“La notte ha voci che, di giorno, la luce rende mute”. E’ un resoconto dettagliato e sorprendente di una piccola realtà avellinese, il nuovo romanzo di Licia Giaquinto ‘La Janara’ (Adelphi). Ai confini tra realtà e fantasia, la scrittrice irpina scruta i misteriosi racconti di incantesimi e pozioni magiche, eventi simbolici e maledizioni impellenti, per portare alla luce le superstizioni che contraddistinguono la vita di una piccola cerchia di persone, unite da un unico ed impercettibile destino: la presenza delle janare. In una terra remota e dimenticata da Dio, dove si vive di stento e di piccole cose, uomini, animali e oggetti si fondono in un unico flusso di avvenimenti su cui aleggia una tremenda abominazione che provocherà morte, dolore e apparizioni misteriose. E’ un racconto duro e a tratti sanguinario quello delineato dalla Giaquinto, che non tralascia particolari cinici e atteggiamenti spietati: nella lotta per la sopravvivenza, che è la vita, tutto è concesso. E’ il racconto di voci che popolano la notte, che svaniscono alla comparsa della prime luci del mattino, voci che solo pochi ‘prediletti’ possono ascoltare ed interpretare. Ma chi sono le Janare? L’irpinia è terra feconda di racconti e leggende popolari in merito. Streghe amanti della notte, indovine, sacerdotesse di Diana capaci di realizzare qualsiasi pozione magica. Le Janare alimentano da anni i racconti di nonni e genitori e un po’ anche i nostri incubi. Alcuni sostengono di averle avvistate di notte ai piedi di un torrente, o in una stalla intente ad intrecciare chiome di mucche o cavalli, altri che siano solo il frutto di vecchie leggende popolari tramandate di generazione in generazione fino ai nostri giorni. Fatto sta che i mille volti delle janare hanno alimentato ed alimentano ancora la nostra vita, rimanendo ai confini tra lecito ed illecito, tra reale ed irreale. Forse hanno cambiato nome, identità, forse oggi operano in modo diverso, ma molti sono ancora fermamente convinti della loro presenza.
Nel suo romanzo Licia Giaquinto ripercorre in maniera decisa la storia di una janara come tante, Adelina, sin da giovane destinata a diventare inevitabilmente una strega al pari della nonna e della madre. Una giovane donna che tenta invano di sfuggire dalla sua sorte, una sorte inevitabile che la perseguita e che l’ha già condannata al momento della nascita. Adelina è un essere solitario, ricacciato dal suo popolo, un essere ai margini della società, con cui nessuno, se non pochi, vorrebbero avere a che fare. ‘In paese uomini e donne l’avrebbero cercata e supplicata di aiutarli nei momenti di bisogno, e poi l’avrebbero evitata come la pesta, incontrandola per strada. E l’avrebbero accusata di ogni disgrazia’. Cacciata da tutti e ripudiata dai suoi ‘simili’, Adelina trova ospitalità nel terrificante palazzo del Conte, il luogo in cui il tempo sembra essersi fermato, la terra rinsecchita,e dove è calata un’eterna maledizione. Il luogo in cui Adelina passerà il resto del suo tempo e della sua vita, aggirandosi per il palazzo come una presenza oscura e misteriosa e osservando lo svanire di ossessioni malate e amori incompresi, l’incombere di eventi catastrofici e il trionfare della morte. Adelina resterà sola, l’unica supersiste e l’unica custode dei terrificanti segreti che testimoniano l’incombere del male nel palazzo: dall’amore incestuoso del conte per la piccole e ‘diabolica’ Lisetta, alle manie del Contino supportate dalla madre sempre pronta a soddisfare i suoi capricci; dall’aleggiare della presenza oscura della Signora che continuerà a torturare la servitù anche dopo il suo suicidio al tremendo segreto di Rosa, unico essere apparentemente puro. E nel palazzo Adelina resterà fino a spegnersi per sempre, indossando un abito bianco, mai destinato a lei, accanto all’unico uomo che poteva rubarle il cuore durante la sua spoglia esistenza. Un uomo con cui condividerà l’unica cosa possibile, la morte e l’eterna maledizione di quell’oscuro luogo in cui ancora oggi i due ‘sposi’ si tengono per mano.
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