Quel che resta di mio marito, dal 17 novembre

Quel che resta di mio marito, dal 17 novembre

La vita di Arvila Holden di Pocaletto, Idaho, cambia radicalmente con la morte di suo marito Joe. L'ultimo desiderio del congiunto defunto è alquanto...

La vita di Arvila Holden di Pocaletto, Idaho, cambia radicalmente con la morte di suo marito Joe. L'ultimo desiderio del congiunto defunto è alquanto bizzarro: le sue ceneri devono essere sparse in tutti i luoghi dove è stato – compreso quindi il Borneo e l'Asia. Ma dall'altra parte le stesse ceneri vengono reclamate dalla figliastra Francine, naturale erede di Joe, la quale impugna un testamento decisamente blindato: o le vengono restituite le ceneri del padre o prende possesso della casa in cui vive Arvila. Inutile dire che Arvila, tra le due cose, sceglie di rispettare l'ultima volontà del marito, questo subito dopo aver celebrato il funerale a Santa Barbara, California. Carol e Margene, amiche intime di Arvila, decidono di accompagnarla. Sarà questo che trasformerà un breve viaggio verso l'aeroporto in una lunga e imprevedibile avventura on the road a cavallo di una vecchia Cadillac Bonneville rossa (da qui il titolo originale) appartenuta a Joe. E per ogni posto visitato con il marito tra Pocaletto e Santa Barbara, Arvila spargerà al vento una manciata delle ceneri del defunto.

Dal titolo italiano sembrerebbe una commedia grottesca a tema corna e vendetta, invece è un road movie garbato e delicato, con qualcosa in più che una vena malinconica. Il paragone con “Thelma & Louise” potrebbe scattare immediatamente, invece “Bonneville” è da accostare piuttostto al recente “Into the wild” di Sean Penn per il nucleo tematico fondamentale: la scelta di una libertà senza compromessi, il viaggio non come ricerca di se stessi quanto di un valore soffocato dal denaro e dall'ideologia occidentale. A differenza ovviamente di Penn, l'esordiente Chistopher Browley, nell'adattare il soggetto scritto a quattro mani con il compagno di studi Daniel Davis ai tempi della scuola di cinema, sceglie una strada meno radicale, sicuramente più empatica e tutto sommato anche più consolatoria. Affiancare ad Arvila le due migliori amiche fa viaggiare il film su binari tutto sommato più scontati, anche se quando si tratta di mettere in risalto scheletri, difetti e paure (l'intransigenza e il perfezionismo di Carol, la fragilità emotiva di Arvila, la solitudine di Margene) non si nasconde dietro possibili carinerie. Al tempo stesso, questa accortezza è presente anche nei confronti del personaggio della figliastra Francine, apparentemente spietata e senza cuore, ma che in fin dei conti è l'interlocutore ideale del film, il destinatario della lettera che Arvila per tutto il film pensa/scrive.

L'eccessiva prudenza di Browley è comunque tamponata da alcune felici scelte stilistiche, che rendono il film un pregevole esordio. Notevole in particolar modo l'assenza dei flashback. Ogni luogo in cui Arvila decide di fermarsi è un luogo della memoria, ma non sappiamo cosa è successo anni fa in quel posto: basta un primo piano di Jessica Lange e il seguente gesto di dispersione delle polveri a raccontarcelo senza cliché o stereotipi eccessivamente nostalgici. In secondo luogo, la presenza alternata ma costante del camionista Emmett e del giovane Bo riescono ad elevare il discorso al di sopra di facili letture di gender, anzi forse addirittur aiutano ad universalizzare la tematica portante della pellicola.

Se la messa in scena regge e non annoia e la fotografia coglie sfumature naturali che vanno ben oltre la rappresentazione da cartolina, non può non venire citato il lavoro degli attori. “Bonneville” è a tutti gli effetti un film di attori, con tre protagoniste eccezionali. Non solo Jessica Lange, che regge il peso di un non facile ruolo principale, ma anche la corpulenta Kathy Bathes (nel ruolo di Margene) e la longilinea Joan Allen. E forse è proprio la Allen a colpire maggiormente: la sua Carol è ricca di sfumature e insicurezze, sempre in bilico tra prudenza e piccole concessioni, capace di scattare ferocemente quando le rubano la borsetta ma anche di grandi silenzi e pause riflessive. Tutto questo senza perdere un minimo di credibilità, impresa non facile. Last but not least, il cammeo di Tom Skerrit, ultimamente più attivo in tv che al cinema, ma indimenticabile protagonista di film di culto come “Alien” o “MASH”. Il suo Emmett è un piccolo capolavoro di malinconia e disincanto, ma capace ancora di vivere e trasmettere emozioni sincere.

Titolo originale: Bonneville, Usa 2008 Regia: Christopher N. Rowley Soggetto Daniel D. Davis, Chrsitopher N. Rowley Sceneggiatura: Daniel D. Davis Direttore della fotografia: Jeffrey Kimball Scenografia: Chistopher DeMuri Montaggio: Lisa Fruchtman, Anita Brandt Burgonye Musica: Jeff Cardoni Supervisione musicale: Season Kent, Matt Kierscht Suono: Kent Sparling Costumi: Sue Gandy Produzione esceutiva: Bob Brown, R. Michael Bergeron Produzione: Robert May, John Kilker per SenArt Film durata: 93 minuti cast: Jessica Lange (Arvila Holden), Kathy Bates (Margene Cinningham) Joan Allen (Carol Brimm), Victor Rasuk (Bo), Christine Baranski (Francine Holden Packard), Tom Amandes (Bill Packard), Tom Wopat (Arlo Brimm), Tom Skerrit (Emmet L. Johnson).Distribuzione: Teodora Film.

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