Una legge non scritta di uno dei più noti universi fumettistici impone che uno dei primi segni di riconoscimento di un supereroe lo si trovi nel nome: le iniziali di nome e cognome devono essere rigorosamente le stesse per poter familiarizzare e memorizzare facilmente il personaggio. Pur godendo di questa caratteristica onomastica, Micol Martinez sicuramente fa leva su altre qualità per lasciare un segno nella memoria, e nell’animo, di chi si predispone ad ascoltarla. Artista poliedrica, attrice, pittrice, poetessa e dj, esordirà come cantautrice il 29 gennaio 2010 con l’album “Copenhagen”, dopo aver collaborato come musicista ma anche attrice per artisti del calibro di Max Gazzè, Cristina Donà, Garbo, Negrita, La Crus, Afterhours. Cantautrice, si è scritto, e non è un refuso o un’approssimazione. La giovane milanese cresciuta a Parigi fino ai sei anni d’età la si può definire proprio con quel termine in bilico tra lo scorrettamente abusato e l’obsoleto, quando lo si utilizza nella sua accezione letterale. Compone le musiche e scrive i testi, per “Copenhagen”, di tutte e 9 le tracce, avendo comunque l’umiltà di farsi aiutare musicalmente da Cesare Basile e Francesco Fraticelli in pezzi come "Il cielo", peraltro primo singolo dell’album, o “Mercanti di parole”. Il cantautorato della Martinez è figlio naturalmente di tanti maestri – e Roberto Vecchioni è l’evidente nume tutelare – ma si propone in maniera atipica. La musica è molto fisica, decisa, a tratti d’impatto, ma mai distante dal mood creato dalle parole e dalla voce. Ossimoricamente, è una dolce irruenza che si esprime, per chi scrive, nelle tracce più felici dell’album. “Copenhagen” ne è l’epitome: le batterie – significativamente due – di Cesare Basile e Alessio Russo sono il degno accompagnamento del timbro e dei toni decisi di Micol, per un testo che può trovare un simile ne “Where the Wild Roses Grow” di un certo Nick Cave. Ma è la stessa cosa, per esempio, nella ballata “Il vino dei cilegi”, se pur con un leggero smorzamento dei toni, o ne “L’ultima notte”, dall’incipit letteralmente distorto. Ancora, Micol riesce a unire un cantato sincopato e veloce ad una struttura musicale che, pur ricca di controtempi, non trascura l’aspetto melodico di base. E soprendentemente le riesce anche il contrario. Dove si potrebbe trovare da ridire è proprio quando questi aspetti contrastanti vengono leniti in una sola direzione. Come per esempio in ‘Stupore’, o forse anche ne la stessa “Il cielo”, che si affidano ad una melodia sin troppo classica. E, classicità per classicità, anche “Testamento biologico” che invece si muove compattamente nella direzione opposta, quella della forte verbalità, risulta essere sicuramente meno incisiva rispetto ad altri brani. Tutto ciò, ovviamente, senza togliere nulla alla portata dei testi, mai banali. Un’ultima nota alla traccia che chiude l’album, “Donna di fiori”: meraviglioso incedere lento che cresce col passare dei minuti in intensità emotiva, perfetta chiusura del cerchio se messa in paragone con l’apertura di “Copenhagen”.
Le nove tracce dell’album hanno una durata decisamente più breve delle canzoni mainstream, con poche eccezioni. La maggior parte dura tra i 2’40’’ e i 3’00’’. La sensazione all’ascolto complessivo è quello di una pioggia di petali di rose o, per usare una metafora culinaria, di raffinatissime, piccole scaglie di cioccolato fondente, gocce di piacere dolceamaro che non lascia indifferente neanche il più superficiale dei palati. A contribuire a questo bell’esordio un team di professionisti che è obbligatorio elencare: in primis Cesare Basile e Luca Recchia, produttori artistici e musicisti, Enrico Gabrielli, Rodrigo D’Erasmo, Alessio Russo, Roberto Dell’Era, Fabio Rondani e Alberto Turra, che recuperano sonorità particolari con l’inserimento di strumenti come banjo e shiruti; Robert Herzig, non meno importante, artista dei disegni e della copertina dell’album, e naturalmente la produzione esecutiva di Francesco Mormile e Luca Urbani oltre che della Martinez stessa, per Discipline.
Per Micol Martinez, una formazione che non ha avuto bisogno di passerelle televisive o talent show, è una prova d’esordio più che promettente, che nel tragitto da Milano a Copenhagen passando per Parigi, ci si augura arrivi alla distanza in cui Micol, un po’ al contrario della sua “Donna di fiori”, continui a pungerci nel vivo.
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