UL FIUME diretto da Davide Maldi, in concorso alla seconda edizione di ViaEmiliaDocFest, è il racconto di un luogo e del suo ambiente, della sua natura, di chi ancora lo popola e ci lavora vicino. È il viaggio di tre amici, che scelgono il fiume Tevere per vivere insieme un momento di distacco dal mondo, alla ricerca dell'ebbrezza infantile, di uno sguardo meravigliato. Navigano, con tutte le aspettative di questo mondo, dalla campagna fino al mare, passando per la città. Un modo per ritrovare le tracce di una visione mitica e sentirle ancora vive. Perché hai scelto di raccontare questa storia attraverso il documentario? “Dico sempre che questo non è un vero e proprio documentario. Parte con una storia, il racconto di un piccolo viaggio in barca sul fiume, un racconto che pian piano si autoelimina lasciando posto a ciò che s’incontra, alla realtà. Io volevo fare un piccolo film sul Tevere, sul viaggio, spinto dalle letture di Mark Twain e Conrad. Il documentario è quindi entrato prepotentemente nella mia idea, dovendo compiere un percorso, quello del fiume, a me ignoto. Ho voluto girare cercando di mantenere in parte quell’ingenuità e stupore che i bambini hanno nel vedere le cose per la prima volta, cercando di essere il meno didascalico possibile”. Il mondo del web, la multimedialità e le nuove tecnologie influiscono sul tuo modo di creare film? E se sì, come?“In passato ho partecipato ad alcuni festival sul web, festival a tema, con rispettive proiezioni in streaming e votazioni online. In quel caso il web imponeva una forma di scrittura che mirava a commissionare, insomma ad influire molto, se in positivo o in negativo non saprei dire, sulla progettazione del lavoro. Mi piace seguire il cambiamento tecnologico.
Rapportato al mio lavoro è interessante cercare di capire quale formato video si sta utilizzando per esempio, e scegliere di conseguenza, se possibile naturalmente, con quale lavorare. Capire così che valore può avere il digitale, l’alta definizione, capirlo nel presente decifrare cosa può voler dire mostrare veramente la sua nitidezza e a volte freddezza; capire il valore espressivo che può avere la pellicola, valorizzare, nel presente, strumenti del passato. Usare il mezzo e capire cosa può significare, capire quando e come può influenzare la scrittura, l’idea del film, l’atmosfera di una scena, la potenza di un luogo o di un volto”.
Credi che il web possa essere decisivo nella diffusione del cinema documentario? “Il web apre a nuove possibilita’, a nuovi meccanismi di distribuzione e proiezione di un film. Come per la musica, si aprono anche per i film, nuovi spiragli di diffusione ‘legale’, scordandoci per un attimo del libero download. La nostra generazione vive senza filtri, senza un onesto insegnamento per via della sconfinata quantità di materiale consultabile presente e che, di conseguenza se mal gestito, va ad arricchire o a confondere l’immaginario collettivo. Il web può fornire guide non imposte, bisogna certo cercare di capire la loro validità. Il web apre molta speranza a film difficili se no da distribuire”.
Tre cose per invogliare il pubblico a guardare il tuo doc e votarlo. “È un film d’inizio, un primo film che spiega anche il percorso che ho deciso di fare, un lavoro che vuole scoprire e guardare e non dire, è un viaggio su un fiume, il Tevere, che in fondo pochi conoscono”.
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