Una mostra leggera come un filo. Come quelli che Marco Querin utilizza per le sue opere, costruendo geometrie fredde con il calore dei fili di lana o ricche del colore e della luminosità dei fili di metallo. In tutto circa 30 opere che saranno esposte nel mese di giugno alla galleria d’arte contemporanea MyOwnGallery del Superstudio Più di Milano, in una personale dal titolo “linealineapuntolinea”. “Decidere il titolo di un quadro nel mio lavoro è generalmente facile, definire invece il titolo della mostra, è stato un processo assai lungo. Ora però, ci sono. Ora il titolo c’è ed è perfetto. Perché “linealineapuntolinea”? Da una ricerca sull’evoluzione della scrittura dell’uomo, quindi dal segno alle lettere odierne, sono state considerate diverse tipologie di scrittura, quindi di comunicazione tra uomini. Ho deciso di adottare il codice Morse per comunicare con gli uomini che orbitano ora nel mio universo perché è un metodo semplice e d’interpretazione unica e diretta. In fin dei conti, “linealineapuntolinea” non è altro che la “Q” del nostro alfabeto, quindi la mia iniziale di famiglia. Il mio nome di famiglia, o meglio quello di mio padre, ha dato inconsapevolmente origine al mio modo di fare arte, fatta di chiodi di supporto e di fili tirati a mano che li connettono. Con mio padre mi sono ri-connesso. Con il mio pubblico, lo faccio ora per la prima volta da artista single, quindi senza ormai una galleria, presentandomi cosi come sono. In questo titolo, graficamente - - • -, c’è il mio modo di fare arte. La linea rappresenta i miei fili, il punto la testa dei miei chiodi nonché l’origine del supporto delle mie trame. Creo immagini semplici e lineari da sempre. Ma solo da ora incomincerete a conoscermi.”
Un modo per entrare nella mente di un artista originale che usa l’astrattismo geometrico con grande forza espressiva a cui spesso sono associati titoli fortemente evocativi.
Una tecnica che, per Querin, nasce dalla rielaborazione di ricordi d’infanzia ma che ha sviluppato in un percorso artistico intenso prima a Chicago e poi a Milano, dove comincia a sperimentare intrecci e sovrapposizioni di chiodi e fili fino ad arrivare alla completa linearità. I fili diventano sempre più stratificazioni di colore con un processo simile a quello delle opere di Rothko, ma con la bellezza delle tre dimensioni.
Querin ha addirittura sviluppato due tecniche peculiari per realizzare i suoi intrecci, definiti normali dove i fili vanno rettilinei tra due punti della tela e loop quelli in cui anelli leggerissimi rimangono sospesi intrecciandosi in un precario equilibrio.
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