In occasione delle Giornate europee del Patrimonio la Settecentesca Villa Clerici, una delle ville delizia più belle della Lombardia, apre le porte, dalle 10 alle 18 sabato 25 e domenica 26 settembre con ingresso e visite guidate gratuite: sarà possibile ammirare il Giardino all’italiana con il complesso statuario del Settecento e la Galleria d’arte Sacra dei Contemporanei, la prima nel suo genere in Italia e probabilmente nel mondo, con opere di Messina, Manzù, Carpi, Bodini, Fazzini, Carena, Longaretti e molti altri maestri italiani del Novecento che si sono confrontati con i soggetti religioni del Nuovo e dell’Antico Testamento. Sarà possibile visitare la mostra “Pino Pedano. Orizzonti” allestita al piano nobile della Villa: una cinquantina di opere che segnano il cammino dello scultore che ha saputo mostrare l’anima del legno. Vlla Clerici di Niguarda fu costruita tra gli anni Venti e Trenta del Settecento: nel catasto teresiano del 1722 non ve n’è traccia mentre è ampiamente descritta e illustrata da Marcantonio Dal Re nel 1743 nella raccolta “Ville di delizia o siano palagi campareggi nello Stato di Milano”. Lo stile asciutto e rigido e le somiglianze con le ville Brentano e Massari di Corbetta sembrano confermare la ricorrente attribuzione del progetto a Francesco Croce. La committenza è ascrivibile principalmente a Giorgio Clerici (1648-1736) e quindi al pronipote Antonio Giorgio Clerici (1715-1768), suo erede, il quale, come scrive Marcantonio dal Re, si limitò a “far condurre a compimento e… aggiungere de’ nuovi ornamenti”. L’archivio privato della famiglia Clerici, conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, pur molto ricco, non contiene materiale rilevante ai fini della ricostruzione storica delle vicende relative alla Villa se non per quanto riguarda il processo di acquisizione di terreni precedente all’edificazione e attestabile a partire dalla seconda metà del Seicento. Alla morte di Antonio Giorgio l’edificio passò alla figlia Claudia Caterina, sposatasi nel 1752 con il conte Vitagliano Biglia, la cui famiglia divenne coerede della Villa. Negli anni successivi seguì una complessa vicenda ereditaria che vede in gioco anche un ramo cadetto dei Clerici, conclusasi con la cessione nel 1830 dei beni a Giuseppe Melzi. A partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento la villa conobbe una fase di decadenza dovuta anche al passaggio da residenza di delizia all’uso protoindustriale come filanda e luogo di allevamento dei bachi da seta, con la conseguente spogliazione di tutti gli arredi. Successivamente passò agli Adamoli e nel 1912 a Mario Ganzini che vi installò la propria fabbrica di materiali e apparecchi fotografici. Con Ganzini però si avvia anche il recupero dell’intero complesso, restaurato in modo sorprendentemente rispettoso, mentre si dà alle stampe in un opuscolo una ricerca storica ben documentata. Dal 1927 è sede della Casa di Redenzione Sociale, un istituto della Compagnia di San Paolo con lo scopo di recuperare alla società gli adulti dimessi dai luoghi di pena e poi, a partire dal dopoguerra, i ragazzi con problemi sociali - attività svolta ancora oggi negli edifici costruiti appositamente negli anni 50 a fianco della villa. Nel 1955 nelle sale restaurate e ripristinate è nata la Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei. Si tratta della prima realtà di questo genere in Italia e tra le prime a livello internazionale. Fu voluta da Dandolo Bellini, amico e collaboratore di Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. Dotata di una sobria eleganza, Villa Clerici ruota attorno a un corpo di fabbrica centrale disposto su tre livelli (piano rialzato, piano nobile e cappuccina) e alleggerito da un atrio aperto a tre campate su colonne binate. La facciata a tramontana è invece una fronte lineare, ritmata dalla teoria di finestre e caratterizzata soltanto al centro da un portale sormontato da un balcone con parapetto in ferro battuto. Ai suoi lati due ali, alterate tra Ottocento e Novecento, culminano in due cappelle, dedicate a Sant’Antonio e Santa Teresa (realizzate rispettivamente nel 1730 circa e tra il 1756 e il 1773), e abbracciano un giardino all’italiana. Le sale inferiori, voltate, conservano ancora affreschi di fine Settecento con il Ratto di Ganimede e la Giustizia e ospitano la collezione della Galleria. Si segnala in particolare la Sala degli Specchi con decorazione neoclassica a grisaille vicina alla scuola dell’Albertolli. Al piano superiore, a cui si accede grazie a uno scalone monumentale con telamoni agli snodi delle rampe, simile a quello del cittadino palazzo Clerici, si alternano sale di diverse dimensioni e altezza, coperte da soffitti lignei decorati. Il salone superiore è inoltre abbellito da trompe l’oeil rappresentanti le Arti: la Pittura, l’Architettura (che in mano ha un cartiglio con un progetto di villa assai simile a quella di Niguarda), la Tragedia, la Musica, la Grammatica. L’intero edificio, tanto all’esterno quanto all’interno, è stato restaurato tra il 1995 e il 2005 grazie a contributi Frisl. Nei vasti seminterrati della villa, un tempo adibiti a locali di servizio, è in progetto invece la realizzazione della gipsoteca della Galleria..
Come tipico delle ville di delizia lombarde, che riprendevano il modello francese, anche Villa Clerici a Niguarda era dotata di due parchi, uno prospiciente la facciata principale e uno, più esteso, sulla parte posteriore. Le incisioni settecentesche di Marc’Antonio dal Re documentano in maniera dettagliata aspetto e caratteristiche dei giardini originali, realizzati secondo il gusto “all’italiana”, suddivisi in parterres, dotati di fontane e di statue decorative. Il dal Re mostra per il cortile d’onore un ampio spiazzo fiancheggiato da due aree a parterres quadrati dal disegno ad arabesco con al centro “bacini onde sorgono gettiti con altri scherzi d’acque”, alimentati da una apposita torre sul fianco sinistro, distrutta. Il cortile è separato dai due giardini laterali da muretti rettilinei, interrotti nel mezzo da un passaggio custodito da due statue. Il giardino a tramontana era riquadrato da portici verdi che lo dividevano dal “rimanente terreno coltivato ad ortaglia” mentre nella cinta muraria più ampia che difendeva l’intero appezzamento si aprivano due varchi con cancellatte e statue decorative. Il disegno del parterre centrale era di forma ellittica con viali ortogonali e radiali. I giardini sono andati distrutti nel corso del tempo in seguito ai mutamenti funzionali che investirono la Villa. L’aspetto attuale dei due parchi si deve a Dandolo Bellini, il fondatore della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei. Nel dopoguerra, nel piano di recupero dell’edificio in chiave museale, Bellini ridisegnò lo spazio anteriore, nel frattempo ampliatosi in profondità rispetto alle proporzioni originali (anticamente le due cappelle prospettavano direttamente su un piazzale e non erano inglobate nel parco), reinterpretando i modelli del giardino all’italiana e riprendendo nel limite delle possibilità la disposizione del disegno antico. Per quanto riguarda il parco posteriore, che era stato trasformato in area cultiva, nei decenni successivi all’ultimo conflitto fu riqualificato grazie alla costruzione di due scenografici teatri all’aperto, realizzati in parte con materiali risalenti dal XVI al XVIII secolo provenienti dalle macerie dei bombardamenti alleati su Milano. A un primo teatro, giocato su una quinta di colonne, ne segue uno, elegantissimo, in marmo rosa e ispirato alla scena greca. Nella ristrutturazione del giardino anteriore Bellini inserì la statuaria antica che si era conservata, mantenendo conservata – a un confronto con i disegni del Dal Re – lo spirito della collocazione originaria, ovvero ai varchi nel muretto che separava il viale centrale dai parterres laterali. Il patrimonio statuario originale assomma a dodici statute allegoriche in arenaria, di notevole fattura ma fortemente logorate dal tempo e dallo smog, e bisognose di un urgente intervento di restauro. Pur essendo agilmente ascrivibili alla scuola lombarda, allo stato attuale degli studi non è purtroppo possibile individuare l’artista o la bottega responsabile. Rappresentano le Quattro Stagioni, due danzatrici, la Musica, la Ricchezza, la Vanità, Diana, Leda, la Sorgente. Dieci di queste sono state collocate da Bellini nel giardino anteriore. Due (la Musica e una Danzatrice) sono invece state sistemate sugli avancorpi laterali della scena del secondo teatro, nel giardino posteriore. Queste non sono però le sole statue che decorano i giardini. Dopo la guerra, infatti, Dandolo Bellini si prodigò a recuperare dalle macerie dei bombardamenti elementi architettonici e decorativi di ville e palazzi distrutti, reimpiegandoli nei suoi interventi in Villa (è il caso ad esempio del primo teatro, realizzato interamente con colonne di recupero). Non esiste purtroppo documentazione né memoria storica certa sulla provenienza di questo materiale. Non è possibile pertanto conoscere da quale edificio provengano le sei statue ottocentesche in marmo di Carrara collocate perimetralmente al primo teatro. È nota invece la provenienza della statua di San Giovanni Nepomuceno, allestita da Bellini su un ponticello all’interno di una fontana. La scultura è quella un tempo collocata sul ponte del naviglio all’incrocio di corso di Porta Romana con le vie Santa Sofia e Francesco Sforza, dove un tempo si trovava il quartier generale della Compagnia di San Paolo. Andata in pezzi nei bombardamenti del 1943, fu raccolta e ricostruita qui. Da Villa Litta ad Affori arriva invece la cancellata d’ingresso. In stato di abbandono e destinata alla distruzione dalla costruzione della linea tramiviaria, fu presa in consegna nel 1950 da Bellini che la fece restaurare. La cancellata è stata ampliata di 15 cm sul laterale destro per adattarla al contesto.
Fin dai primi anni la Casa di Redenzione Sociale vide tra i suoi collaboratori il giovane Dandolo Bellini, il quale si assunse il compito di studiare e realizzare iniziative di raccolta fondi per l’istituto. Grande appassionato d’arte, aveva avviato una collezione di opere contemporanee a soggetto sacro. Quando grazie anche al suo operato la Casa poté costruire nuovi padiglioni accanto all’edificio storico, Bellini allestì nelle sale ormai libere di Villa Clerici la Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, che venne inaugurata il 7 dicembre 1955 dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Si tratta della prima del suo genere in Italia e tra le prime nel mondo. Fu più volte visitata da Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, che qui poté dire “di essersi riconciliato con l’arte moderna”. L’esperienza di Montini a Villa Clerici è alla base della svolta da lui operata come Paolo VI nel rapporto tra Chiesa e espressioni artistiche contemporanee, culminata con l’apertura della Galleria di arte moderna nei Musei Vaticani. Una sezione che in qualche modo si può dire “figlia” di Villa Clerici, dato che alla sua realizzazione Paolo VI chiamò proprio Dandolo Bellini. La galleria oggi espone circa 200 opere mentre quasi 800 sono conservate nei depositi. Tra gli artisti spicca per numero e importanza di lavori Francesco Messina. Lo scultore fu grande amico di Bellini, che lo aiutò in molte commissioni, non ultima il monumento a Pio XII in San Pietro, di cui Villa Clerici conserva il modello in gesso a grandezza reale. Tra gli altri scultori si segnalano Floriano Bodini, Luciano Miguzzi, Enrico Manfrini, che qui aveva lo studio, Lello Scorzelli, Libero Andreotti, Ettore Calvelli, Virginio Ciminaghi, Pericle Fazzini; tra i pittori Aldo Carpi, Silvio Consadori, Dina Bellotti, Trento Longaretti, Felice Carena, Luigi Filocamo, Gianfilippo Usellini.
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