La mia Cattedrale, la via al tempio sacro sulla Marmolada

La mia Cattedrale, la via al tempio sacro sulla Marmolada

Membro storico dell’International alpineXtrem Team di SALEWA, Florian Riegler ripercorre in 12 ore la "Cattedrale", la via sulla Marmolada di difficoltà...

Membro storico dell’International alpineXtrem Team di SALEWA, Florian Riegler ripercorre in 12 ore la "Cattedrale", la via sulla Marmolada di difficoltà 8a, per un totale di 21 tiri di corda, firmata cinque anni fa da Pietro dal Prà. “Ho sentito parlare per la prima volta della Cattedrale nel 2006” racconta Florian “quando in una rivista specializzata spagnola ho letto un articolo sulla prima ascensione di Pietro dal Prà. La storia e le immagini di questa via esercitarono su di me un fascino immediato, per poi rimanere in qualche angolo della mia mente fino a quest’anno”. È nel maggio 2009 che decido di affrontare la via al tempio sacro. Le prime lunghezze percorse sul "calcare della Marmolada" sono un vero piacere, mi sento profondamente raccolto, come se stessi per entrare realmente in un'imponente cattedrale. I chiodi si rivelano migliori del previsto e percorriamo sino alla quinta lunghezza, un 7c. "Nient'affatto facile! E adesso un po' di arrampicata". Fatto! La lunghezza successiva, 7b, è più leggera, ma è seguita da una nuova 7c. Un punto di bouldering impegnativo, ma comunque fattibile. È già tardi e mio fratello Martin e io decidiamo di scendere, entusiasti di questa via straordinaria. "Sicuramente la ritenterò, perché questa via è troppo forte!", dico a Martin. Mio fratello è quasi invidioso, in quanto deve rientrare all'università a Graz. Un paio di giorni dopo ritento infatti l'impresa della Cattedrale, accompagnato da Rebecca, un'amica alpinista. Alle 23.30 siamo davanti al Bivacco dal Bianco, ma restiamo sorpresi: il locale invernale è strapieno, anche se siamo solo all'inizio dell'anno e la neve è ancora alta. Prendiamo quindi un materasso, tre coperte e ci accontentiamo del cielo stellato.

La mattina successiva. Le prime nove lunghezze della via, compresi i due passaggi 7c, mi riescono al primo tentativo e Rebecca mi segue. Malgrado lo zaino, è talmente rapida, che a fatica riesco a ritirare la fune. Abbiamo un obiettivo chiaro: arrivare sino alla lunghezza più difficile, un impegnativo tetto 8a+, che poi affronteremo in arrampicata su roccia. Le proposte di valutazione di Pietro dal Prà si rivelano per lo più correttissime. Ora siamo entrambi appesi nello spiazzo che si apre sotto questo ampio tetto e decido di mangiare un panino al formaggio. "Mmm, ce la faremo?" Salgo libero, ma dieci metri dopo sono di nuovo appeso alla fune. Adesso mi arrampico per tutta la lunghezza della corda, sino a quando Rebecca mi recupera. Dopo questa azione le scarpe strette cominciano a farmi male e siamo costretti a tornare all'attacco, dove ci aspetta una nuova sorpresa: troviamo il nostro zaino nella neve, i panini non ci sono più e anche gli scarponi sono rosicchiati. Durante la nostra assenza le marmotte della Marmolada hanno fatto festa e ne saranno state ben felici, dopo questo rigido inverno! Adesso non vediamo l'ora di affrontare la via in una sola giornata, ma il maltempo manda all'aria i nostri piani. Tuttavia la motivazione è più forte. Anche se i perni di ghiaccio che fuoriescono dalla parete sono contro di noi e un vento freddo ci frusta il viso, vogliamo farcela. Per un'ora restiamo seduti all'attacco, accovacciati l'uno accanto all'altra, sperando che qualche raggio di sole ci scaldi. Infine decidiamo di partire. Malgrado i guanti e il piumino, Rebecca si lamenta per il freddo e quando, mentre mi trovo nella seconda lunghezza, non sento più mani e dita dei piedi, alla fine mi do per vinto. ore 7.00

Rebecca e io ripartiamo. A me piacerebbe scalare ogni lunghezza punto rosso e arrivare in cima alla Canna d'Organo prima che scenda la notte. La tensione si fa sentire. Già da alcuni giorni in testa ho solo i singoli tratti che dobbiamo percorrere. Come al solito prima della partenza eseguo tutti i miei rituali: assumere liquidi, eliminare liquidi, legare le corde. Fa ancora freddo, ma la motivazione è altissima e le prime lunghezze vanno via bene. Prima di affrontare la prima 7c, facciamo una breve pausa e attendiamo un istante, per ripartire proprio mentre i primi raggi del sole ci scaldano la schiena. Con le dita irrigidite dal freddo, ancora peggio delle ultime volte, finalmente raggiungo la posizione, senza hanger. Mi prende una leggera stanchezza e il dubbio di non riuscire a farcela nemmeno oggi. Contro le mie aspettative le lunghezze successive, 7b e 7c, vanno via veloci e recupero fiducia in me stesso.

ore 12.30

Abbiamo raggiunto lo spiazzo sotto il tetto 8a+. Pranzo! E poi si fa sul serio. Il mio battito cardiaco aumenta. Il primo tentativo di traversata. Alcuni passaggi impegnativi e un difficile sperone di roccia mi danno ancora qualche grattacapo. Mi cambio le scarpe (Miura vx) per garantirmi una migliore presa sugli strettissimi passaggi. Supero agevolmente i due passaggi chiave piatti, attraverso i passaggi inferiori e sfrutto l'ultima posizione buona per sgranchire le braccia liberamente prima di affrontare il tetto. Respiro profondamente, per cercare di ridurre i battiti. Adesso arriva il passaggio ripido, ma sono in posizione ottimale per affrontarlo: più sono ripidi, più mi piacciono! I successivi tratti atletici danno fondo alla mia resistenza e nell'ultimo tratto impegnativo, quello che prevede lo spigolo del tetto, il mio avambraccio si fa più lento. "Flo, non mollare adesso!", mi urla Rebecca da sotto. Attingo alle mie ultime forze e ormai allo stremo raggiungo la parte laterale, per mettermi al sicuro, sposto indietro le gambe e gioisco, con tutta la voce che ho in corpo. Le mie urla di giubilo si sentono fino a Venezia. Ce l'ho fatta. Gli ultimi 10 metri, facili e meravigliosi, che mi portano sino al piano, me li godo fino in fondo. E tuttavia siamo solo a metà della via. Davanti a noi ci sono ancora dieci lunghezze, delle quali non conosciamo un solo metro. Seguono spaccature, crepacci e piani sullo straordinario calcare della Marmolada. Cinque lunghezze fantastiche: un sogno!

ore 16.00

Merenda sul nastro di roccia e poi via di nuovo velocemente. Mancano ormai solo 200 m alla "Canna d’organo". Si va bene e ci arrampichiamo velocemente. Improvvisamente, alla 19° lunghezza, mi trovo su un piano che si sbriciola e davanti ho solo qualche erto e piccolo listone di roccia, senza possibilità di tornare indietro, se non con grande difficoltà. "Controllati, Florian", mi dico, cercando di motivarmi. Lentamente sposto più alto il piede sinistro e mi faccio un poco più avanti. A fatica evitiamo una massa di fango e le cose ridiventano più semplici. Malgrado lo zaino, Rebecca sale rapidamente. Sembra che tutto le riesca con la massima leggerezza. Le ultime due lunghezze sono una vera gioia e una bella conclusione.

ore 19.00

Ce l’abbiamo fatta!

Abbiamo raggiunto il punto più alto della "Canna d'Organo", che era la nostra grande meta, senza mai cadere, con un punto rosso pulito. E in sole 12 ore! Sono al settimo cielo. Ma è soprattutto Rebecca che devo ringraziare se siamo stati così veloci. Abbiamo volontariamente rinunciato all'haulbag, per procedere più spediti. Malgrado lo zaino, è stata capace di salire con estrema rapidità. Mentre ci troviamo di fronte allo spettacolo imponente della Torre, della Civetta, del Pelmo e dell'Agner, la tensione cala. La sensazione è unica, ma ci aspettano quasi 900 metri di discesa.

Una breve "benedizione dei monti" e riprendiamo a scendere. Siamo in cammino da 13 ore e la nostra concentrazione comincia a scemare. Dobbiamo essere prudenti: non possiamo concederci errori e ci esortiamo a vicenda, per riguadagnare la base, una lunghezza dopo l'altra. Scende il buio e fa sempre più freddo.

ore 21.30

Finalmente a terra. Dopo oltre 2 ore di discesa in corda doppia, ci ritroviamo al punto di partenza, dove avevamo lasciato i nostri sacchi letto, arrivando così al termine di una straordinaria giornata di montagna. Per me la "Cattedrale" è davvero la via delle Dolomiti più bella che abbia mai scalato, proprio come avevano già detto Graziano Maffei e Pietro dal Prà prima di me.

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