The Orphanage dal 14 novembre 2008

Ancora una pellicola fantaorrorifica proveniente dalla Spagna, che si conferma terreno fertile per il genere. “The Orphanage” (titolo anglofilo abbastanza...

Ancora una pellicola fantaorrorifica proveniente dalla Spagna, che si conferma terreno fertile per il genere. “The Orphanage” (titolo anglofilo abbastanza immotivato: era un crimine lasciare l'originale, comunque molto simile?) è un doppio esordio: non solo per il giovane regista Juan Antonio Bayona, ma anche di Guillermo Del Toro (regista di “Hellboy” e “Il labirinto del fauno”) in veste di produttore. È la storia di Laura, donna volitiva e impegnata che con il marito medico decide di ristrutturare l'orfanotrofio che trent'anni prima l'aveva ospitata. A sua volta Laura è madre di un orfano, Simon, affetto da una grave malattia e continuamente bisognoso di attenzioni e medicinali. Il nuovo orfanotrofio non è solo l'abitazione della famigliola ma fungerà anche come casa per bambini disabili. Ma il progetto viene abortito proprio il giorno dell'inaugurazione: durante la festicciola Simon scompare, per Laura e Carlos comincia un calvario, non solo dal punto investigativo. Ben presto la ricerca di Simon si addentrerà nei territori del paranormale, con esiti imprevedibili.

Al suo primo lungometraggio Juan Antonio Bayona rischia molto, e sicuramente il beneplacito di un regista fantasioso – e oramai potente – come Del Toro glielo rende lecito. Il suo “Orfanotrofio” è un film di genere con una storia d'autore e contemporaneamente l'esatto opposto. Perché è vero che il giovane regista, su una storia comunque scritta da altri, sfodera un armamentario scenografico e anche registico che rimanda ad una tradizione ampia, con riferimenti a numerose pellicole precedenti, conosciute o meno: da “Gli orrori del liceo femminile” e “Ma come si può uccidere un bambino?” di Narciso Ibanez Serrador a “Suspiria”, “Gli invasati”, “Suspence” e probabilmente anche “Quella villa accanto al cimitero” di Lucio Fulci. Ma lo fa in maniera intelligente, senza affidarsi a effetti eccessivamente sanguinolenti o improvvise bordate sonore, e di questi tempi c'è da gioirne. In confronti a prodotti analoghi, emerge una tematica profonda che rende il film quasi un'apologia romantica. Ad un primo livello c'è l'esigenza della protagonista di costruire un nucleo familiare (letteralmente, Simon è adottato e i bambini adottati “fungeranno” da fratelli), con tutte le problematiche che ne conseguono (sarà una buona madre, lei che è cresciuta in un orfanotrofio?); approfondendo l'analisi dei caratteri, si comprende che Laura è continuamente volta al passato, è una nostalgica, il suo voler costruire il futuro significa ricreare il passato. Che differenza c'è tra l'orfanotrofio in cui Laura è cresciuta e quello che lei stessa ha ricostruito? Forse solo la carta dei parati comunque sempre uguale, come suggeriscono i bei titoli di testa? Laura è la Wendy di Peter Pan – esplicitamente citato – che sa di essere cresciuta ma che non vuole invecchiare, è la fantasia che si trova a convivere e a volte combattere con la realtà (Carlos). E se il piccolo Simon ha degli amici immaginari, perché escludere la possibilità che siano stati loro a rapirlo, capeggiati dall'inquietante piccolo Thomas?

Per essere una pellicola diretta da un esordiente alla guida di una troupe di esordienti, il risultato è notevole. Sette premi Goya (gli Oscar spagnoli, assegnati tra gli altri a regista esordiente, sceneggiatura, effetti speciali) sono lì ad indicarlo, ma pur nella sua freschezza il film soffre di un eccessivo gioco di rimandi letterari e cinematografici. Oltre ai film già citati, come non pensare a “The Dark” o “The Others”, quest'ultimo peraltro diretto da un altro spagnolo, Alejandro Amenabar? Per cui anche alcune trovate diventano tutto sommato telefonate, lo spettatore smaliziato (non solo l'appassionato, dunque) può apprezzare il citazionismo e la riverenza ma può soffrire anche di noia in alcuni punti, in particolare nella seconda parte. Tuttavia “The Orphanage” ha la forza di risollevarsi in un finale assolutamente coerente, non originale forse, ma di una forza e un impatto sicuramente inaspettati per un film di genere. E addirittura potrebbe scappare qualche lacrima... Lo stesso Juan Antonio Bayona ha approfondito alcuni punti del film e svelato molti retroscena durante la conferenza stampa che ha seguito la proiezione.

D: Ci puoi dire quali sono le influenze orrorifiche di “The Orphanage”? R: Innanzitutto, due film di un regista molto amato in Spagna, Narciso Ibanez Serrador. Sono i suoi “Ma come si può uccidere un bambino” e “Gli orrori del liceo femminile”, quest'ultimo mi ha influenzato sin dal titolo (in originale infatti si chiama “La residencia”, ndr). Ma sicuramenta, tra film più recenti c'è sicuramente “The Others” di Alejandro Amenabar.

D: Paco Plaza, in occasione dell'uscita di “Nameless” (1999) di Jaume Balaguerò, ha dichiarato che era in atto la possibile rinascita del cinema di genere horror in Spagna. Pensi sia possibile? R: In genere in Europa, non solo in Spagna, si producono film fantastici e horror molto più interessanti rispetto a quelli americani. In Europa si trasgredisce molto di più e molto più facilmente, mentre in America sono di più, anche di buona qualità, ma molto più standardizzati.

D: Ti ha influenzato il film di Victor Erice “Lo spirito dell'alveare” (1973)? R: Anche questo film è stato un riferimento diretto perché parla di fantasmi ma in maniera indiretta. Un altro film per esempio è stato “Cria Cuervos” (1975), in cui tra l'altro c'era la stessa Geraldine Chaplin, presente anche nel mio film. Devo dire che molto cinema politico degli anni Settanta da piccolo mi ha terrorizzato molto, per cui è possibile ritrovarne alcune atmosfere nel mio film.

D: Come è avvenuta la conoscenza con Guillermo Del Toro? R: In realtà ci siamo conosciuti circa 15 anni fa, io ero ancora minorenne (ha 33 anni, ndr). Era a un festival, mi sono spacciato per giornalista e l'ho intervistato quando ha presentato “Chronos”. È rimasto molto colpito dalle mie domande e per questo siamo rimasti in contatto. Ho fatto poi la scuola di cinema e gli inviavo sempre tutto ciò che producevo: spot, corti... Quando poi gli ho fatto leggere la sceneggiatura del mio primo lungometraggio, non solo ha voluto produrmelo ma si è impegnato anche per presentarlo in giro. Come produttore mi ha lasciato molto libero, diciamo che ha applicato la sua esperienza di regista prodotto da un altro regista, Pedro Almodovar, per “La spina del diavolo”.

D: Hai ricevuto tanti premi per un'opera prima. Ti stanno arrivando tante offerte? R: Girando per i festival veniamo contattati da diversi produttori ma per offerte spesso non interessanti. In questo momento sto preparando “Hater” negli Stati Uniti, sempre con Del Toro, un film che parla della risposta della gente alla paura che il governo degli USA ha instillato loro. In seguito c'è un altro progetto spagnolo, perché pur volendo fare esperienza internazionale, sono molto legato alla Spagna e vorrei continuare a lavorare lì.

D: Ci puoi dire qualcosa in più sul progetto spagnolo? R: Non ne ho il permesso!!!

D: Puoi dirci quanto costa mediamente un film del genere in Spagna e quanto è costato questo qui? R: Mediamente siamo sui 2 milioni e mezzo di euro, questo è costato circa 3 milioni.

D: La maschera del bambino ricorda molto le maschere messicane. È un riferimento voluto? R: In realtà pensavamo alla maschera fatta da una madre disturbata ma comunque ingenua e desiderosa di proteggere il figlio. È quindi più che altro un patchwork artigianale.

D: Parlaci un po' dello stile del film. R: Ci sono tanti giovani autori che preferiscono esibire delle riprese strane e un ritmo frenetico come cifra stilistica. Per me va sempre raccontata una storia, i punti di ripresa e il montaggio devono servire a quello. Per me il cinema è questo.

D: In questo film, la casa e gli spazi sono dei protagonisti... R: Gli spazi sono più che alti un luogo mentale. La casa è un'infanzia idealizzata, una fuga dal mondo. E, come anche i personaggi nel film, ogni spazio ha una sua controparte, un suo riflesso negativo, come per esempio Simon ha Thomas o Laura è la controparte positiva di Benigna. Laura è infantile ma è anche matura per rimanere quando il marito va via. In fondo questo film è un prodotto della mia irresponsabilità.

D: Parlando della sceneggiatura, il film non avrebbe potuto terminare nel prefinale? R: Avremmo sicuramente avuto un finale più secco ma la storia di Laura sarebbe rimasta incompleta. Con il sorriso del marito, per tutta la storia scettico rispetto a ciò che crede Laura, la storia si può dire finalmente conclusa e Laura ha ricostituito così il suo ideale di famiglia.

D: Perché Belen Rueda? R: Sin dall'inizio ho pensato a lei. L'ho vista lavorare in tv, poi ha girato il corto di un mio amico e ovviamente ho visto la sua grande performance in “Mare dentro” di Amenabar. Ha dato davvero molto di più di quanto le avevo chiesto.

D: Hai deciso di lavorare con tecnici esordienti, perchè? R: In effetti, oltre me, anche tanti altri erano al loro primo lungometraggio: la montatrice, il direttore della fotografia, il musicista. Ma era tutta gente con cui avevo lavorato prima in corti e per gli spot. Per gli effetti speciali, per esempio, avevamo finito i soldi. Avendo insegnato in una scuola di cinema a Barcellona, mi sono ricordato di un allievo particolarmente bravo con gli effetti. Allora l'ho chiamato, gli ho chiesto: “Qual è il miglior computer per gli effetti speciali, così te lo compro e ci lavori?”. E in effetti gli ho comprato il pc, lui viveva ancora con i genitori, e in pratica mi ha fatto gli effetti speciali in casa!

Titolo originale: El Orfanto, Spagna 2007 Regia: J.A. [Juan Antonio] Bayona Soggetto Sergio Sanchez Direttore della fotografia: Oscar Faura Scenografia: Inigo Navarro Montaggio: Elena Ruiz Musica: Fernando Velàzquez Costumi: Maria Reyes Suono: Xavier Mas Effetti speciali: DDT Produzione: Guillermo Del Toro Produzione esecutiva: Rodar y Rodar, Mar Targarona e Joachin Pardò per Telencinco Cinema durata: 100 minuti cast: Belen Rueda (Laura), Fernando Cayo (Carlos), Roger Princep (Simòn), Mabel Ribera (Pilar), Montserrat Carulla (Benigna), Andrés Gertrudix (Enrique), Edgar Vivar (Balaban), Geraldine Chaplin (Aurora). Distribuzione: Lucky Red.

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