Il regista nominato ai Golden Globe Marc Forster (VERO COME LA FINZIONE, NEVERLAND e MONSTER’S BALL) porta sul grande schermo l’acclamato bestseller di Khaled Hosseini, con un cast che unisce non-attori provenienti dall’Afghanistan e dall’Asia Centrale ad attori professionisti di livello internazionale. Il risultato è una storia dal valore universale che si rivolge a chiunque abbia desiderato in vita sua una seconda chance per rimediare ai propri errori. Al centro delle vicende narrate è la bellissima e commovente amicizia tra due bambini appartenenti a etnie e classi sociali differenti: Amir, figlio di uno degli uomini pashtun più influenti di Kabul, e Hassan, il suo piccolo servitore azara. Sullo sfondo le vicende storiche che, in trent’anni, hanno portato alla progressiva distruzione e devastazione della cultura e del paese afgano: la caduta della monarchia, l’invasione sovietica, l’esodo di massa verso il Pakistan, l’avvento del regime talebano e la sua eliminazione dopo la caduta delle Torri Gemelle.
Amir e Hassan sono inseparabili, accomunati anche dalla passione per le gare di aquiloni. Ma un tragico evento irrompe e sconvolge le loro vite: Amir assiste di nascosto allo stupro del suo giovane compagno di giochi da parte di un gruppo di teppisti. Quando le truppe sovietiche invadono il suo Paese, il bambino è costretto a fuggire negli Stati Uniti con il padre Baba, ma il senso si colpa per non aver aiutato il suo piccolo amico non lo abbandonerà più. Negli Stati Uniti cresce, si diploma, conosce Soraya, la donna che diventerà sua moglie, e pubblica il suo primo libro, coronando il sogno di diventare uno scrittore. Quando un giorno riceve nella sua casa di San Francisco una telefonata inattesa, Amir capisce che è giunto il momento di rimediare ai propri errori. Rahim Khan, un vecchio amico di Baba, lo prega di fare rientro nel suo paese: Sohrab, il figlio di Hassan ha bisogno del suo aiuto…
“Il Cacciatore di aquiloni”: dal libro al grande schermo
Nel 2003, IL CACCIATORE DI AQUILONI, opera prima di Khaled Hosseini irrompe prepotentemente nel panorama letterario conquistando le prime posizioni nelle classifiche dei libri più venduti in tutto il mondo e mantenendole per i 4 anni successivi. Il romanzo è stato venduto in oltre 8 milioni di copie, in circa 34 paesi, superando tutti i confini, grazie alla sua dirompente forza narrativa. Per la sua ambientazione, la storia sembrava poco adatta a ottenere un tale successo stratosferico, eppure, per i temi universali trattati (la famiglia, l’amicizia, il coraggio del perdono e il potere salvifico dell’amore), ha toccato profondamente i cuori dei lettori delle più disparate origini culturali e sociali.
Scritto da un medico nato in Afghanistan e costretto, come il protagonista, ad abbandonare il suo paese natale per decenni, IL CACCIATOTORE DI AQUILONI accompagna il lettore in un viaggio tra i continenti, nel corso del quale un uomo tenta di riparare a un errore terribile che ha commesso durante la sua infanzia e che lo ha tormentato per tutta la vita. Hosseini ha scritto un racconto ricco di suspence e di sentimenti intensi. Sebbene la storia sia pura invenzione, la profonda conoscenza che Hosseini ha di come si potesse crescere a Kabul, la “Perla dell’Asia Centrale”, prima dell’invasione sovietica e dell’avvento dei talebani e la sua esperienza di giovane emigrato in America, conferiscono alla narrazione un’autenticità e un’umanità che hanno profondamente toccato i lettori.
Per Khaled Hosseini, l’enorme successo de IL CACCIATOTORE DI AQUILONI e l’imminente uscita del film basato sul suo romanzo sono motivi di grande soddisfazione. “Sono ancora esterrefatto dal modo in cui i lettori hanno reagito al mio romanzo – dice – ma credo che dipenda dal fatto che la storia ruota attorno a un nucleo di intense emozioni, nelle quali chiunque può immedesimarsi. I temi della colpa, dell’amicizia, del perdono, della perdita, del desiderio di redenzione e di miglioramento di sé non sono temi solamente afgani, ma esperienze umane universali, che prescindono dall’identità etnica, culturale o religiosa”.
Sono stati questi temi, molto prima che il libro raggiungesse lo status di bestseller internazionale, quando ancora era un manoscritto, ad attirare l’attenzione dei produttori William Horberg e Rebecca Yeldham, precedentemente associati alla DreamWorks SKG. Legendo le pagine ancora inedite di Hosseini, Horberg e Yeldham hanno capito di essere davanti a qualcosa di veramente straordinario. “Era una delle opere letterarie più potenti e cinematografiche che avessi mai letto”, racconta Yeldham. “La storia ha un’attrattiva, a livello emotivo, molto potente grazie all’idea per la quale non importa ciò che hai fatto in passato, c’è sempre un modo per tornare a essere buoni - aggiunge Horberg -. Si parte per un viaggio con questi due bambini, un viaggio all’interno di una cultura, di una famiglia, un viaggio che porta alla redenzione di Amir. L’ho trovata una esperienza incredibilmente commovente, che prometteva moltissimo”.
Khaled Hosseini è stato coinvolto direttamente nel processo di trasformazione del romanzo in film. I due produttori volevano che l’autore seguisse dall’interno l’intero sviluppo creativo. Con il film nella sua fase si sviluppo, Horberg e Yeldham hanno lasciato la DreamWorks nel 2005. Horberg si è unito alla Sidney Kimmel Entertainment (SKE) e Sidney Kimmel, a sua volta, è divenato un entusiasta sostenitore del progetto. Jeff Skoll, della Participant Productions è stato un altro dei primissimi estimatori del libro e si è unito alla SKE come co-finanziatore.
Nel frattempo il romanzo è diventato un vero e proprio fenomeno culturale, amato dai lettori e dalla critica di tutto il mondo. Isabel Allende è arrivata a dire: “E’ talmente potente che, per molto tempo, tutto ciò che ho letto successivamente mi è sembrato insipido”. “Sinceramente, credo che nessuno di noi sospettasse che IL CACCIATORE DI AQUILONI avrebbe avuto un successo tanto clamoroso” confessa Parkes. “Era una storia bellissima, di sapore eroico e perfetta per il cinema. E affrontava temi universali quali la redenzione e il confronto con se stessi, e cioè temi meravigliosamente classici”.
Adattare “Il cacciatore di aquiloni”
Dopo che il libro si era fatto strada nel cuore di molti lettori, i produttori hanno deciso di trovare uno sceneggiatore in grado di dare vita al mondo sconosciuto che Khaled Hosseini aveva descritto in modo tanto coinvolgente, senza perdere nulla della cifra “intima” del libro. Horberg e Yeldham hanno contattato lo sceneggiatore David Benioff, che è anche uno scrittore (Benioff ha debuttato come sceneggiatore adattando il proprio romanzo “La 25sima ora”, diretto da Spike Lee) e che è entrato a far parte del progetto con molte idee originali. “Avevamo tutti un obiettivo comune e cioè il desiderio di rendere giustizia alla meravigliosa storia conservando quanto più possibile l’umanità e lo spirito del libro” sostiene Benioff. “L’ho sempre considerata una storia di codardia e coraggio, un viaggio tra questi due poli. E poi, volevo assicurarmi che rimanesse una storia afgana, di afgani, di un popolo che vive una situazione terribile, fatta di guerre interminabili e di miseria e che all’interno della sua tragedia riesce comunque a trovare spazio per la grazia, per la bellezza e per l’amore”.
Benioff ha potuto contare in più occasioni sulla collaborazione di Hosseini durante la fase di adattamento. “Khaled non avrebbe potuto essere più generoso, nel concedere il suo tempo e le sue conoscenze, rispondendo a tutte le mie domande sulla vita in Afghanistan”, ricorda. “Io sono cresciuto a New York e l’idea dell’infanzia a Kabul era lontana anni luce dalla mia esperienza. Ma Khaled mi ha chiarito ogni dubbio. Inoltre, questi personaggi sono i suoi figli, e Khaled li conosce meglio di chiunque altro. Dunque, è sempre stato bravissimo a spiegare le ragioni per le quali uno dei personaggi faceva o non faceva qualcosa”.
Una delle sfide più complesse che Benioff ha dovuto affrontare è stata la riduzione della lunga catena di eventi che si snodano lungo 30 anni della vita di Amir in un film della durata di due ore. “I salti temporali sono difficili da gestire - spiega lo sceneggiatore –. Nel libro vediamo Amir in molte età della sua vita. Ma io ho deciso fin da subito che volevo solo due attori per interpretare il suo personaggio. Usandone più di due, si sarebbe perso il rapporto tra il pubblico e questo meraviglioso personaggio. Fortunatamente, il nucleo centrale della storia di Khaled è talmente forte da mantenere la sua potenza anche a dispetto delle restrizioni di tempo e di spazio tipiche del formato della sceneggiatura”.
Khaled Hosseini è rimasto molto colpito dal modo in cui lo sceneggiatore ha reinventato la sua storia. “Tanto di cappello a David - dice lo scrittore -. Il mio romanzo è, per la sua stessa struttura, molto difficile da sceneggiare. Ci sono dei flashback, c’è il problema dell’età dei personaggi e poi si passa da una Kabul cosmopolita e vivace alla desolata città semidistrutta che Amir trova al suo ritorno. Ma David ce l’ha fatta e quando ho letto l’ultima versione del copione mi sono detto: ‘Questo sarà un film bellissimo’”.
Restava da trovare un regista. I produttori sapevano che c’era bisogno di qualcuno con una sensibilità culturale e con un’immaginazione che gli permettessero di fare i conti con una storia che va da Kabul alla California, dall’orrore e dalla devastazione della guerra alle opportunità di un nuovo inizio offerte dall’America. Dagli effetti stordenti della violenza e dell’intolleranza, al trionfo dell’onore e della speranza. Hanno scelto Marc Forster, soprattutto per la sua capacità di caricare di umanità tutti i film che ha realizzato a prescindere dal genere: dalle forti emozioni di MONSTER’S BALL agli incanti di NEVERLAND, fino alla fantasia della commedia VERO COME LA FINZIONE. Inoltre, aveva già lavorato con Benioff nel thriller psicologico STAY. “Marc era un regista del quale ammiravamo moltissimo il lavoro” spiega William Horberg. “Qualsiasi mondo tocchi, trova sempre personaggi che il pubblico capisce e nei quali si immedesima profondamente. Nel suo lavoro mette curiosità e bellezza. E dato che questa storia era diversa da tutto ciò che aveva fatto in passato, abbiamo pensato che anche per lui sarebbe stata una sfida affascinante”. Forster ha dimostrato fin da subito di possedere le doti necessarie per affrontare il progetto. “Marc non ha esitato neanche per un istante a imbarcarsi nella realizzazione di un film riguardante una cultura alla quale non apparteneva”, ricorda Rebecca Yeldham. “Ha accettato ostacoli che altri avrebbero rifiutato immediatamente. Ed è riuscito ad andare dritto al cuore della storia, a quelle stesse ragioni che, oltre a lui, avevano già commosso milioni di persone”.
Per Forster, la storia dell’idilliaca amicizia tra i piccoli Amir e Hassan e la drammatica successione di eventi che gettano ombra sulla nuova vita di Amir in America era irresistibile. “Mi sono innamorato di questa storia” sostiene il regista. “Leggere il libro è stata una esperienza bellissima ed emozionante e ho deciso di voler partecipare. Come MONSTER’S BALL, ma in un modo molto diverso, è la storia della rottura di un circolo vizioso di violenza, racconta la possibilità di redimersi. Dovevo riuscire a creare questo incredibile ed epico viaggio, portando contemporaneamente il pubblico dentro la storia molto intima dei personaggi e degli effetti profondi che ognuno di essi ha nella vita dell’altro. Questa miscela è la vera bellezza del romanzo”.
Fin dall’inizio, Forster ha capito che per dare vita al film doveva penetrare il fitto e complesso tessuto della cultura e della vita afgane. Preparandosi al progetto, ha condiviso la sua visione del film con Khaled Hosseini e ciò ha portato al consolidarsi di una grande affinità. “Mi ha fatto molto piacere sapere che Marc intendeva fare tutto il possibile per rendere il film il più autentico possibile sotto l’aspetto culturale. Che voleva mostrare al pubblico qualcosa che non era mai stato visto prima”, racconta Hosseini. “Mi ha parlato con passione, con integrità, con sincerità del libro e mi ha detto che aveva paura di non rendere giustizia al romanzo e a me. Ma io non ero preoccupato, perché avevo visto che era innamorato della storia, che era profondamente coinvolto nel progetto e osservandolo sul set ho constatato anche il suo grande talento”. Forster ricorda: "David è stato di un’abilità magistrale nel cogliere lo spirito de IL CACCIATORE DI AQUILONI. La cosa più importante era non deludere Khaled, perché il libro esprime la sua visione”.
Dall’Inglese al Dari
Mentre David Benioff era ancora intento nella scrittura della sceneggiatura, è stato deciso di girare il film in lingua Dari, una delle due linue principali parlate in Afghanistan. “Pensavo che girare il film in qualsiasi altra lingua sarebbe stato un errore”, spiega Marc Forster. “Dei bambini afghani che negli anni ’70 parlavano tra loro in inglese non sarebbero stati credibili. Era necessario un legame emotivo, un legame con qualcosa di reale”. La decisione è stata accolta con entusiasmo dall’autore Khaled Hosseini: “Quando Marc mi ha detto che voleva girare il film in Dari, mi ha conquistato. Ho capito che voleva veramente rendere giustizia al mio libro, perché per me era molto importante che i personaggi fossero credibili”, racconta. Hosseini ha collaborato alla scrittura dei dialoghi, aggiungendo alcune frasi in grado di rendere più naturale e realistico il linguaggio dei personaggi afgani. Alle battute in Dari si affiancano alcune battute in Pashtun, una lingua parlata dai talebani, e in Urdu, la lingua dei pachistani.
Una volta iniziata la produzione, sono stati assunti alcuni specialisti di lingua Dari, che hanno aiutato gli attori non afgani nella pronuncia e nell’inflessione. Gli specialisti sono stati sul set tutti i giorni, per accertarsi che ogni battuta fosse pronunciata esattamente come a Kabul. Le traduzioni estemporanee sul set sono state eseguite da Ilham Hosseini, una studentessa di legge all’università di Berkeley, fuggita insieme alla sua famiglia dall’Afghanistan. Ilhan è anche una cugina di Khaled Hosseini.
Oltre agli specialisti di lingua Dari e di altri dialetti afgani, la produzione ha assunto diversi consulenti culturali, sempre a disposizione per tutta la durata delle riprese, per limare i minimi dettagli e le sfumature. Durante la lavorazione del film, sono stati consultati anche moltissimi ricercatori e studiosi, per assicurare la verosimiglianza, del contenuto e delle rappresentazioni del film.
Filmare una Kabul perduta nella Repubblica Popolare Cinese
Fin dall’inizio della lavorazione de IL CACCIATORE DI AQUILONI, la produzione ha dovuto fare i conti con una domanda cruciale: dove girare il film? La storia richiedeva una ricreazione totale di diversi mondi non più esistenti, tra cui la vivacissima Kabul degli anni ’70, animata da tante culture diverse che vi coesistevano in pace e libertà, e la Kabul del 2000, sotto il regime dei talebani. Ma dove era possibile trovare i paesaggi, l’architettura e i panorami di questa città vecchia di 3000 anni, unica città di frontiera della Via della Seta? E quale luogo permetteva al contempo di soddisfare le esigenze logistiche di una grande produzione cinematografica?
E. Bennett Walsh ha trascorso un anno a fare sopralluoghi in 20 paesi diversi e alla fine il luogo migliore per le riprese è risultato trovarsi nella Cina occidentale. Walsh conosceva già la Cina, dopo aver portato Quentin Tarantino a girare in quel paese il suo KILL BILL VOL. 1. Ma il luogo più simile a Kabul si trovava nella remota Asia Centrale, nella vasta e scarsamente popolata provincia dello Xinjiang. Un territorio affascinante e deserto, tra le antiche città di Kashgar e Tashkurgan, che ricordava molto da vicino l’Afghanistan, non a caso a pochi chilometri di distanza. Quella remota sezione della mitica Via della Seta (che un tempo collegava l’Impero romano a quello cinese) è oggi un’area musulmana in seno alla società cinese, caratterizzata da forti influenze indiane e persiane. La città-oasi di Kashgar, un “melting pot” di culture e di coloratissimi bazaar, è un luogo magico in un territorio che varia dai paesaggi lunari del deserto di Taklimakan (il cui nome significa “entri e non esci mai più”), alle vertiginose catene montuose circostanti. “Avevo visto molte foto di come si presentava Kabul negli anni ’70, e dopo aver visitato Kashgar, ho capito che quella era la città perfetta – racconta Forster -. C’era tutto ciò che ci occorreva per rendere il film autentico, compresi l’architettura il paesaggio, le dimensioni e anche le comparse”.
La città vecchia di Kashgar è stata usata per la maggior parte delle scene ambientate nella Kabul degli anni ’70 e del 2000. Nelle stradine attorno all’enorme moschea di Id Kah, invece, sono state girate le scene ambientate a Peshawar, in Pakistan, e quelle nella sala da tè di Rahim Khan. Costruita nel 1442, la moschea è una delle più grandi di tutta la Cina e può ospitare fino a 10mila fedeli. Per la rocambolesca fuga di Baba e del piccolo Amir dall’Afghanistan al Pakistan, e per il viaggio di ritorno di Amir, decenni dopo, le riprese sono state effettuate lungo la celebre Karakorum Highway, la più alta strada lastricata del mondo, che si snoda tra alcuni dei passi più spettacolari del pianeta. Altre scene sono state girate sul lago Karakul, a 4000 metri di altitudine, dove il cast e la produzione sono stati alloggiati in yurte, le tipiche tende della zona.
Nella piccola città di Tashkurgan, nota come “la Città di Pietra” per via delle sue rovine antiche di 2000 anni, sono state girate altre scene ambientate nella Kabul degli anni ’70 e il lugubre cimitero di Kabul. La produzione ha girato inoltre per due settimane a Pechino, diventata temporaneamente San Francisco, mentre a tre ore di distanza dalla città è stata realizzata la terrificante scena della lapidazione nello stadio Ghazi di Kabul, usando per l’occasione lo stadio Baodung, con 1000 comparse sugli spalti. Dopo quasi tre mese di riprese in Cina, la produzione si è spostata a San Francisco, dove sono state girate le scene con gli aquiloni dell’epilogo, al Berkeley’s Cesar Chavez Marina Park. “Per girare in quei luoghi, bisogna essere aperti all’idea che qualsiasi cosa potrebbe succedere in qualsiasi momento”, riconosce Forster. “Devi essere pronto a cambiare i tuoi piani da un momento all’altro. Certe volte non sapevo neanche che cosa sarebbe successo l’indomani”. Forster è rimasto colpito dalla collaborazione della quale ha potuto giovarsi la produzione ovunque. “Sono rimasto sorpreso dall’impatto che il film ha avuto in aree nelle quali la popolazione non aveva mai visto una telecamera e tanti occidentali tutti insieme”, prosegue il regista. “C’era molta curiosità, ma in generale siamo stati accolti con calore”.
Con oltre 28 paesi rappresentati tra il cast e la produzione, le lingue parlate sul set variavano dall’inglese (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica), al Dari e al Pashtun. Ma si parlava anche Farsi (Iran), Urdu (Pakistan), Uighuro (Provincia di Xinjiang), tagiko (Tashkurgan) e Mandarino. Oltre a tedesco, spagnolo, francese e italiano.
Uscirà il 28 MARZO 2008
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