Il canto di Paloma, da ieri al cinema

Il canto di Paloma, da ieri al cinema

“C’era una volta una patata”. Per quanto strano possa sembrare, anche questo sarebbe potuto essere un valido titolo del film. “Il canto di Paloma” è un...

“C’era una volta una patata”. Per quanto strano possa sembrare, anche questo sarebbe potuto essere un valido titolo del film. “Il canto di Paloma” è un film profondo, riflessivo, lento (anche troppo), ma attento alle sfaccettature della vita e di conseguenza anche a quelle della morte. La patata, oltre ad essere uno dei principali figuranti dell’opera, sembra anche essere una degna metafora del film stesso. Della patata conserva le ruvidità (che in questo caso sono quelle della vita), lo strato di terra che la fa nascere e la avvolge (che la sporca e assieme la radica profondamente al quotidiano), e quella straordinaria difficoltà a fiorire. La stessa protagonista nasce dalla terra macchiata di sangue e morte e imparerà gradualmente che il suo scopo è tendere verso quella tanto difficile fioritura che vuol dire liberare definitivamente il suo corpo e la sua anima dalla paura. Ogni elemento sembra voler racchiudere la inconsistente meravigliosa pesantezza del vivere. Diamo ora un’occhiata alla trama: tutto inizia con la morte della madre di Fulvia che, attraverso il canto, ricorda alla figlia (una giovane e bella ragazza peruviana) di essere stata allattata con “il latte del dolore” perché nata e cresciuta negli anni Ottanta, periodo in cui il Perù era in condizioni deprecabili a causa del terrorismo e in cui violenza e stupri facevano parte della quotidianità. Fausta vorrebbe dare alla madre un degno funerale ma i soldi della famiglia vengono spesi per l’imminente matrimonio della cugina. Lo zio le impone al contempo di seppellire sua madre prima del matrimonio. Per racimolare qualche soldo Fausta comincia a lavorare come cameriera presso una ricca pianista. Durante tutta la storia Fausta mantiene celata dentro di sé una patata, che si è inserita nella vagina in seguito al terrore trasmessole dalla madre riguardo agli stupri, che le servirebbe in caso di aggressione a “allontanare con lo schifo gli schifosi” e che ha preso a germinare dentro di lei. Fanno da sfondo un Perù povero (più specificamente la città di Lima, dove Fausta vive), e la ricchezza dei quartieri alti (dove la ragazza lavora). La strada percorsa da Fausta esprime un sussurrato desiderio di guarire, di liberarsi dal latte infetto che l’ha privata della spensieratezza e della voglia di vivere. Il film riesce a dare un acceso spaccato di Lima, a raccontare della storia di chi il terrorismo non l’ha vissuto ed è comunque costretto a subirne le conseguenze (ciò vale alla pellicola il patrocinio di Amnesty International), a impressionare con il fascino dello sfondo e il realismo dei personaggi (ricordiamo anche che la maggior parte degli attori non sono professionisti) e a sconcertare con le sue asprezze narrative e stilistiche. In aggiunta ci sono i canti, le leggende, la magia di un contesto affascinante nella sua sprezzante voglia di sopravvivere al nuovo millennio e imbarazzante nel goffo tentativo di seguirlo (ad esempio le foto di matrimonio dietro sfondi finti sono sicuramente degne di nota). In tutti questi aspetti il film è efficace e centra il bersaglio, se pure procedendo con ritmo eccessivamente blando. Dove la pellicola manca, a mio parere, non è dunque nel raccontare della ruvidità della scorza, delle protuberanze ramificate e sgradevoli che macchiano adeguatamente il film. Il suo punto debole è proprio il tanto agognato momento di fioritura. Il risvolto positivo appare troppo isolato, confinato in un momento che sembra quasi staccato dal resto dell’opera, conseguenza quasi avventata di una storia con un ritmo radicalmente diverso. Degni di nota sono la regia (e il proporzionale avvicinamento della macchina da presa diretta efficacemente da Clauda LLosa), le capacità espressive della protagonista (abile a trascinare lo spettatore nella sua snervante ritrosità) e le musiche (nostalgiche, accorate, sentitamente espressive della storia dei personaggi). Adorabile il frammento di Fausta che sorride davanti ai cartoni animati. In complesso un buon film, non adatto al pubblico alla ricerca della sola distensione ma consigliato a chi nel cinema desidera trovare anche un sano momento di meditazione su se stesso e sugli altri. In questo caso si tratterebbe di guardare in uno specchio, più o meno distorcente a seconda dei momenti, e soprattutto a seconda della capacità e del desiderio dello spettatore (e non dello specchio) di riflettere.

A seguire la visione del film si è tenuta la conferenza stampa alla presenza della regista Claudia Llosa e di Riccardo Nuri di Amnesty International.

D: Capire questa storia,questa condizione, questa sindrome della "teta asustada" quanto fa parte della sua vita e quanto ne è venuta a sapere per storia altrui R:(Llosa): Innanzitutto grazie per questa accoglienza qui in Italia che veramente mi sorprende. Per quanto riguarda la domanda il conflitto in Perù nato dal terrorismo, ha colpito in modo molto più violento e forte la zona andina rispetto alla capitale. Soltanto negli ultimi anni del conflitto ha raggiunto anche la capitale Lima dove io sono nata, cresciuta e dove ho vissuto buona parte della mia vita. Per questo diciamo che è piuttosto impossibile paragonare il danno che il terrorismo e il conflitto hanno avuto nella zona delle Ande rispetto alla capitale. Questa sindrome è una sindrome reale che esiste ed è forte nell'immaginario andino ma non è così verbalizzata o esplicitata nella capitale a Lima. Non se ne parla apertamente sebbene esistano dati scientifici a suffragare l'evidenza di questa sindrome. Non se ne parla per paura, per paura anche di una forma di stigmentazione. Per me è stato difficile trovare anche solo degli studi che parlassero di questa malattia e di altre malattie collegate alla guerra. Io ho vissuto il conflitto nell'età della adolescienza, gli aspetti più personali preferisco tenermeli per me, ma posso dire che all'epoca Lima vivena una situazione di grande terrore. Mancava l'acqua, la luce, c'era il coprifuoco e questo per un adolesciente è terribile, perchè l'adolescienza è il momento in cui uno vuole uscire, incontrare gente riconoscersi negli altri e invece quello che ti dicevano era stai attenta, non lo fare, non uscire. Comunque non era questa la storia di cui volevo parlare nel film. La storia del film è la storia di Fausta che riceve la guerra come forma di eredità atavica dalla madre e non la vive direttamente ma la vive tramite il corpo di sua madre.

D: Perchè Amnesty international ha deciso di patrocinare questo film? R:(Nuri): Nella risposta di Claudia ci sono le ragioni per cui Amnesty international ha deciso di dare il proprio patrocinio a questo film,di contribuire a promuoverlo e spero a fargli avere un grande successo di pubblico. Non è il primo film che Amnesty patrocinia,ma devo dire che non fa parte dei film di denuncia sui diritti umani, ma fa parte dei film di messaggio e manda un messsaggio di speranza. Le conseguenza della guerra e in particolare di quel fenomeno che è quotidiano e tipico delle guerre che è lo stupro, sono conseguenze di lunghissimo periodo. C'è questa immagine di cui parlava Claudia che è molto potente, il ricevere la guerra, le conseguenze della guerra , la sofferenze, il dolore, la violenza attraverso il latte materno ed è qualcosa che è comune a migliaia, decine e forse centinaia di migliai di figlie e di figli dello stupro che in questi ultimi decenni terribili hanno portato le conseguenze di questi conflitti dal Rwuanda alla Bosnia al Darfur, dove lo stupro è statoconsiderato un arma di guerra. e il perù non ha fatto eccezione , in termini generali il conflitto è durato 20 anni, ma ha avuto un pregresso e qualche piccola conseguenza. La storia di Fausta accomuna moltissime donne in un paese nel quale nonostante i miglioramenti e nonostante uno dei presidenti chiave di quel ventennio maledetto sia stato condannato in primo grado a oltre vent'anni di carcere dalla corte più grande di quel paese., c'è ancora violenza, c'è discriminazione nei confronti delle donne, c'è un tasso molto elevato di mortalità materna, quindi c'è una situazione di diritti umani che continua a preoccupare. Detto questo però è un film che noi siamo ancora più contenti delle altre volte di patrocinare perchè da un messaggio di speranza: per quanto la guerra sia terribile, per quanto la violenza sessuale sia terribile, per quanto le conseguenze siano su un lungo periodo ce la si può fare. io spero di vedere nei prossimi anni film dedicati, belli e poetici come quello di Claudia.

D: La sindrome della Teta asustada" come è presente nella cultura peruviana? R:(Llosa):E' un tema senz'altro molto complesso che puo essere visto da più punti di vista. Ci sono psicologi e psicoanalisti che accettano questa malattia, sebbene riconoscano anche di non aver la possibilità di trattarla con i loro mezzi, con i mezzi della loro professine, ma piuttosto l'unico modo di affrontarlo e quello di usare i paletti dell'universo mitico andino per comunicare con le vittime. Altri, invece, credono che appartenga esclusivamente alla sfera del mito e della leggenda. Dipende effettivamente dal tipo di posizione e di atteggiamento che si vuole assumere. Io ho accettato il fatto che si tratti di una sindrome reale, sebbene, come avviene nella famiglia di Fausta, non si capisce esattamente cosa succede al paziente, la famiglia però la protegge ha cura di lei, hanno cura delle persone che ne soffrono per tutta la vita. Io ho voluto fare la stessa cosa. Ovviamente è un tema complesso come è complesso tutto quello che rientra nella sfera del simbolo, del mito, però quello che ritenevo importante era poter parlare di questa sindrome come il mezzo di cui si puo avvalere un popolo in modo da poter usare il suo folklore, i suoi canti, le sue parole anche a livello inconscio per parlare di qualcosa che l'ha fatto soffrire, qualcosa che non riesce ad afferrare. Attraverso questi mezzi è possibile arrivare ad una forma di riparazione simbolica. Il film voleva fare proprio questo : passare dalla sfera dell'incosncio, di canti cantati a se stessi quasi sussurrati, a una forma più consapevole , infatti Fausta alla fine riuscirà a cantare a voce alta e attraverso questo canto riuscira anche a disfarsi di una parte della ferita che porta dentro.

D:Il film presenta anche qualcosa di misterioso e lontano dalla nostra cultura, questo mondo di feste nuziali cosi colorate cosi sgargianti piene di canti e danze. Quanto c'è di reale e quanto c'è di aggiunto,manipolato? R:(Llosa):Anche a Berlino mi hanno fatto la stessa domanda. Mi chiedevano se mi fossi inventata il fatto che ci siano questi matrimoni fatti tutti insieme, invece no, è un atto popolare molto molto praticato nel mio paese. E poi nell'insieme del film è difficile discernere tra realtà e finzione. Per me la vera sfida consisteva nel come organizzare questi elementi di realtà, come il viaggio del defunto che viene riportato al suo paese o quello della sindrome della teta asustada, con degli elementi magari più di finzione, come il fatto di introdursi una patata nella vagina. L'importante era come tessere tutti questi elementi insieme che rendessero il tutto verosimile per lo spettatore.

D: Sembrerebbe che queste comunita vivono un grande isolamento, culturale oltre che geografico, sono ancora molto vicine alle loro radici. Siamo abituati ormai a vedere film che arrivano dai più remoti angoli del mondo dove però c'è sempre la televisione, c'è sempre una cultura globalizzata che invade e devasta culture pre esistenti, qui sembrerebbe di no, fa l'altro c'è il problema del doppio registro linguistico quechua e spagnolo. cosa c'è di reale e cosa di costruito in questa rappresentazione? R:(Llosa):Questa lotta tra la modernità e la parte più ancestrale è presente e ricorrente in tutto il film,ovviamente c'è proprio il bisogno che il mondo andino non scompaia e proprio nel canto e nella lingua quechua è quasi una lotta per esser presenti per esserci. Il mondo che io rappresento vive nella modernità però allo stesso tempo usa il suo passato ancestrale per sopravvivere. Il mio popolo, il popolo andino è anche molto creativo,capace di affrontare i problemi attraverso l'unione e la capacità di riconoscersi nell'altro. Tutto il film vuole essere un invito alla comunicazione, al dialogo fra le culture. In una delle ultime scene del film Fausta dice al madre di aprirsi al mare guardare oltre. E' vero queste comunità vivono molto isolate perche la capitale Lima ha sempre voluto dare un po le spalle a questo processo, non ha mai voluto guardarsi allo specchio e questo forse è il nostro problema .

D:Fin dalla prima stesura c'era l'idea di chiudere la storia con la scena del mare o avete sentito l'esigenzza di un'immagine finale più diretta? R:(Llosa): Si la scena finale è sempre stata un po in dubbio,io amo parlare con la mia troupe e prendere decisini con loro, ma difendevo e sostenevo la necessità di girare quell'ultima scena, quella con il fiore della patata. Una scena per niente facile da girare perchè questo fiore fiorisce solo fra le13 e le 14, però mi è servito a risolvere un'altra parte del problema del conflitto del film, cioè quello della sessualita.perchè non apparisse solo come elemento di oltraggio e di violazione, ma volevo vedere anche l'altra parte della sessualita quella dello scambio fra due elementi diversi e in questo poi rientra anche il discorso della cultura di due culture diverse.La domande era è possibile un coito felice? è possibile un incontro reale?e questo attraverso la figura del giardiniere e del suo rispetto è stato possibile . Mi sembrato che potesse anche risolvere in un modo molto scenografico. Però non ho iniziato a scrivere la sceneggiatura con un finale felice gia in mente, ne con un idea di grande speranza dovevo rispondere alla domanda:c'è la possibilità di riprendersi dalle ferite?e ho voluto cercarlo reale e realista non dandomene un idea presupposta

D:Lei haanche collaborato alla parte sonora del film. Le canzoni di Fausta le ha scritte lei? R:(Llosa): Io ho scritto come parte della sceneggiatura anche i testi delle canzoni e poi della melodia se ne è occupata Magaly,propiro per trovare nel suo processo di ricerca una voce da dare a Fausta,ma non volevamo nulla che fosse facilmente ricollegabile con altre forme musicali del Perù.Volevamo una sorta di mantra qualcosa che Fausta ripetesse e che appartenesse soltanto a lei. Un suo modo proprio peculiare di cantare e l'attrice questo modo l'ha trovato e le ha fatto da ponte verso l'interno del suo personaggio.

D:L'attrice protagonista è di una bellezza esagerata anche nel contesto in cui si trova e che nella storia la mette constantemente in pericolo.Come mai questa scelta? R:(Llosa):Magaly ha una bellezza che salta subito agli occhi,ma non è soltato una bellezza fisica, è una bellezza che si trasmette anche attraverso la pelle, lo sguardo è come se magari usasse il suo corpo per dire tutte le cose che deve dire e questo non succede sempre ne è caratteristica fissa di una bella donna. Per questo ho deciso di intraprendere questo viaggio con lei, una donna molto generosa e con una certa sensibilità nell'accostarsi ai personaggi,sebbene lei sia una persona molto diversa dal personaggio di Fausta, è una donna molto coraggiosa, io con lei affronterei qualunque cosa. La bellezza aiuta anche a raccontare le cose più difficili e il tema era già duro. In un certo senso c'ha anche aiutato ad affrontare il tema del film e a renderlo più comprensibile.Ho cercato di farlo in tutti i dettagli anche nella goccia di sangua che esce dal naso, volevo che sembrasse quasi una goccia di caramello.

D: Le piace il titolo italiano del film? R:(Llosa): In italiano mi piace moltissimo, perchè racchiude l'essenza del film, che è un canto di libertà come quello della paloma ed è anche indicativo di ricerca e speranza. Credo che ogni cultura abbia i suoi codici e quello che è chiaro in perù, magari in altri paesi non sarebbe arrivato con la stessa immediatezza. In perù quando si parla della teta asustada si capisce subito di cosa parli , ma ovviamente in altri contesti non sarebbe stato cosi. Mi piace che la gente che ha deciso di appoggiare il mio film e di farlo conoscere si avvalga di tutti i modi e di tutte le possibilita per farlo arrivare.

D:in questo film si percepisce una dominante femminile e in particolare le figure maschile ne escono un po piatte e squallide.percepisce un'anima femminile nel Perù di oggi? R:(Llosa):Io ho cercato di rappresentare in anima e corpo tutti i personaggi del film e credo che il personaggio di Fausta trovi l'equivalente in quello di Noè, ma anche in quello di suo zio.Suo zio che l'accompagna,l'aiuta, la rispetta e rispetta la sua volontà nonostante non capisca quello che Fausta vuole fare, ma capsice la sua anima e il suo desiderio.Ci sono personaggi due maschili e due femminili che accompagnano Fausta in questo processo. Il film mostra la capacità quasi maschile i capire il problema della donna più di quanto non siano in grado di fare le donne rispetto alle donne. Credo di aver cercato di dare profonità a tutti i personaggi. Io non credo al genere come forma di espressione di un paese,si complementano a vicenda.Se non accettiamo questo non si possono accettare altre culture e se non si accetta la differenza di genere verrebbe a mancare il processo di comprensione.

D:Chi è l'attrice che interpreta la pianista? R:(Llosa): L'attrice si chiama Susy Sanchez è spagnola e l'ho ammirata moltissimo perchè ha accettato di venire due mesi in perù per imparare l'accento.Il fatto dell'accento è molto importante. Nei paesi anglosassoni si è abituati ad utilizzare l'accento per capire la provenienza e per indicare la società.Nel mondo spagnolo non siamo abituati a questo. Credo sia importante che un attore impari a parlare con più accenti.

D:Il cast è completamente di professionisti? R:(Llosa):Il cast è un misto, prevalentemente non professionisti ma non solo. Nei cast io mi tengo molto aperta, mi piace poter incontrare l'anima che rappresenta il personaggio. Penso che il mestiere dell'attore sia uno dei mestieri più duri e credo anche che sia un arte innata che poi ovviamente si professionalizza con il tempo e la pratica.

D:Lei è peruviana italiana, quel'è la sua parte italiana? R:(Llosa):Dalla linea materna mia nonna era l'unica di sei filgi nata in Perù, quindi di origini italiana,ma per quanto lei parlasse un perfetto italiano non ce l'ha voluto trasmetere. Imiei antenati venivano da Genova.Sebbene ci sia stato trasmesso un grande amore per l'italia non c'è stata insegnata la lingua, questo credo fosse per un bisogno di appartenere a questa nuova società, d'integrarsi. Io difendo sempre l'importanza di difendere la propria origine.

D:C'è già un progetto futuro? R:(Llosa):Sono già in fase creativa ma in uno stato embrionale, che non mi consente di parlarne. Forse comporterà una rottura rispetto ai film precedenti, vorrei un po allontanarmi dai due film precedenti.

Titolo originale: “La teta asustada”, Spagna/Perù 2008 Regia e Sceneggiatura: Clauda Llosa Direttore della fotografia: Natasha Braier Montaggio: Frank Gutierrez Direttore Suono: Edgard Lostanau Montatore Suono: Fabiola Ordoyo Musica: Selma Mutal Scenografia: Susana Torres, Patricia Bueno Costumi: Ana Villanueva Trucco: Luciana Salomòn Produzione: Jose Maria Morales, Antonio Chavarrias, Claudia Llosa Coproduttori (Spagna): Miguel Morales, Angels Masclans Coproduttore (Peru): Marina Charùn Durata: 103minuti Cast: Magaly Solier (Fausta), Marino Ballon (Zio Lucido), Susi Sanchez (Aida), Efrain Solis (Noe), Barbara Lazòn (Perpetua), Karla Heredia (Severina), Delici Heredia (Zia Carmela), Anita Chaquiri (Nonna), Fernando Caycho (Melvin), Leandro Mostorino (Jonny), Summy Lapa (Chicho), Maxima (Maria del Pilar) Distribuzione: Archibald Enterprise Film.

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