profondo come niente altro. Se credi in quel mondo, nei personaggi, allora l’horror ti assesta un colpo molto più forte”. Berman è stato presentato allo sceneggiatore Eric Poppen e i due lavorarono insieme all’idea. Insieme svilupparono il racconto dall’inizio. Poppen spiega “Abbiamo avuto un paio di false partenze, e abbiamo finito per riprendere la storia da capo, rendendola più semplice. Più semplice diventava, più era terrificante. Quando drammatizzi un culto, è facile cadere nel territorio di Indiana Jones, e abbiamo prestato molta attenzione per non finire lì”. Berman aggiunge, “L’autenticità era estremamente importante per quello che stavamo facendo. Durante la produzione, abbiamo avuto come consulente un prete di palo Mayombe, che aveva registrato alcuni rituali privati per me. Il ragazzo era seduto in un garage, indossando un cappellino da baseball girato al contrario, e stava svolgendo questi tagli rituali con lame di rasoio ai seguaci in vestito bianco. Affascinante. Volevo catturare questa ordinarietà in ciò che stavano facendo. Più lo rendevamo quotidiano, più faceva venire i brividi. Decisi che il culto avrebbe dovuto essere condotto indossando jeans sporchi, t-shirts, magliette a quadretti e stivali da lavoro. Avrebbero dovuto sembrare persone regolari, lavoratori dei campi. In un modo sottile stavamo cercando di porre l’attenzione sul fatto che questo genere di cose succedono proprio vicino a noi, con persone “normali”. Eravamo interessati ad esplorare la psicologia del culto, e a portare il terrore nelle case, nel creare una realtà nella quale specchiarsi.
L’abilità di sbagliare è in ognuno di noi. Perché un gruppo di persone normali dovrebbe seguire qualcuno come il leader del culto della nostra storia? Credo che ci siano molte persone fuori di qui che odiano pensare a loro stesse. Semplicemente aspettano qualcuno di carismatico che le guidi e che riempia le loro vite con un’idea. All’inizio pensavamo che il culto avesse adepti solo tra i lavoratori manuali, ma abbiamo invece scoperto che molti dei ragazzi erano stati educati in classi medie ed elevate. Ti fa pensare a Jonestown, e Manson e in particolare a Hitler. È per questo che menzioniamo Abu Ghraib”.

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La messa in scena

Moews portò il progetto direttamente alla Lions Gate, che rispose immediatamente. “Peter Block e il suo team sono stati i nostri angeli custodi fin da quando produssi ‘Cabin Fever’, ed è stata una relazione lunga e costruttiva”, dice Moews. La produzione aveva scrutinato i confini da Juarez a Matamoros, guidando per più di 850 miglia, e alla fine decise per Tijuana, per la sua atmosfera, intensità e per la sua vicinanza a Los Angeles. Volevano ritrarre il confine come un ambiente complesso a più livelli”, spiega Berman.
“Non è esattamente Messico, non è esattamente USA. Il confine è in effetti un universo misterioso e a sé, un melting pot che ribolle di diverse forze, che rendono il posto allo stesso tempo pericoloso, affascinante, e bizzarramente poetico. È un crogiuolo che risveglia il meglio e il peggio delle persone. Immaginavo ambienti come Casablanca o Chinatown, luoghi che non capisci mai completamente, dove i pericoli si nascondono, e dove l’aiuto sembra arrivare dai posti meno probabili. Girare a Tijuana è stato un sogno. Aveva tutto ciò di cui avevamo bisogno a livello di location pratiche, scenari che non avremmo potuto ricreare da nessun’altra parte”.

Casting

A parte i tre attori principali, statunitensi, il cast di Borderland è quasi completamente latino. Claudia Becker ha selezionato i ruoli latini fuori da Città del Messico, mentre la ricerca più approfondita è stata per i tre attori maschili. “È sempre eccitante quando hai l’opportunità di scoprire nuovi talenti” dice Berman. “Ci è stata data una discreta libertà per selezionare i tre ragazzi, e non riesco ad immaginare di avere nessun altro al di fuori degli attori che abbiamo scelto. I ragazzi che abbiamo trovato incarnavano perfettamente i ruoli. Rider Strong, che aveva già lavorato con Moews in ‘Cabin Fever’, si è unito al cast quasi subito, nel ruolo di Phil, seguito da Brian Presley che interpreta Ed, e da Jake Muxworthy, il famoso Henry. “Tenete gli occhi aperti su questi ragazzi in futuro”, dice Moews, “sicuramente li vedrete ancora”. Sean Astin, fresco da ‘Il Signore degli Anelli’, è un anti-eroe, interpretando Randall, il serial killer locale del culto. “Sean era così eccitato dal recitare la parte di un cattivo” ricorda Berman. “È riuscito a scatenare in modo profondo e molto reale il suo lato oscuro. È incredibile vedere come entra nella parte, ed è una persona così dolce. Beto Cuevas, il cantante leader del gruppo rock La Ley, vincitore di un Grammy, interpreta Santillan, la nemesi del film, ed è il suo primo ruolo in film di major. “È stato così divertente lavorare con lui” dice Berman. “C’è un’ovvia connessione tra essere una rock star e avere il carisma per guidare un culto. Beto è un talento naturale”.

Il casting a Città del Messico ha prodotto risultati spettacolari. Alcuni dei migliori attori messicani, incluso Damian Alcazar (‘Cronicas’, ‘The Crimes of Padre Amaro’) aderirono al progetto. “Damian aveva vinto il premio dell’Accademia Messicana due volte per il suo incredibile lavoro. Siamo stati così fortunati ad averlo nel ruolo di Ulises. È un maestro”.

Girare al “confine”…

La produzione si è sviluppata tra Città del Messico e Los Angeles. È stata una produzione internazionale, nel senso più ampio: bilingue, multiculturale, in cui ogni individuo era coinvolto. “Abbiamo girato nella stazione della polizia di Tijuana e vi assicuro che ci sono poche cose più spaventose!” scherza Berman. “Tijuana è straordinaria. I colori, l’atmosfera! Che ci crediate o no, non ho parlato molto spagnolo e tutti ti davano una mano. Sono davvero grato al cast tecnico messicano per avermi aiutato molto nel superare la barriera linguistica. Per ultime abbiamo girato le scene di TJ, incluse le location di Tecate ed Ensenada. Le città ci hanno accolto, la produzione ha proseguito senza intoppi né difficoltà”.

L’aspetto….

“Avevo suggerito ad inizio progetto di utilizzare un procedimento particolare per il film. Lo scopo era quello di avere colori saturi, contrasti forti contemporaneamente a neri ricchi e ad una grana perfetta” ci spiega Scott Kevan. ‘Il confine messicano è una zona già particolarmente ricca di colori; questa tecnica avrebbe solo drammatizzato il tutto”. Berman aggiunge “Io e Scott abbiamo discusso molto su questo punto per cercare di trovare la soluzione migliore, per creare un film con sensazioni crude, non definite, grana grossolana, primitiva, imperfetta…Ogni scena deve essere a servizio della storia e mettere il pubblico al centro dell’azione”.

Gli effetti

Borderland ha avuto bisogno di numerosi sforzi per creare effetti visivi realistici e terrificanti… Greg Nicotero e Howard Berger della KNB’s, che hanno lavorato a ‘Cabin Fever’ sono stati bravissimi. ‘Non abbiamo avuto bisogno di cercare altre persone, sapevamo che erano loro due quelli giusti” dice Moews. È difficile creare un effetto realistico attraverso il digitale. Crearselo con trucchi ed effetti sul set stesso permette di dare un peso ed una fisicità molto più realistica. Credo che il pubblico rimarrà stupito di quanto sembreranno reali alcune scene. Ci sono film con particolari molto più crudi, ma il nostro intento non era avere un riconoscimento per la violenza. Volevamo che il film fosse il più credibile e terrificante possibile. Per esempio, abbiamo girato la scena iniziale di tortura, dal punto di vista soggettivo del poliziotto, aggiungendo estremo realismo al tutto”.

La Colonna Sonora

“Borderland è la prima colonna Sonora curate da Andre Levin” dice Berman orgoglioso. “Levin è un artista di successo, che combina diversi background artistici ed umani. Proprio per questo, dire che Andre è un musicista latino è assolutamente riduttivo. Andre non ha paura di sperimentare e di continuare a provare finché non ottiene il risultato che vuole. È stato bravissimo a rendere perfettamente con le giuste note il terrore profondo, e la bellezza ed il mistero della vita di confine…”.

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