JUST TO LET YOU KNOW THAT I'M ALIVE (SOLO PER FARTI SAPERE CHE SONO VIVA) di Simona Ghizzoni ed Emanuela Zuccalà è un documentario di 25 minuti ritmato da video, musica e fotografie che, per la prima volta, dà voce alle donne saharawi vittime di violenze, sia in Sahara Occidentale che nei campi profughi in Algeria. Ricostruendo, attraverso le loro testimonianze, i diari e le vecchie fotografie, la storia del popolo saharawi dà una prospettiva femminile e intima. Le interviste sono in lingua araba, francese e inglese. La versione originale sarà sottotitolata in inglese, ma sarà fatta anche una versione con sottotitoli in italiano.
Degja è stata prelevata con la forza da casa sua, in un pomeriggio del 1980, da quattro poliziotti in borghese. Gettata nel retro di una Land Rover, trasportata da una prigione segreta all’altra, ha trascorso 11 anni della sua giovinezza prigioniera e con gli occhi bendati, nella febbrile attesa dell’interrogatorio e della tortura.
Anche Soukaina ha vissuto per 11 anni in una cella angusta.
Dopo il suo arresto, la figlia minore è morta di stenti perché nessuno poteva prendersi cura di lei. Non aveva ancora compiuto un anno. Leila è una moderna Antigone, tormentata dall’impossibilità di dare sepoltura al cadavere del fratello Said, morto nel dicembre del 2010. La famiglia non fa che chiedere al governo marocchino l’autopsia sul corpo del ragazzo, ucciso dalla polizia in circostanze ambigue. Ma nessuna risposta, finora, è mai arrivata.
I Saharawi sono una popolazione berbera originaria del Sahara Occidentale, il territorio a sud del Marocco che è uno dei pochi casi rimasti al mondo di decolonizzazione incompiuta. Ex colonia spagnola, nel 1975 il Marocco ha annesso questa terra al suo regno in violazione del diritto internazionale. Gli indipendentisti saharawi, riuniti nel movimento di liberazione del Fronte Polisario, hanno ingaggiato una guerra che si è protratta fino al 1991, quando l’Onu ha iniziato a organizzare il referendum per l’indipendenza. Ma gli ostacoli posti dal Marocco, da un lato, e l’immobilismo della comunità internazionale dell’altro, hanno congelato la situazione fino a oggi. Dal 1975, circa 200 mila Saharawi sono profughi nel Sudovest dell’Algeria attorno alla città militare di Tindouf: fuggiti dai bombardamenti marocchini, organizzatisi in una Repubblica di sabbia e vento in un deserto roccioso tra i più inospitali al mondo, vivono di aiuti internazionali nell’attesa che la situazione si sblocchi e permetta loro di tornare in Sahara Occidentale. Dove, nel frattempo, i Saharawi indipendentisti rimasti sotto l’occupazione marocchina hanno subìto una lunga e dolorosa serie di violazione dei loro diritti. I rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e del Centro Robert Kennedy per i Diritti Umani parlano di sparizioni forzate, tortura, prigioni segrete, fosse comuni, nessun processo e nessuna giustizia. Mentre il Marocco ha innalzato un muro di 2.700 chilometri nel deserto che separa inesorabilmente le famiglie saharawi.
La giornalista Emanuela Zuccala’ e la fotografa Simona Ghizzoni lavorano da tempo, insieme, sul tema della violenza contro le donne. Nel 2012 hanno viaggiato nei campi profughi algerini e in Sahara Occidentale, sperimentando in prima persona l’ossessivo controllo marocchino nel territorio occupato e l’estrema miseria in cui versano i saharawi rifugiati in Algeria.
Condividendo il tempo lento di queste donne, il rito del tè, la mancanza d’acqua e la scarsità di cibo, si sono rese conto che le loro vicende possono diventare simbolo di temi più universali: l’impatto della guerra sulla vita e l’anima dei singoli; l’alienante condizione dei profughi in ogni parte del globo; l’esistenza, ancora oggi, di muri che segnano confini artificiali e crudeli tra i popoli; la violenza contro le donne come arma affilata di strategie distruttive, com’è accaduto anche nell’est della Repubblica Democratica del Congo, in Darfur, in Libia. I Saharawi sono anche stati protagonisti del vento di rivolta ai regimi che si è sollevato nel mondo arabo tra il 2010 e il 2011.
Secondo Noam Chomsky e altri intellettuali, l’autentico inizio della primavera araba è stato Gdeim Izik, un accampamento di tende fuori dalla città di El Ayun, in Sahara Occidentale, con il quale i Saharawi chiedevano al governo marocchino più diritti e democrazia. Il campo è stato smantellato con la violenza l’8 novembre del 2010. Tra poco, a fine ottobre, si celebrerà finalmente il processo a 23 Saharawi detenuti da allora per i fatti di Gdeim Izik. La questione saharawi, infine, induce a interrogarsi sul ruolo dell’Onu, presente in Sahara Occidentale dal 1991 con la missione Minurso che tutti noi contribuiamo a finanziare senza però comprendere quale sia il suo ruolo e soprattutto la sua utilità nella risoluzione del conflitto.
La Fondazione americana The Aftermath Project ha coperto le spese di viaggio e riprese, grazie a un prestigioso special grant vinto da Simona Ghizzoni nel 2011. Ora, per completare la produzione del documentario, le autrici sperimentano una nuova forma di condivisione in rete, già diffusa negli Stati Uniti ma ancora poco nota da noi: il crowd funding, una raccolta fondi attraverso internet. I lettori possono finanziare direttamente il progetto con una donazione libera a partire da 10 dollari, e ricevere in cambio una serie di “grazie” concreti: dal DVD del documentario a piccole stampe di Simona Ghizzoni; da seminari one-to-one sul giornalismo d’inchiesta e la fotografia di reportage a stampe in grande formato a edizione limitata, fino a comparire come produttori del video.
I fondi raccolti serviranno per il montaggio, l’editing audio, una colonna sonora originale, diritti per il materiale di repertorio, le consulenze per la traduzione. Il progetto raccoglie fondi al sito www.emphas.is, specializzato in progetti multimediali di qualità, rigorosamente selezionati da un board di esperti di fotografia e immagine. E’ online dal 24 settembre, per 60 giorni, fino al 22 novembre.
Lucia Iannotti
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