ono passati quarant’anni da quell’indimenticabile 21 Luglio 1969 quando Neil Amstrong fu il primo uomo a poggiare i piedi sulla Luna. Nell’ambito di un programma triennale con il Museo Civico di Rovereto, iniziato nel 2007, rivolto alla ricerca e all’innovazione nel campo della robotica, la divisione Tyre Machinery del gruppo Marangoni ha costruito una replica del veicolo lunare che nel 1971 fu il primo ad avventurarsi sul satellite naturale della Terra e contribuì all’esplorazione della sua superficie. Concepito con tecnologie che risalivano alla fine degli Anni Cinquanta, il Lunar Roving Vehicle si è poi rivelato una miniera di soluzioni e di concetti validi ed in ogni caso interessanti. La ricostruzione effettuata per fini didattici dai tecnici Marangoni si è basata su materiale tecnico e fotografico forniti dalla NASA e ha richiesto una speciale ricerca documentale e scientifica per armonizzare le informazioni ed alla ridefinizione di un progetto completo. Il veicolo replica sarà esposto nelle sale del Museo Civico di Rovereto in occasione della mostra “Ritorno alla Luna” 21–31 Maggio 2009 e per l’occasione sarà guidato dall’astronauta americano Charles Duke, pilota del modulo lunare della missione Apollo 16, che verrà dagli Stati Uniti per l’inaugurazione. Il Lunar Roving Vehicle (LRV) originale, utilizzato nell’ambito delle missioni Apollo 15 (Luglio 1971), Apollo 16 (Aprile 1972) ed Apollo 17 (Dicembre 1972), era stato progettato per essere trasportato sulla Luna dal modulo lunare delle navicelle Apollo e per trasportare poi campioni di terreno, dati ed astronauti. Utilizzato per la prima volta il 31 Luglio 1971, permise di ampliare notevolmente la capacità di esplorazione della superficie lunare (nelle prime missioni gli astronauti si erano dovuti limitare a qualche “balzo” nei dintorni del modulo lunare). Questi veicoli erano in grado di raggiungere una velocità massima di 13 km/h, ma per motivi di sicurezza (la gravità della Luna è un sesto di quella terrestre), raramente superò i 4-5 km/h. Per contro, proprio la ridotta gravità lunare consentì agli LRV di superare pendenze del 30% e di saltare scarpate larghe anche 70 centimetri: cose pressoché impossibili sulla Terra. Dopo aver svolto il loro dovere, gli LRV furono abbandonati sulla Luna dove si trovano tuttora. Nonostante il loro limitato peso, si preferì infatti trasportare in sicurezza i campioni di rocce lunari raccolte anziché riportarli sulla Terra.
Gli LRV avevano dimensioni paragonabili a quelle di una nostra utilitaria. Costruiti da Boeing e General Motors, non avevano un volante, ma una “cloche” simile a quella degli aeroplani per imprimere la marcia avanti e indietro e la sterzata. Dovendo poi operare in un mondo senza aria e quindi senza ossigeno, erano azionati da motori elettrici da un 0,25 CV ciascuno, alimentato da batterie chimiche con autonomia di 100 chilometri percorsi a piena potenza e montati in corrispondenza di ogni singola ruota. I sedili erano in nailon, sagomati in modo tale da accomodare gli astronauti rivestiti della tuta spaziale e dello zaino portatile di sopravvivenza. A causa dei sobbalzi piuttosto violenti causati dalla bassa gravità lunare, gli astronauti si legavano a cinture di sicurezza molto robuste.
Un sistema di navigazione automatica consentiva ai Lunar Roving Vehicle di spostarsi in sicurezza, evitando soprattutto agli astronauti di perdersi e di dover cercare il percorso di ritorno al verso il modulo lunare (LEM) “Falcon”.
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