Carmen Aguero, 20 anni, sarta. Martina Barroso, 24 anni, sarta. Blanca Brisac, 29 anni, pianista. Pilar Bueno, 27 anni, sarta. Julia Conesa, 19 anni, sarta. Adelina Garcia, 19 anni. Elena Gil, 20 anni. Virtudes Garcia, 19 anni, sarta. Ana Lopez, 21 anni, sarta. Joaquina Lopez, 21 anni, sarta. Dionisa Manzanero, 20 anni, sarta. Victoria Muñoz, 18 anni. Luisa Rodriguez, 18 anni, sarta. Tredici nomi di donne dimenticate dalla storia. Tredici giovani vittime della cecità del potere, virgulti innocenti e liberi schiacciati dall'ottusità di regime. Spagna 1939: la Guerra Civile è finita da poco e l'esercito di Francisco Franco occupa le città più importanti della Spagna, tra le quali Madrid. La resistenza, la Gioventù Socialista Unificata (JSU), è ormai ufficialmente disciolta, solo dei giovani cercano di ripartire dal basso riformando, in maniera ufficiosa e nascosta, il vecchio JSU. Ma tra delazioni e denunce, la polizia franchista fa incarcerare migliaia di militanti, molti dei quali in seguito condannati a morte. E quando un ufficiale della polizia muore in un attentato misterioso, a farne le spese con la vita sono 56 militanti carcerati assolutamente innocenti, tra cui le 13 donne (sette per l'epoca minorenni), che dopo la rimozione della coltre d'oblio caduta su di loro sono state soprannominate “le tredici rose” appunto. Il film di Martínez riscopre un episodio insabbiato dalla storia e ancora dolente nella pur tollerante terra iberica. A poco più di trent'anni dalla caduta della dittatura franchista, parlare delle 13 rose non risulta molto facile. Per questo il film ha necessitato di ben tre anni di lavorazione, peraltro con una compartecipazione importante da parte dell'Italia persino in sede di sceneggiatura. Ma non bisogna pensare a un film politico, politicizzato o partigiano. Se c'è partigianeria, questa risulta essere espressione e conseguenza dell'impatto emotivo fornito dalla costruzione drammaturgica. Perché la direzione principale del film è principalmente quella del racconto corale di ampio respiro drammatico, in cui lo sfondo storico concreto è al servizio della descrizione di tredici donne coraggiose e innocenti, la cui passione per la libertà e la grandezza morale mettono in imbarazzo gli automatismi del potere. E in effetti i ritratti sono davvero a tutto tondo, con particolare emergenza della devota e sofisticata Blanca, la tenera e giocosa Adelina, la combattiva Julia e la mite Virtudes. Lo stile è totalmente al servizio di questi personaggi, la macchina da presa e il montaggio creano un legame visivo equiparabile alle mani strette e agli abbracci del finale: si veda la sequenza dei colloqui in carcere, a tratti davvero toccante. Non manca un tocco di cinefilia: all'inizio viene in mente Ken Loach, ma è solo impressione, mentre la rincorsa della madre di Julia al camion che riporta la figlia in carcere è un evidente omaggio a “Roma città aperta” di Rossellini. Ma qui naturalmente si nota la differenza: la citazione a metà, privata dell'omicidio finale, è anche la dimostrazione che Martinez fondamentalmente poteva spingersi anche più in là, in almeno alcuni momenti. Ancora una volta, l'impianto drammaturgico non richiede necessariamente durezza, ma un po' di coraggio in più avrebbe potuto garantire un colpo d'ala soprattutto in alcuni momenti particolarmente statici (i vari prefinali per esempio). E che il regista ne fosse capace, almeno tecnicamente, lo dimostrano le sequenze dell'ispettore Fontenla, girate con ampio uso di quinte, controluce, profondità di campo e movimenti macchina decisamente accurati e stilisticamente impeccabili, dal respiro ai limite del fantasioso. Supportato da attrici superbe – su tutte Pilar Lopez de Ayala, Veronica Sanchez e la nostra Gabriella Pession, che ha dovuto abbattere anche la barriera della lingua –, “Le 13 rose” ha il merito di utilizzare la chiave dell'emotività, anche in maniera convenzionale, per diffondere una vicenda decisamente poco nota se non del tutto sconosciuta, dimenticata o peggio ancora nascosta.
Sulle difficoltà produttive causate dal materiale delicato si sono soffermati in conferenza stampa Roberto Di Girolamo, produttore, Barbara Di Girolamo sceneggiatrice e i due attori Gabriella Pession e Adriano Giannini. La questione principale ha riguardato naturalmente il soggetto del film. Barbara Di Girolamo, che lo ha sceneggiato insieme al regista e Ignacio Martinez, sottolinea l'importanza della riscoperta del tragico evento. Un film per ricordare, nato innanzitutto da un libro-inchiesta scritto nel 1995, dunque in un momento in cui il regime franchista era un ricordo molto più vivido. Il lavoro di Carlos Fonseca è stato tradotto in immagini volendo sottolineare soprattutto i singoli profili delle donne. Un po' come accadeva in “Rosenstrasse” di Margarethe Von Trotta, ha spiegato la Di Girolamo stimolata da una giornalista, anche in questo caso c'è la visione femminile della resistenza, in cui peraltro le donne sono vittime innocenti. Roberto Di Girolamo ha spiegato invece i motivi per cui il film ha tardato ad arrivare nelle sale, soprattutto in Spagna. Come già detto, il soggetto ha richiesto una lunga ponderazione data la delicatezza. Trattandosi di una pellicola storica, in costume, con una spesa di 7.800.000 euro, c'era bisogno di una distribuzione coraggiosa e soprattutto ben collocata. In un primo tempo il film era stato opzionato dalla Sony, la quale si è tirata indietro data la mancanza di un impatto prettamente spettacolare. Subentrata la Bolero, in Italia c'è stato un ritardo di un anno per via della concorrenza di altri film nello scorso agosto. Circa l'aspetto artistico hanno parlato molto i due attori, Gabriella Pession interprete di Adelina e Adriano Giannini che ha ricoperto il ruolo di Fontenla. “Il mio personaggio è un personaggio fiabesco, vive in un paese dei balocchi”, afferma l'attrice, “il lavoro è stato armonioso ma duro, soprattutto per via della lingua. Le attrici spagnole però erano amiche, non hanno vezzi e mi davano molti consigli. Ho imparato a scoprire e ad amare questo storia leggendo il copione, pur con tutte le difficoltà derivate dalla lingua. Per approfondimento ho pensato di leggere il libro, e mi sono appassionata ancora di più”. Diverso il metodo di Giannini: per il suo personaggio non ha contato tanto l'approccio storico, “ma un'interpretazione cinematografica in tutti i sensi. Le scene in cui recito sono state girate tecnicamente in maniera diversa dal resto del film – la troupe è stata perfetta nel gestire coralmente la situazione –, e il personaggio andava privato di retoriche e stereotipi. Emilio mi ha suggerito di creare un contrasto con i miei occhi, che lui ritiene “da buono”, inserendo una tensione sessuale nel personaggio. Un cattivo tutto sommato cinematografico a tutto tondo, ma che mi sembra si sia rivelato funzionale al racconto nel suo complesso.” Titolo originale: Le trece roses, Spagna 2007 Regia: Emilio Martínez Lázaro Soggetto: Pedro Costa, Emilio Martínez Lázaro, Ignacio Martínez De Pisón, Carlos Fonseca dal romanzo “Trece Rosas Rojas” di Carlos Fonseca Sceneggiatura: Barbara Di Girolamo, Emilio Martínez Lázaro, Ignacio Martínez De Pisón Direttore della fotografia: José Luis Alcaine Montaggio: Fernando Pardo Musica: Roque Baños Trucco: Mariló Osuna, Almudena Fonseca Suono: Carlos Buonmatí, Carlos Faruolo, Alfonso Pino Produttore esecutivo: Carlos Bernanes Produttori: Roberto Di Girolamo per FilmExport Group, Enrique Cerezo, Pedro Costa Cast: Pilar Lopez de Ayala (Blanca), Gabriella Pession (Adelina), Veronica Sanchez (Julia), Marta Etura (Virtudes), Nadia De Santiago (Carmen), Teresa Hurtado De Ory (Victoria), Barbara Lennie (Dionisia), Alba Alonso (Ana), Celia Pastor (Martina), Silvia Mir (Carmen B.), Sara Martin (Pilar), Maria Cotiello (Elena), Miren Ibarguren (Joaquina), Carmen Cabrera (Luisa), Adriano Giannini (Fontenla), Enrico Lo Verso (Canepa), Goya Toledo (Carmen Castro) Distribuzione: Bolero Film
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