Ci hanno provato. "L'arte non insegna nulla, tranne il senso della vita.", affermava lo scrittore americano Henry Miller. In questo film il senso della vita ancora non c’è, ma è lampante l’anelito, se pure disilluso, ad esso.“Legami di sangue” è un film sicuramente valido, con molto carattere e voglia di fare ma che sa dimostrarsi anche inconcludente e dispersivo.
Alterna tra neorealismo e surrealismo, mancandoli però entrambi e divenendo, così un sogno alienante costruito su una realtà talmente vera da sembrare inconsistente. Questa la trama: il protagonista della storia è Giovanni (Giovanni Capalbo) che, dopo essere uscito dal carcere, dove ha scontato una pena per bancarotta fraudolenta, torna alla sua dimora pieno di speranze ma senza una lira. Nella masseria di famiglia ritrova i suoi fratelli che lo accolgono in maniera contrastante.
Andrea (Andrea Dugoni), un giovane ragazzo down, lo accoglie con affetto sincero sin dal primo istante. Una gentilezza e una gioia più pacata si avvertono nella reazione di Luana (Cristina Cellini), l’unica donna di casa, che nutre in segreto un affetto fuori dal consentito per il parrocchiano del paese (Padre Alberto, interpretato da Alberto Cracco). Peppe (Pino Rugiano), invece, è freddo e scostante (non solo con il protagonista). Quando Giovanni chiede di avere il suo quarto di proprietà, come inizialmente stabilito da suo padre (Arnoldo Foà), si scontra con il complotto di Peppe e del suo amico notaio (Fulvio Cauteruccio). I due, mentre Giovanni era in carcere, si erano messi d’accordo per appropriarsi della terra, fare una richiesta alla Comunità Europea e avere i finanziamenti per creare un’azienda. Nel mezzo di questa disputa si situano la condizione di Andrea (che sceglierà di stare dalla parte di Giovanni) e di Luana (che fa da mediatrice tra i due). Oltre a ciò c’è la storia d’amore di Giovanni con Rosy (Cristina Mantis) e, sullo sfondo, la vicenda di una prostituta di colore con la sua bambina. I pregi maggiori sono le motivazioni, il ritmo, il livello della recitazione e una regia sicuramente buona per essere un’opera prima (nonostante l’eccesso di primi piani, spesso ridondanti e estranianti nei confronti del contesto) e, soprattutto, il coraggio (specialmente in scene come quella del bacio sacrilego o in quella del bagnetto ad Andrea). I difetti principali sono la dispersività e lo sconfinamento col grottesco. Quello che inizialmente è un film sui legami familiari diventa una storia di alienazione sociale così piena di idee da non riuscire a svilupparle in modo completo e esaustivo. I personaggi, per quanto ben caratterizzati, non sono altrettanto ben costruiti nei loro legami con la società. Possibile che siano tutti alienati? Luana e Andrea sono due reclusi totalmente dimenticati dal mondo. Peppe è un egocentrico opportunista, il suo unico confidente è il notaio che lo considera un rompiballe. Giovanni, intraprendente quanto smaliziato, più che un sognatore sembra un approfittatore con i modi giusti, rapido sia nel conquistare che nell’abbandonare le donne. Nessuno sembra avere davvero amici e, a parte il legame tra Giovanni e Andrea (autentico?), nella stessa famiglia nessuno ha davvero intenzione di stare con l’altro. E ai personaggi secondari non va tanto meglio. Meno male che di solito nei piccoli paesi ci si conosce tutti, se no avrebbero sicuramente sofferto di solitudine. Non c’è un personaggio, principale o secondario, senza un dramma enorme sulle spalle (altro eccesso di teatralità). Ma la pecca più grande, a mio parere, è non aver dato sufficiente voce allo sfondo. La sceneggiatura ha portato la prospettiva del quadro a racchiudersi sempre di più su un punto troppo specifico e caricaturale per consentire la partecipazione e troppo vago per sforzarsi di arrivare a una soluzione del problema. Nonostante questo, mi sento di consigliare la visione del film che, in ogni caso, il prezzo del biglietto lo vale tutto. Questo perché sono poche le pellicole che, oggi, si sforzano di trattare temi come questi, specialmente in maniera così ardita, e perché riesce comunque a non annoiare grazie al suo coraggio e alla sua mancanza di retorica. Ma la motivazione principale per cui consiglio di vederlo è che si tratta di un film italiano indipendente a basso budget costruito da persone cariche di motivazioni e con idee originali che, se anche non hanno raggiunto il massimo, spero e credo non perderanno l’occasione di riprovarci.
Dopo la proiezione del film ha avuto luogo la conferenza stampa a cui hanno partecipato Paola Columba, Fabio Segatori e diversi attori del cast. La cornice dell’evento è stata la Casa del Cinema di Roma.
D: Da dove nascono le storie che avete raccontato e a cosa è dovuta la scelta delle località? R: Paola Columba: La storia che abbiamo voluto raccontare prende spunto anche dalla realtà. Quando ci siamo trovati in Piazza Armerini abbiamo assistito a un litigio in cui un uomo inseguiva la sorella con un fucile. Oltre a essere ispirata a questi fatti la storia è stata scritta pensando e lavorando con gli attori. Capalbo viene ad esempio da un’esperienza contadina. Poi c’è il tema economico che a mio parere è trasversale, indipendente dal patrimonio. Il finale è un pò estremo ma succede accada anche questo nella vita. Era nostro interesse documentare le cose che accadono nella realtà e i sentimenti che suscitano. Questi fratelli si vogliono bene e questo suscita anche più contrasto. R: Fabio Segatori: L’Italia è ancora contadina a differenza di quanto ci raccontano le fiction. La gente poco fuori da Roma, non extracomunitaria, vive senza bagno e non solo al meridione. Facciamo finta di essere Europei. Questo è un film indipendente. Non siamo passati dalla Rai o dalle commissioni varie del ministero e quindi non abbiamo smussato gli accenti di realismo. Ad esempio la scena del bacio al prete o quella del bagnetto tenero e incestuoso sono scene che nella fiction non si vedono. Avete visto la campagna italiana? Quello è un posto dove la gente vive davvero e abbiamo girato là. Per questo abbiamo distinto tra realtà e reality. R: Paola Columba: Vi è anche una contaminazione tra due mondi, il mondo della comunità europea, dei cellulari, e quello contadino.
D: Qual è stato il costo del film e c’è un filo rosso, legato al produttore, che prevede una certa idea di spettacolarità? R: Paola Columba: Il film l’abbiamo scritto insieme, e anch’io vedo cinema che abbiamo solo lo scopo di intrattenere, abbiamo cassette e cassette di Jackie Chan e a me piace anche guardare film come Die Hard. R: Fabio Segatori: Lavorare su cose impegnative non vuol dire annoiare. Il nostro lavoro è stato anche il rendere entertaining attraverso un lavoro grosso sui personaggi. Siamo un gruppo di lavoro. Il film è scritto sugli attori, l’inflessione dialettale, ad esempio, è quella degli attori. Tutti gli attori vengono dal teatro. Non volevamo però fare un film teatrale. R: Paola Columba: Non volevamo fare un film teatrale. Ci sono molte cose che abbiamo imparato dal teatro, la costruzione del personaggio, il rispetto del testo. Partendo già dall’esempio e dallo studio di Grotowskj. Le nostre priorità sono state il film, il prodotto. Non si faceva a spallate tra gli attori.
D: Facciamo ora parlare gli attori, tramite almeno un intervento a testa. R:Cristina Cellini: Condivido quello che è stato detto fino adesso. Il film è stato girato in soli 24 giorni grazie alla preparazione e al lavoro sul copione importante e significativo. Lavoro che da attrice dà moltissime soddisfazioni, si impara a riscrivere il personaggio attraverso l’interpretazione. Ci ha aiutato una location veritiera. Quella era una casa vecchia di trecento anni, senza riscaldamento né roulotte per gli attori. Lavorando dalla mattina fino alla sera tardi. Anche un attore come Arnoldo Foà si è prestato a un qualcosa fuori dal comune.
D: Fabio Segatori: Vorrei ora far parlare Joe Capaldo che ha lavorato con Abel Ferrara, Mel Gibson e Peter Greenway e ora ha provato un’esperienza differente di lavoro… R: Joe Capaldo (GIOVANNI): Venendo da una famiglia contadina di nove figli, di cui io ero il settimo, a 19 sono venuto a Roma in cerca di avventura, ho la capacità di adattarmi da una vita povera a un albergo a cinque, sei o sette stelle, se esistono. Grazie alle mie origini e alla mia famiglia che mi ha sostenuto. Sul set di the Passion ognuno aveva una sua roulotte personale ma è una cosa che per me ha poca importanza. Questa è una storia di legami di sangue ed è stata un’esperienza molto forte. Venendo da Greenaway, Ferrara, Gibson, mi sono chiesto cosa mi stesse accadendo. Poi ho capito che non mi stava accadendo proprio niente, ma che avevo i piedi ben piantati per terra. E’ l’esperienza la cosa più importante da ogni lavoro. Il lavoro è stato fatto grazie a una scrittura rigorosa. Ho avuto un discorso con Mel Gibson che diceva che queste sono storie degli anni venti, io gli risposti che sono storie degli anni sessanta e settanta. Anch’io vivevo in quaranta metri quadrati. R: Fabio Segatori: Volevo rispondere alla richiesta del costo del film. E’ stato di 350.000 euro.
D: E’ faticoso produrre un film come questo? R: Fabio Segatori: Dieci anni fa ho fatto “Terra Bruciata” la mia opera prima, con tanti problemi, dalle riprese in elicottero a quelle subacquee. La mia seconda opera aveva una troupe di settantanove persone, era coprodotto da Rai Cinema che poi è sparita. Il titolo del film era Hollywood Flies, aveva un cast internazionale. In Italia non l’hanno neanche fatto uscire mal’esperienza mi è servita in tante cose. In questo film non c’era la barriera linguistica, abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi molisani, una troupe che faceva documentari che ci ha aiutato. Il film è stato proiettato anche a Los Angeles, e guardando su uno schermo grandissimo ho capito che ha una capacità fotografica che può tenere il grande schermo. “Ci vuole vita”, diceva Stanislavskij” Dai discorsi precedenti emerge che il problema maggiore per questi film è la distribuzione, con che cosa ci si scontra? Il problema è la politica, è tutto strozzato da un imbuto, tutto gira attraverso il ministero. Fin quando questo cancro attanaglierà la libera imprenditoria (noi avevamo messo soldi nostri, avevamo trovato i finanziatori etc) ci si scontrerà sempre con la politica, bisognerà fare tutto con le telefonate. Questo è un film fatto senza telefonate, non ci sono raccomandati. R: Paola Columba: Poi le telefonate su internet le abbiamo sentite tutti. Comunque non vogliamo fare polemiche e continuare a lavorare così.
D: Fabio Segatori: Ora vorrei far parlare Andrea Dugoni. Più di dieci persone mi hanno chiesto se il personaggio del film fosse interpretato davvero da un down ma poiché non ci piace fare queste speculazioni abbiamo chiesto a un attore di interpretare questa parte. R: Andrea Dugoni (ANDREA): Ho amato moltissimo questo personaggio, ho cercato di essere ricettivo al massimo per capire quali fossero i problemi. Comunque è la terza volta che vedo questo film e non posso fare a meno di commuovermi quindi penso sia riuscito. R: Cristina Mantis (ROSY): Rosy è una donna che aveva sofferto molto e quando Giovanni torna lei aveva già rinunciato alla sua vita. Era difficile beccare questa dimensione uscendo dall’allegria che ci circondava nella lavorazione, ma ero facilitata dalla scrittura. C’è stato un grande lavoro sul personaggio insieme al regista e agli altri attori. In qualche momento si entrava quasi in uno stato di trance. Si è creato un neorealismo forte legato anche all’onirico. Il paese in cui abbiamo girato, Casacalenda, è stato straordinario, tutti erano partecipi al punto da farci sentire parte di quel paese.
D: Il film era talmente carico di neorealismo da diventare surreale. Come fosse un “Fascino discreto della borghesia” spostato in ambito contadino… R: Fabio Segatori: Credo che parlando di Bunuel lo si possa più accostare a “Las Hurdes”.
D: Credo il momento più alto del film sia stato quando Cristina mette la coperta alla prostituta e alla bambina. Ho trovato Cristina eccellente. Sono felice di poter constatare che anche in Italia gli attori abbiano la possibilità di fare questo tipo di preparazione prima del film … R: Fabio Segatori: Noi gli attori li scegliamo di persona, mentre in Italia spesso si mandano giovani assistenti senza esperienza a fare questo lavoro. Non siamo lì, c’è da lavorare per fare le cose fatte bene. R: Fulvio Cauteruccio (il notaio): Normalmente faccio teatro, ho una mia compagnia, ho fatto “Un posto al sole”, “La Squadra”, “L’uomo della carità” e la velocità è quasi la fabbrica della parola. Io vengo sicuramente più da Gassman che da Grotowskij. E’ stato utile lavorare sul personaggio, spesso invece c’è un po’ di cialtronaggine con il solito modo di fare del “Bona la prima”.
D: Il Film è uscito negli Stati Uniti? Dove e quando? R: Fabio Segatori: Abbiamo proiettato il film a Los Angeles e la gente si commuoveva. Hanno deciso di far uscire il film a New York, a Philadelphia e a Los Angeles. La distribuzione è stata rimandata in attesa della distribuzione italiana ma abbiamo già i contratti pronti. Arnoldo, che non è potuto intervenire, manda un messaggio: Io ho visto il film e mi sono emozionato. Parlatene, i film ben fatti devono essere visti! R: Alberto Cracco (Padre Alberto): Io dovevo essere un po’ fuori dal contesto di povertà. Il prete è un uomo di lettere. Mi hanno scelto perché venivo da fuori e non avevo quel tipo di accento. Qualcosa di più signorile e dovevo essere il sogno di Luana. R: Vanessa Galipoli (la Dottoressa): Sono contenta di aver partecipato a questo film anche se in una piccola parte. In Italia ci sono poche registe donne e spero Paola continuerà così. Il film secondo me non è solo la storia di una famiglia ma tratta tanti tematiche, dal frigorifero lasciato in strada alla donna sfruttata. R: Fabio Segatori: Penso ci sia il pubblico anche per questo tipo di cinema, servirebbe un meccanismo che accontenti anche questa fascia di pubblico.
Titolo originale: Legami di Sangue, Italia 2008 Regia: Paola Columba Soggetto Paola Columba Direttore della fotografia: Gianni Mastrovito Montaggio: Ugo De Rossi Suono in presa diretta; Daniele Fornillo Musica: Frank Ilfman Produzione: Fabio Segatori per Baby Films srl durata: 92minuti Cast: Giovanni Cabalbo (Giovanni) Cristina Cellini (Luana) Andrea Dugoni (Andrea) Pino Rugiano (Peppe) e l’amichevole partecipazione di Arnoldo Foà (il padre) e Alberto Cracco (Padre Alberto) e con Cristina Mantis (Rosy) Fulvio Cauteruccio (il notaio) Vanessa Galipoli (dottoressa) Aldo Gioia (negoziante) Distribuzione: Baby Films.
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