Lina Wertmuller, travolti da un insolito cinema

iamo arrivati a quota 13, il Roma Film Festival è nell’età dei “teen” e proprio quest’anno non ci poteva essere un omaggio più giusto con Lina Wertmuller,...

iamo arrivati a quota 13, il Roma Film Festival è nell’età dei “teen” e proprio quest’anno non ci poteva essere un omaggio più giusto con Lina Wertmuller, ragazza per antonomasia, scapigliata per dna, giovane da sempre nonostante l’età anagrafica. Sono particolarmente felice dell’omaggio che le rendiamo quest’anno in un momento in cui, lei sempre attiva e che non ha perso un briciolo del proverbiale smalto, sta finendo di girare il suo ultimo film con la stessa grinta di quando ha cominciato a fare questo mestiere. Lina instancabile, ardita, fiera del suo lavoro, lavoro che ha sempre fatto, fin dagli inizi della carriera, con quel fuoco creativo che accomuna solo i grandi, solo coloro che riescono a tradurre, nel caso di maestri di cinema come lei, in immagini indelebili i sentimenti più reconditi, la grandezza del proprio animo, la propria linfa vitale.

Non è facile parlare di Lina, a volte ci si sente quasi spiazzati dal suo tipo di approccio semplice e diretto, ma poi, conoscendola meglio, ti rendi conto della sua grande e, forse, antica saggezza racchiusa in una personalità carica di risvolti umani incredibili. Lina è un’artista a tutto tondo che ha frequentato tutte le discipline, dal cinema al teatro, dalla letteratura alla musica, imprimendo in tutte le sue prove un marchio di fabbrica che la differenzia dai suoi pur famosi e stimabili colleghi. Nata a Roma da padre lucano e madre romana discendente da una nobile ed agiata famiglia svizzera, si iscrive a diciassette anni all’Accademia teatrale diretta da Pietro Sharoff per proseguire come regista ed animatrice in alcuni spettacoli di burattini, continua la sua carriera professionale collaborando con celebri registi teatrali come Giorgio De Lullo e Garinei e Giovannini. Le sue esperienze di lavoro si estendono sia alla radio ed alla televisione, fino alla sua importante esperienza con Federico Fellini, in veste di aiuto regista, che la vedono impegnata nel film, forse più significativo del regista riminese, Otto e mezzo. Il suo esordio alla regia è del 1963 con il film I basilischi, uno spaccato grottesco con un retrogusto amaro della vita di provincia girato in Puglia, a Minervino Murge, che la pone subito all’attenzione del pubblico e della critica e le fa vincere un premio al Festival di Locarno. In questo film, che vede anche un nostro comune amico, il noto critico di cinema Tullio Kezich, coinvolto nel ruolo inconsueto di produttore succede il finimondo, come lui stesso racconta in questo libro con una simpatica e affettuosa nota su Lina.

Il lavoro di Lina è segnato da momenti importanti, uno dei quali è la sua collaborazione con Giancarlo Giannini a volte in coppia con Mariangela Melato, che apre una stagione di grandi successi con film come Mimì metallurgico ferito nell’onore, Film d’amore e d’anarchia, ovvero stamattina alle 10 in Via dei Fiori nella nota casa di tolleranza, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di Agosto, Pasqualino settebellezze, La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova…si sospettano moventi politici. Proprio quest’ultimo film vede insieme un trio d’eccezione Giancarlo Giannini, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Di Mastroianni Lina Wertmuller racconta in una nota apparsa nel libro “Caro Marcello”, da me curato alcuni anni fa nell’ambito dell’omaggio fatto dal Romafilmfestival, “…nel mio film gli avevo fatto accettare una lunga barba che copriva il bel viso, lui non fece alcuna resistenza sottoponendosi ogni giorno a un trucco lunghissimo e complicato, un altro attore, forse, avrebbe avuto a che dire soprattutto quando si trattava di un sex symbol famoso all’epoca non solo per la sua bravura, ma anche per la sua avvenenza. Marcello caro, Marcello gentile, Marcello unico che si beccò, senza fare bizze da divo, la mia ingombrante barbona.” Lina è stata la prima donna ad essere candidata al Premio Oscar nel 1977, con ben quattro nomination, migliore regia, migliore sceneggiatura, Giancarlo Giannini miglior attore protagonista, miglior film straniero per Pasqualino sette bellezze, la sua trasferta americana, che è documentata da un ampio servizio di Costanzo Costantini riportato in questo libro, la mette a contatto con il mondo cinematografico americano che scopre il suo modo grottesco e particolare di fare cinema. Henry Miller scrive di lei: “Avete mai visto un film di Lina Wertmuller? A mio parere è il miglior regista di qualsiasi maschio.” Un altro sodalizio artistico Lina lo ha creato con Sophia Loren con la quale ha girato oltre a Fatto di sangue… anche la versione cinematografica di uno dei grandi capolavori di Eduardo De Filippo Sabato, Domenica e Lunedì con Luca De Filippo e Luciano De Crescenzo, Francesca e Nunziata con Giancarlo Giannini, Raoul Bova e Claudia Gerini, infine, Peperoni ripieni e pesci in faccia dove al personaggio fiero e combattivo della mater familias interpretato dalla Loren si contrappone quello più accomodante e remissivo del marito interpretato dal premio Oscar F. Murray Abraham. Lina ha diretto, oltre ad alcune icone del cinema italiano come Giannini, la Loren, Mastroianni e la Sandrelli, anche attori stranieri del calibro di Peter O’Toole, Rutger Hauer e Nastassia Kinski nel film In una notte al chiaro di luna, Candice Bergen nel film Fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia accanto a Giancarlo Giannini e Massimo Wertmuller; Harvey Keitel e Angela Molina nel film Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti.

I suoi film sono sempre venati di una forte satira sociale, basti pensare a Io speriamo che me la cavo con una straordinaria interpretazione di Paolo Villaggio o Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica che segna l’esordio di Veronica Pivetti accanto a Tullio Solenghi, Gene Gnocchi e Piera Degli Esposti. Ma il suo cinema comprende anche le ricostruzioni storiche come nel film Ferdinando e Carolina, dove Ferdinando I di Borbone sta per morire, ma i fantasmi del passato non lo abbandonano, compresi quelli positivi di un'infanzia e un'adolescenza prive di preoccupazioni. Un film in abiti settecenteschi, in cui la Wertmüller offre uno squarcio sull'irresistibile forza della giovinezza a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca storica. Ma il sodalizio più importante Lina lo ha con Enrico Job, suo marito nella vita, grande scenografo e costumista, colto e raffinato, vero uomo del rinascimento, umile e disincantato ma orgoglioso della sua competenza, professionista molto apprezzato sia nel teatro che nel cinema, dove debutta quasi in punta di piedi in uno dei rari film di Eduardo De Filippo Spara più forte più forte non capisco. Enrico Job firma alcune immagini indimenticabili dello schermo italiano di tutti i tempi come il bordello di Storia d’amore e d’anarchia…, il lager di Pasqualino Settebellezze, la cucina napoletana maiolicata di Sabato, domenica e lunedì.

Con la moglie Lina, Job firma più di venti pellicole nelle quali la sua presenza è così importante da porre l’accento sulla funzione della scenografia quale elemento primario di ogni spettacolo. Credo che Lina vinca qualunque guinnes dei primati per la lunghezza nella titolistica dei suoi film, alcuni dei quali, una volta all’estero, sono stati cambiati come Fatto di sangue tra due… che è diventato semplicemente Revenge o Travolti da un insolito destino…, di cui è stato fatto un remake con Madonna e Adriano Giannini, nel ruolo che fu del padre, diventato Swept away. Quasi tutti i suoi film riflettono in modo inequivocabile il suo impegno politico e sociale, e quasi tutte le trame tentano di rappresentare i conflitti socio - economici presenti nella storia del nostro paese, non a caso parlando del suo ultimo lavoro in una recente intervista la regista dice: “Il mio prossimo film sarà ambientato a Napoli, si intitola “Mannaggia alla miseria”, e si rifà alla figura e all’opera di Mohamed Yunus, il celebre banchiere e fondatore della Banca dei Poveri, uno che sogna, uno che pensa a una vita non dominata dal consumismo e dal dominio del denaro e vede la semplicità come vera fonte di ricchezza dei rapporti umani e della creatività in senso lato”.

In un’altra recente intervista Lina dice: “Voglio vivere fino a centocinquant’anni. Ed è fondamentale arrivarci al meglio per se stessi e per chi ti sta accanto” e riguardo a qualche piccolo intervento estetico migliorativo dice ancora, “Non penso certo di diventare bella come Sophia Loren, ma credo che una revisione alla carrozzeria sia un dovere verso noi stessi e chi ci sta accanto.” Intendo ringraziare tutti coloro che mi hanno affiancato, con affetto nei confronti di Lina, nella preparazione di questo libro che vuole essere un attestato di grande stima nei confronti di un’artista che occupa un posto di preminenza nel novero dei Maestri del cinema Italiano. E proprio sull’ultima frase di Lina voglio chiudere questa mia piccola nota augurando, ad un’amica preziosa come lei, “lunga vita alla signora”!

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