Una compagnia di attori d’avanguardia cerca di raccontare l’Olocausto tramite una rappresentazione multimediale. Il regista, Abele, richiama da Parigi l’amica Clara, la quale ha realizzato un documentario-intervista su una sopravvissuta della shoah. Per Clara non sarà facile entrare in completa sintonia artistica con Abele: lui è a favore di un’antispettacolarizzazione dell’evento e addirittura eliminerebbe il concetto di personaggio; lei propende per una struttura drammaturgica più tradizionale. Ma il vero conflitto per Clara è quello umano: la rappresentazione si terrà a Trieste, dove la donna dovrà combattere contro i fantasmi del suo passato. Il secondo lungometraggio di Jean Sarto (pseudonimo di Giancarlo Sartoretto) è un film abbastanza complesso. Dal punto di vista della messa in scena, si presenta come una sorta di continua “messa in abisso”, una continuo fondersi delle rappresentazioni mediali. È un film che parla di una rappresentazione teatrale multimediale basata a sua volta su un romanzo, su materiale fotografico, su interventi video. Questi vari livelli emergono di tanto in tanto, senza soluzione di continuità: gli attori un attimo prima si trovano a guardare in macchina, diretti verso lo spettatore, poi subito dopo si rivolgono agli altri personaggi, cambiando improvvisamente livello diegetico. Una sorta di teatro volutamente filmato, con buona pace dei critici francesi dei Cahiers di Cinema che negli anni Sessanta, sotto l’egida teorica di André Bazin, fecero di tutto per demolire questa pratica. Ma in tempo di appiattimento televisivo, un tale tipo di messa in scena (comunque arricchita da riferimenti al documentario e alla finzione cinematografica tradizionale) risulta piacevolmente controtendenza, nonostante una certa fatica. Dal punto di vista narrativo, invece, il film si snoda su un doppio binario tutto sommato tradizionale che, partendo parallelo, giunge ad uno scambio verso la metà del film. Da un lato c’è la vicenda della compagnia, il cui scopo è riuscire a portare in scena un qualcosa di profondamente irrappresentabile come l’Olocausto; dall’altra, la storia personale di Clara, che invece deve affrontare il fantasma di un padre mai conosciuto, che vive proprio lì dove avrà luogo la rappresentazione. Quindi il nocciolo non è tanto la problematicità di una qualsiasi rappresentazione dell’Olocausto (Abele chiede a Clara se “vuole davvero rifare una versione teatrale de ‘La vita è bella’”) quanto la fusione del particolare con l’universale. Clara ha filmato e conosciuto la storia di Tosca, una donna che sopravvive all’Olocausto ma perde il figlio; lei non ha mai conosciuto il padre, che capirà avere delle responsabilità storiche nella shoah. Due storie singole che riducono l’orrore, la tragedia? Come sostiene Abele, gli eventi parlano da soli, non c’è bisogno di un personaggio, possono anche essere riletti con una voce neutra? La riflessione è interessante, e la propensione di sceneggiatore e regista a focalizzare l’attenzione su Clara (in parallelo con Tosca) lascia intendere che anche chi è stato toccato anche solo tangenzialmente da una simile tragedia deve per forza di cose fare i conti con la memoria. Detto questo, il film può dirsi riuscito? Sicuramente ci troviamo di fronte a un film ostico, non sperimentale ma a tratti arduo, nonostante la breve durata. Richiede un’attenzione costante pur nella semplicità di una trama. Alcune trovate registiche (flashback un po’ forzati, un particolare uso della dissolvenza in nero, punti di visione bizzarri) lasciano decisamente spiazzati e hanno il sapore di formalismo. Se le dinamiche del teatro sperimentale sono riprodotte molto bene, per lo spettatore alcuni passaggi potrebbero comunque sembrare eccessivamente ampollosi o sin troppo cerebrali. Buone comunque le interpretazioni (ottimo Tony Allotta, difficile spezzare l’impegno di un film del genere), paradossalmente un po’ troppo teatrale la pur brava protagonista Galatea Ranzi, e un finale decisamente azzeccato. Non per tutti i gusti, ma una voce molto particolare su un brano di Storia così doloroso. Italia 2009 Regia: Jean Sarto Soggetto e sceneggiatura: Monica Rapetti Direttore della fotografia: Aldo di Marcantonio Scenografia e costumi: Erminia Palmieri Montaggio: Patrizia Ceresani Musica: Alessandro Molinari Suono: Michele Tarantola Produzione esecutiva: Caro Film s.r.l. Produzione: Dream Film s.r.l. Durata: 80 minuti cast: Galatea Ranzi (Clara), Vitaliano Trevisan (Abele), Gordana Miletic (Tosca), Fulvio Falzarano (Claudio), Viviana Di Bert (Gigliola), Alessandra Battisti (Franca), Tony Allotta (Filippo), Paolo Summaria (Fabrizio), Dino Castelli (Padre di Clara). Distribuzione: Caro Film s.r.l.
Dall'altra parte del mare, in sala dal 27 Marzo
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