Giunto alla sua terza edizione, il Festival del Tatuaggio Tatau I Tahiti sarà ospitato per il secondo anno dall’Hotel Sheraton di Tahiti, dove per l’occasione verrà allestito il Villaggio Tattoonesia. L’evento, di importanza internazionale, sarà promosso da Tahiti Tourisme in collaborazione con il Ministero delle Politiche Giovanili della Polinesia Francese dal 7 all’11 novembre 2007. Il Festival del Tatuaggio è una manifestazione di grande interesse non solo per i professionisti del settore. Saranno presenti tatuatori provenienti da tutto il mondo, ma anche artigiani e artisti polinesiani che esporranno opere ispirate al tatuaggio, si potrà assistere a conferenze, mostre fotografiche e proiezioni video, ma anche a spettacoli di danza e concerti. Cinque giorni per conoscere e scoprire la cultura del tatuaggio e quello della sua terra natia.
A Tahiti si racconta che l’arte del tatuaggio abbia un’origine divina: ancora oggi, i tatuatori custodiscono ritratti degli dei nei loro laboratori. I ragazzi polinesiani aspettavano con ansia il momento in cui la loro pelle veniva incisa dalle mani esperte dei tatuatori del villaggio. Essere tatuati significava maturare, diventare uomini o donne. Significava essere uomini potenti, nobili, valorosi; una donna tatuata era affascinante e desiderata.
I tatuaggi rappresentavano lo stato sociale di un polinesiano, quelli più complessi erano riservati ai capi e alla loro famiglia, e ogni uomo tatuato si considerava più vicino a una divinità. Le donne, invece, potevano avere meno parti tatuate ma i disegni erano più belli: dovevano servire ad abbellirne la figura, come una parure. Di solito i modelli venivano costruiti in modo da essere ampliati successivamente, dopo un matrimonio, un figlio o un’impresa valorosa: un tatuaggio, in teoria, non si concludeva mai.
Gli antichi artisti polinesiani, i Tahu’a tatau, per incidere la pelle usavano una sorta di bisturi artigianale chiamata tatatau – manico di legno e una punta che poteva essere il becco, l’artiglio di un uccello o il dente di un pescecane. I più fantasiosi riuscirono a costruire delle punte cave in modo da avere a disposizione un piccolo serbatoio per l’inchiostro. Le tinte erano scure, nere tendenti al verde o al marrone, e si ottenevano con carbone diluito in acqua o in olio. Per garantire la tenuta dell’inchiostro, la mistura veniva completata con zucchero di canna o latte di cocco.
All’inizio il Tahu’a tatau disegnava la figura con un bastoncino carbonizzato; successivamente, con il bisturi, battuto con un pezzo di legno (da qui l’origine del termine tatau che vuol dire “battere”), provocava una serie di tagli sulla pelle che venivano subito coperti con una striscia di inchiostro. Alla fine dell’incisione, la pelle tatuata veniva trattata con succo di banana o di Ahi Tutu (l’albero del sandalo) e lenita con foglie e spugne. La tecnica era molto semplice e non si discostava troppo da quelle attuali. I disegni, che arrivavano a coprire tutto il corpo, erano molto semplici ma la cerimonia durava diverse ore, e per i disegni più complessi ci volevano anche alcuni mesi, e i Tahu’a tatau tatuavano più persone contemporaneamente.
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