Fast Food Nation, film dossier

CinemaDNC Entertainment

Don Henderson (Greg Kinnear), un marketing executive della catena di fast food Mickey’s, creatori del popolarissimo “Big One”, ha un problema.
Fast Food Nation
Tracce di carne contaminata sono state rilevate all’interno dell’hamburger campione di vendite dell’azienda.

Per scoprirne le cause, Don dovrà intraprendere un viaggio volto a far luce sul lato più oscuro della catena alimentare americana.

Nel passare dagli ovattati ambienti delle sale riunioni della sua società californiana ai mattatoi in cui la manodopera a basso costo degli immigrati clandestini concia carni senza sosta e in condizioni pericolosamente antigieniche, Don attraversa la “Middle America” dei grandi mall globalizzanti, fino alla scoperta di una Fast Food Nation di consumer inconsapevoli, che non si accorgono di essere il vero oggetto di consumo di un’industria sospinta da un’insaziabile fame di carne fresca, in ogni senso.

Fast Food Nation è un film dossier incentrato sulla realtà dell’industria alimentare finalizzata ai fast food, basato sull’omonimo libro di Eric Schlosser. Dalla sua pubblicazione nel 2001, il libro ha registrato un record tra i bestseller del New York Times per la sua incendiaria inchiesta sui metodi aziendali applicati.

Diretto dal candidato all’ Oscar® Richard Linklater e prodotto dal Premio Oscar® Jeremy Oscar, Fast Food Nation vanta un cast corale di prim’ordine, che include Patricia Arquette, Bobby Cannavale, Luis Guzman, Ethan Hawke, Ashley Johnson, Greg Kinnear, Kris Kristofferson, Avril Lavigne, Esai Morales, Catalina Sandino Moreno, Lou Taylor Pucci, Ana Claudia Talancon and Wilmer Valderrama. Una menzione particolare va a Bruce Willis per la breve ma notevole partecipazione.

IL PROGETTO

Nel 1979, il produttore Jeremy Thomas era alle prese con la realizzazione del film THE GREAT ROCK’N’ROLL SWINDLE, uno pseudo-documentario sulla primigenia band punk dei Sex Pistols, gestita – per quanto possibile – da Malcolm McLaren, e nessuno avrebbe potuto prevedere che a partire da quel progetto sarebbe nata un’amichevole collaborazione lunga decenni. Nel 2005, questa avrebbe imprevedibilmente portato alla versione cinematografica del best-seller FAST FOOD NATION.
“Malcolm ed io siamo diventati amici sul set di quel primo film” racconta Thomas. A diversi anni di distanza, Jeremy Thomas vanta la vittoria di un Oscar® quale produttore de L’ULTIMO IMPERATORE, mentre Malcolm McLaren è un importante imprenditore musicale. “Un giorno Malcolm è venuto a trovarmi a Londra e mi ha detto: ‘C’è un libro incredibile che dovresti leggere. Credo che se ne potrebbe ricavare un film strepitoso‘ racconta Thomas. “Mi affrettai a leggere quel libro e ne fui molto colpito.”
L’idea che McLaren e Thomas si fecero era però differente da quella degli altri produttori che avevano considerato il libro. “Quel che noi vedemmo nel materiale a disposizione era non un documentario ma un vero e proprio film” ricorda Thomas. E nemmeno Eric Schlosser, autore del libro, aveva molto interesse a vederlo trasformato in un documentario.
“Numerose persone mi hanno contattato per realizzare un documentario basato su Fast Food Nation, convinti della bontà del progetto. Il problema stava nella scarsa fiducia che nutrivo per le società che erano dietro la proposta. Avevo la sensazione che si puntasse a qualche risultato clamoroso, sfruttando la gravità degli argomenti trattati. Ma sin dall’inizio ho chiarito che avrei preferito non farne nulla anziché finire con qualcosa che sembrasse, a conti fatti, una provocazione fine a se stessa.” dichiara Thomas. “ Ne abbiamo parlato per circa un mese, dopodiché mi sono deciso a opzionare i diritti del libro.”
In realtà, quando produttore e autore si sono incontrati, Schlosser aveva già discusso col regista Linklater circa la possibilità di un adattamento cinematografico del suo libro. “Avevo conosciuto Richard nel 2001 durante il tour legato all’uscita del libro” ricorda Schlosser “e mi ha subito fatto un’ottima impressione.”
Linklater, da parte sua, conferma: “Di Schlosser avevo già letto diverse opere, e mi era sempre piaciuto. Penso che anche lui abbia apprezzato alcuni dei miei film. In pratica, la collaborazione tra Eric e me è nata nel preciso istante in cui abbiamo iniziato a parlare.”
Linklater continua: “L’idea di base scaturita dai nostri incontri era che FAST FOOD NATION non sarebbe stato un documentario ma una sorta di studio di costume delle vite che esistono dietro le cifre da capogiro dei fast food. Personalmente sono sempre stato più interessato alla finzione che ai film documentari – mi piace lavorare con gli attori e le loro interpretazioni.”
Le peculiarità del cinema di Richard Linklater sono note ai più e dunque ha accolto volentieri il suggerimento di Schlosser di farne una storia che ruotasse attorno a dei personaggi. “Penso che si tratti di una realtà interessante dal punto di vista socio-economico come da quello antropologico. Il lavoro degli operai e le problematiche di chi opera in mattatoi e concerie mi hanno sempre interessato. Ho sempre desiderato fare un film sulla gente che svolge quel tipo di lavoro, in quegli ambienti, con tutti i risvolti che si possono immaginare.”
“Jeremy Thomas ha subito captato il messaggio. Ha pensato immediatamente che il film c’era. E’ fantastico lavorare con un produttore come lui” commenta Linklater “Vedi sullo schermo la scritta ‘Una Produzione Jeremy Thomas’ e sai che quel che stai per vedere non ti deluderà.”

DALLO SCAFFALE ALLO SCHERMO – L’ADATTAMENTO DI FAST FOOD NATION

Dalla sua pubblicazione nel 2001, FAST FOOD NATION è diventato non solo uno dei maggiori best-seller, ma un’icona della controcultura statunitense e una sorta di lettura imposta nei colleges.
“Il mio libro è stato letto da più persone di quante il mio ego potesse desiderare” scherza Schlosser. Tra i lettori, c’erano gli attori che in seguito sarebbero stati candidati a interpretare il film.
“Credo che non si possa fare a meno di leggere questo libro” dichiara Ethan Hawke. “E’ indispensabile per capire i metodi di lavoro delle corporazioni in questione, il controllo sulle finanze del Paese, e il riverbero di tutto questo sulla nostra economia, la nostra salute, la nostra vita. Ognuno di noi deve sapere cosa noi e i nostri figli mangiamo senza rendercene conto.”
“Le ricerche fatte e le spiegazioni fornite dal libro sono molto valide” commenta Patricia Arquette a proposito del libro. “Ho un figlio adolescente e so cosa significhi ridurre la propria alimentazione alla casualità dei fast food.”
La colombiana Catalina Sandino Moreno ha letto il libro dopo avere letto l’adattamento. “E’ spaventoso” dichiara. “Non sapevo nulla a proposito dei fast food. Leggere il libro ha significato per me aprire finalmente gli occhi.”
Bobby Cannavale: “Ho comprato il libro non appena è uscito e mi ha cambiato la vita. Né io né mio figlio adolescente siamo più entrati in un fast food da allora. Ho trovato disgustosa la storia delle campagne pubblicitarie rivolte principalmente ai bambini, quindi ho deciso di disfarmi anche della tv.”
Wilmer ValderramaValdemarra: “Il libro in sé ha già avuto un impatto fortissimo su chi lo ha letto a discapito di questo tipo di industria. L’ideale sarebbe far arrivare il messaggio anche a chi non usa leggere ma va comunque al cinema.”
Malgrado il grande potenziale cinematografico di FAST FOOD NATION, l’adattamento non si annunciava affatto facile. L’idea era trasformare le storie di vita reale esposte nel libro in una sceneggiatura di intrattenimento senza sacrificare le fonti e gli intenti di denuncia del primo. La struttura del classico di Sherwood Anderson WINSESBURG, OHIO fu preso ad esempio nel raccontare, mediante un ciclo di racconti brevi, la storia di un’America vissuta attraverso gli abitanti di una piccola città di provincia. Per ambientare il film fu inventata di sana pianta Cody, la cittadina idealmente situata in Colorado, regione che rappresenta fortemente il mix di avanzamento socio-culturale e globalizzazione uniformante da fast-food e mall.
“Il Colorado offriva qualcosa di particolarmente interessante” spiega Linklater. “Recandomici con Eric un paio di anni prima, durante la stesura della sceneggiatura, avevo incontrato personalmente diversi ranchers e altre figure citate nel libro, che mi avevano portato le loro testimonianze. Visitare alcuni dei mattatoi e luoghi di lavorazione delle carni fu un’esperienza sconvolgente e illuminante.”
Un volta individuata la finta location, Schlosser e Linklater cominciarono a dar corpo alla sceneggiatura, traendo figure e fatti reali dal libro e contornandoli di elementi immaginari . Il duo inventò la catena di fast-food Mickey’s e la UMP, industria di lavorazione delle carni sita a Cody. “Era nostra intenzione introdurre personaggi che rappresentassero le diverse fasi di produzione nell’industria alimentare: dai ragazzi che lavorano nei fast food agli operai che conciano e smistano le carni ai proprietari degli immensi ranche che forniscono i bovini, questi ultimi ormai in fase di smembramento, laddove avevano avuto il dominio locale fino a poche decadi prima” afferma Schlosser. “ Per finire, abbiamo aggiunto un executive aziendale, per rappresentare il punto di vista corporate.”
Per Schlosser, un pluripremiato corrispondente di Atlantic Monthly, scrivere la sceneggiatura con il candidato all’Oscar® Richard Linklater (per PRIMA DEL TRAMONTO), è stato piuttosto gratificante. “L’apporto di Richard è stato notevole, perché ha dato vita alla massa di informazioni, anche legali, da me raccolte in dieci anni di report investigativo.”
Un aspetto importante del copione finale era la lingua da usare. Parte della storia riguarda un gruppo di messicani che entrano clandestinamente negli Stati Uniti per cercare lavoro nei mattatoi e un terzo del film è recitato in spagnolo. Gli attori di lingua spagnola Bobby Cannavale, Catalina Sandino Moreno, Wilmer Valderrama e Ana Claudia Talancon si sono esercitati a lungo con la coach Yareli Arizmendi per avere la giusta padronanza dell’accento messicano.
“La decisione di mantenere nel film la lingua spagnola ricorrendo ai sottotitoli è stata immediata” dice Jeremy Thomas. “ Per un film che si propone di risultare molto spontaneo, sarebbe ridicolo che personaggi che non possono conoscere l’inglese all’improvviso esibiscano un inglese appena condizionato dall’accento ispanico. Il film perderebbe credibilità.”
I filmmaker sono stati anche concordi sul veicolare un messaggio così importante in maniera non didascalica: “Secondo me, il modo migliore per arrivare al punto è il racconto delle vite umane.”

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