Cinecittà è un pezzo di Roma a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Accanto a uno dei primi centri commerciali della capitale quattromila lavoratori precari attraversano ventiquattro ore al giorno il portone di un’anonima palazzina, una fabbrica di occupazione a tempo determinato che sembra un condominio qualunque. Tra loro alcuni operatori telefonici hanno organizzato scioperi, manifestazioni, scritto un giornale e presentato un esposto all’Ufficio Provinciale del Lavoro. Si sono autorganizzati, hanno rischiato e sono stati licenziati. Qualcuno poteva salvarsi e accettare un lavoro pagato 550 euro al mese, ma “noi non siamo mica il Titanic –mi dicono- non affonderemo cantando”. Parole sante! Rispondo io. - La storia, il collettivo PrecariAtesia
Marco, Peppe e Gianluca sembrano strani perché dopo il 1° maggio del 2000 costituiscono l’Assemblea Coordinata e Continuativa contro la Precarietà. A quel tempo il lavoro precario si chiamava flessibile e pareva una cosa che stava salvando l’Italia. Infatti si diceva che la flessibilità faceva calare la disoccupazione. Marco dice che si favoleggiava di un’azienda dove ci stavano migliaia di lavoratori e nemmeno un dipendente. Una fabbrica di precari, che a quel tempo campavano d’altro e magari andavano a lavorare perché ci stavano le belle ragazze.
Così allora Peppe, Gianluca e Marco ci vanno a fare volantinaggio. “a fare informazione –dice Gianluca- nemmeno contro informazione”
E quest’azienda di favola si chiama Atesia. Fa parte del gruppo Almaviva È il primo call center in Italia. L’8° al mondo. 300.000 telefonate al giorno Solo nella sede di Cinecittà ci sono quasi 4000 persone. Questo sta scritto nel sito ufficiale dove sulla prima schermata ci sta subito la fotografia di una telefonista, una bella ragazza –come dice marco.
E allora ci vado a parlare con le belle ragazze e i ragazzi belli che ci lavorano dentro al call center.
Gente come Emanuela. Una che se ne va al call center per guadagnare qualcosa e intanto finire gli studi. Poi ha finito gli studi e è rimasta legata a un lavoro senza tredicesima, maternità, ferie, malattia…
Jimmy dice che lavoravano a cottimo. Che oltre i 2 minuti e 40 secondi smettevano di guadagnare soldi.
Poi l’azienda gli ha tolto 5 centesimi, c’è stata la prima assemblea e i precari hanno incominciato a organizzarsi. Hanno fatto un collettivo, i “PrecariAtesia” e si sono riuniti per anni, due volte a settimana nel sottoscala di un comitato di quartiere sull’Appia. La stanza dove abbiamo fatto queste interviste.
Christian dice che puoi correre dei rischi perché non hai molto da perdere. Così organizzano il primo sciopero per chiedere almeno l’applicazione della legge 30 e il 90% dei lavoratori sciopera. Stime reali –dice Maurizio- Una giornata di festa e liberazione col vino e le salsicce.
Il primo di dieci scioperi e di tanti sit-in, interventi, manifestazioni, incursioni nei convegni e nelle convention a cui partecipano i vertici dell’azienda. E incominciano anche a scrivere un giornalino per informare i lavoratori di quello che sta succedendo.
Così incominciano i licenziamenti e le non-riassunzioni e loro se ne vanno all’Ufficio Provinciale del lavoro e presentano un esposto in cui denunciano le condizioni in cui si trovano a operare e incomincia una storica ispezione che durerà più di un anno.
A quel tempo in Atesia gli operatori erano circa 4000
Soltanto 400, forse anche di meno erano i lavoratori subordinati, cioè i dipendenti assunti a tempo indeterminato e 3500 avevano il contratto a progetto, il contratto che scade. Quello dei lavoratori precari che si vanno a mettere in fila per sapere se il giorno appresso potranno tornare a lavorare.
E alla fine dell’estate 2006 gli ispettori scrivono che l’azienda gli ha fatto un contratto a progetto che non indica nessun progetto reale e serve solo a nascondere la vera natura del lavoro per “versare all’INPS e all’INAIL contributi inferiori a quelli dovuti” e risparmiare un sacco di soldi e inoltre controlla i propri dipendenti, ne controlla le modalità di lavoro, i tempi, le pause, ecc...
Questo dice l’ispezione.
Ora secondo il parere degli ispettori l’azienda deve assumere tutti a tempo indeterminato e tirare fuori i soldi che ha risparmiato non pagando il dovuto a Inps e Inail. Sono migliaia i lavoratori passati per quel call center in questi anni, ma quanti precisamente? Perché erano stati assunti con quella tipologia di contratto?
Avremmo voluto chiedere queste informazioni e molte altre all’Atesia, ai rappresentanti, uffici stampa o dirigenti di Cos-Almaviva. Fare un’intervista per fargli spiegare le loro ragioni, ma ci hanno scritto che non ritengono opportuno rilasciare dichiarazioni e interviste.
Perciò questo capitolo si apre e si chiude in poche righe.
Intanto Rosa Rinaldi, sottosegretario al Ministero del lavoro, dice che questa e altre aziende hanno sicuramente guadagnato molto sullo sfruttamento del lavoro. Ma quanto?
L’azienda fa una stima di quanto dovrebbe spendere se venisse applicata l’indicazione dell’ispezione.
L’ufficio legale fa i conti. La spesa è tra i 280 e i 300 milioni di euro Vittoria a mani basse! -come dice Maurizio- e così abbiamo dimostrato che con l’autorganizzazione si poteva ottenere un risultato concreto. Ma intanto passa qualche giorno e Atesia fa ricorso al Tar che blocca l’effetto dell’ispezione.
Siamo nell’autunno del 2006. Si sta facendo la legge finanziaria. L’articolo 178 si occupa della questione-lavoro precario. Le aziende devono stabilizzare i lavoratori che illegalmente hanno assunto con contratti a progetto. Chi assumerà dovrà pagare solo la metà di quello che non ha versato negli anni precedenti, il resto, se gli bastano i fondi, ce lo mette lo Stato. Ma per essere assunto il lavoratore deve firmare una conciliazione nella quale dichiara che in passato ha firmato contratti a progetto perché realmente ha lavorato a progetto liberando le aziende dal pericolo di essere multate.
Questo vale anche per le aziende che sono oggetto di provvedimenti amministrativi o giurisdizionali non definitivi concernenti la qualificazione del rapporto di lavoro… ovvero aziende come Atesia.
Forse è un condono o forse un’amnistia. Non è direttamente il governo a farlo, ma ogni lavoratore è un po’ come se condonasse personalmente l’azienda per la quale ha lavorato.
In tutto ciò i sindacati sono chiamati a risolvere la questione stipulando accordi. Il collettivo dei precari è contrario. Il sindacato incomincia le trattative.
A Cinecittà si fa un vero referendum e i lavoratori votano in due giorni con vere urne elettorali. Nel resto dell’azienda in giro per l’Italia si fa per alzata di mano. In Atesia il contratto viene bocciato, nelle altre sedi invece è accettato. Così l’accordo passa.
Passa perché le mani alzate per una manciata di secondi in mezzo alla folla di un’assemblea contano quanto due giorni di referendum con schede e documenti.
E così si firma il contratto che è un part-time a 550 euro al mese.
Intanto i lavoratori che hanno fatto gli scioperi e denunciato all’Ufficio Provinciale del lavoro la loro condizione sono stati tutti licenziati, non riassunti e denunciati.
- Le interviste
Ho incontrato un gruppo di precari che hanno lavorato in questi anni nel più grande call center italiano. Ho cercato di rimettere in fila questa storia usando solo le loro interviste, le loro parole. Raccontare di un gruppo di lavoratori che un po’ d’anni fa si sono trovati un lavoretto per pagarsi gli studi, per guadagnarsi qualche lira in attesa del lavoro vero e poi ci sono rimasti incastrati. Il lavoro vero non c’è o non c’è per loro.
Nel 2000 quando quelli dell’Assemblea Coordinata e Continuativa contro la Precarietà se ne andavano davanti al call center a fare volantinaggio i precari in Italia erano di meno. Ora secondo le stime stanno tra l’11 e il 14%. La cifra precisa non si riesce a sapere perché c’è un po’ di confusione su cosa sia un lavoratore precario. Sono persone che scelgono la flessibilità per sentirsi più libere? Sono autonomi? Sono subordinati a cui le aziende fanno un contratto a progetto per risparmiare?
E poi sono lavoratori precari, oggi fai la statistica e domani la situazione è già cambiata. Come fai a contarli? Sono precari pure quelli che lavorano alla compilazione delle statistiche. Infatti quest’anno il giorno che l’hanno presentate c’è stata una manifestazione proprio dei precari che l’avevano fatte.
Si…da queste interviste viene fuori un documentario un po’ moscio, un po’ loffio. Non ci stanno inseguimenti e sparatorie, ma nemmeno le tragedie della guerra, i casi umani disastrosi.
Qualcuno in questi giorni mi ha detto che in fondo i precari in Italia non sono così tanti. E ha ragione perché se li conti tutti insieme arrivi a un paio di milioni, qualcuno dice tre. La stima più alta che ho trovato è 3.750.000 o poco di più.
Ma poi se conti quelli che arrivano alla prima assunzione cambia tutta la storia.
Nel 2001 il 60% dei nuovi assunti aveva un contratto a tempo indeterminato. Quel numero diminuisce ogni anno. Adesso, sei anni dopo ci siamo persi per strada il 15% dei contratti veri, quelli di una volta, quelli che ti permettevano di campare e di farti due conti sul futuro.
E anche tra i contratti a tempo indeterminato aumentano i part-time come i nuovi assunti nel call center di Cinecittà.
E’ facile immaginarsi che solo una piccola parte di quei contratti precari nel tempo diventeranno dei veri contratti. Più della metà di quelli che firmano il primo contratto oggi in Italia c’ha un contratto di quel genere. E a questi bisogna aggiungere anche i disoccupati che non ce l’hanno proprio un contratto da firmare.
Allora forse la bomba non è ancora scoppiata, ma tra un po’ ci sarà il botto.
Così non ci ho proprio provato a raccontare questa vicenda in maniera più pimpante e forse manco ero capace di farlo. Mi pareva che era meglio raccontarla e basta. Mi pareva che era meglio raccontare la via della mediazione del sindacato e del governo.
Strade legittime.
Ma a me pareva interessante parlare di un’altra strada. Quella di un gruppo di lavoratori che si autorganizzano per non colare a picco con tutto il sistema di cui fanno parte.
Maurizio mi dice “là dentro in azienda sembra il Titanic, la nave che affonda mentre i passeggeri ballano e cantano”.
Se il transatlantico era già affondato questo documentario mi veniva più tragico e emozionante. Ma questa non è la storia di un eccidio nazista accaduto in poche ore, di una diga crollata in un attimo. È una cosa che sta succedendo...che ci sta succedendo. È il Titanic con tutte le luci ancora accese e l’orchestra che suona, ma con l’oceano che sta già nella nave.
- Storia di una goccia
Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che perde. L’uomo pensa: è una goccia. Qualcuno dovrà risolvere questo problema della goccia. Io potrei alzarmi e andarlo a chiudere, ma non posso fare tutto io.
Io sono un democratico e penso che il cittadino elegge i suoi rappresentanti perché si occupino di problemi importanti.
Io non sono mica uno di quelli che non credono più nelle istituzioni e fanno i comitati e i collettivi e si vogliono organizzare da soli!
L’uomo seduto nella stanza guarda il rubinetto e pensa: il governo dovrebbe risolvere questo problema della goccia.
Se ci fosse un uomo di destra, direbbe saldiamo un tappo di ferro sulla cannella del rubinetto e la goccia smetterà di cadere. Certo, dico io, ci saldiamo il tappo. Ma se mi devo andare a lavare le mani, con la cannella saldata non uscirà acqua.
L’uomo di destra mi risponderebbe: vabbè, ma intanto abbiamo risolto il problema della goccia. Quando emergerà un problema lavaggio-mani affronteremo anche quello. Un problema alla volta.
Giusto, dico io, ma questa soluzione del tappo non mi convince.
Se ci fosse un uomo di sinistra, direbbe… Ma in realtà un uomo di sinistra non è mai da solo. Sono sempre in due. Uno sinistra moderata e l’altro sinistra radicale.
Ricomincio. Se ci fossero due uomini di sinistra, l’uomo di sinistra moderata direbbe: saldiamo un tappo di ferro sulla cannella del rubinetto…come l’uomo di destra.
Mentre l’uomo di sinistra radicale mi consiglierebbe dovresti alzarti dalla sedia e chiudere il rubinetto Cioè direbbe quello che penso anche io che infatti mi ritengo un uomo di sinistra. Ma l’uomo di sinistra radicale aggiungerebbe però se chiudessimo il rubinetto ci troveremmo oggettivamente in contrasto con la sinistra moderata che essendo vicina alle idee della destra abbandonerebbe la coalizione… perciò dobbiamo essere responsabili e non rischiare di far cadere il governo. Dunque chiudere il rubinetto per arrestare la caduta della goccia è un’ottima soluzione, ma non è la strada percorribile. Perciò aspettiamo.
Giusto, dico io, ma questa soluzione dell’attesa non mi convince.
Forse dovrei rivolgermi al sindacato. Se ci fosse un sindacalista mi direbbe non importa quale sia la soluzione migliore. Si potrebbe chiudere il rubinetto e anche saldare la cannella, ma la scelta di una delle due implicherebbe uno scontro fra posizioni diverse.
E se c’è ‘no scontro...nessuno può sapere come va a finire! Noi invece siamo favorevoli a una mediazione. E poi siamo proprio sicuri che si tratta di una goccia?
E se non fosse una vera goccia? E se fosse una metafora? E se fosse una provocazione?
Giusto, dico io, ma questa posizione del sindacato non mi convince.
Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che goccia. L’uomo pensa: è una goccia. Io potrei alzarmi e andarlo a chiudere, ma non posso fare tutto io.
Intanto le gocce cadono una dopo l’altra. L’uomo nella stanza vede il lavandino che si riempie. Vede la fatale goccia che fa traboccare il vaso. Vede l’acqua che cade sul pavimento. Sente i piedi che incominciano a bagnarsi e pensa: prima o poi, goccia dopo goccia si allagherà la stanza.
Pensa: il pavimento cederà sotto il peso dell’acqua. Ma il pavimento della mia stanza è il soffitto della stanza di sotto. Miliardi di gocce sfonderanno il pavimento e allagheranno la stanza del piano inferiore con tutti gli oggetti utili e inutili e le persone che la abitano.
Le stanze cadranno una sopra l’altra fino a far crollare il palazzo e l’acqua seppellirà le macerie.
Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che goccia e vede il diluvio.
E pensa: non è possibile. No, proprio non è possibile.
Così si gira e guarda verso il muro. Smette di pensare alla goccia. Sorride, si addormenta e affoga serenamente.
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