L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

1970, San Paolo del Brasile, quartiere del Bom Retiro. Il piccolo Mauro attende con ansia l’arrivo dei mondiali di calcio messicani, non solo perché è...

1970, San Paolo del Brasile, quartiere del Bom Retiro. Il piccolo Mauro attende con ansia l’arrivo dei mondiali di calcio messicani, non solo perché è innamorato della squadra verdeoro e dei suoi campioni ma soprattutto perché è il momento in cui i suoi genitori, partiti l’anno precedente per una strana vacanza, hanno promesso di tornare. Nell’attesa il piccolo Mauro conosce il mondo che lo circonda, un quartiere dove si incrociano razze e culture di tutti i tipi, che ritrova in vari personaggi: da Shlomo, l’ebreo polacco vicino del nonno di Mauro che si prende cura del bambino quando questi scopre che il parente è defunto; Irene, bella barista immigrata greca, centro dell’attenzione di tutti i giovani e giovanissimi di Bom Retiro; Italo, studente militante figlio di italiani, e tante altre figure che riempiono quell’estate del 1970. Un’estate segnata non solo da un Brasile protagonista al mondiale, ma anche dalla dittatura del generale Emilio Medici: una dura realtà che Mauro scoprirà a poco a poco, aspettando sempre più a lungo quel maggiolino celeste dei suoi genitori che forse proprio in vacanza non sono andati.

Reduce da una nomination all’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2007, vincitore di 15 premi in vari festival sudamericani, “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” è il secondo lungometraggio di Cao Hamburger, regista brasiliano di padre tedesco e madre italiana. Come esattamente i genitori di Mauro; e come il piccolo protagonista del film sarebbe diventato, anche Hamburger è stato per alcuni anni un portiere di calcio. Queste rassomiglianze non permettono ovviamente di parlare di un film autobiografico, ma di comprendere la scelta del regista di girare continuamente in funzione dei personaggi più che della storia, scelta testimoniata dall’uso continuo di macchina a mano. L’andamento è giustamente episodico, a tratti forse anche troppo lento, ma è la realtà filtrata dagli occhi di un bambino che si trova a vivere contemporaneamente un sogno fantastico (il Brasile campione del mondo) e una realtà tragica (la morte del nonno, l’esilio dei genitori). Su questo la sceneggiatura insiste molto, forse anche troppo, se si contano diversi episodi se non posticci quantomeno insistiti (i continui allenamenti del bambino risultano a tratti esornativi). E la voice over di Mauro poteva essere ulteriormente limitata, avendo a disposizione delle immagini meravigliose. In particolare colpisce l’uso di superfici riflettenti, vera e propria cifra stilistica del film. Il vecchio Shlomo carica la pendola e chiudendo lo sportello compare il riflesso di Mauro; mentre gioca con Mauro a Subbuteo, Italo ripete imbarazzato la storia della vacanza dei genitori dal riflesso di uno specchio ovale; Hanna cerca di convincere Mauro a giocare con loro dall’immagine riflessa dallo schermo spento della televisione. È un costante rimando ad una dialettica di presenza e assenza, entrambe così pesanti, così imbarazzanti per un bambino di poco più di dieci anni. Accompagnato dalla poetica musica di Beto Villares, “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” ha un vero e proprio punto di forza nella descrizione tutt’altro che stereotipata della realtà storica del Brasile. Un quartiere popolare poco noto all’occhio dello spettatore occidentale, immerso in un periodo altrettanto poco conosciuto (o forse rimosso) ma che, fatte le dovute differenze, non è stato più sereno dei nostri anni di piombo. E attraverso un manipolo di attori straordinari, su cui spiccano per naturalezza i giovanissimi Michel Joelsas e Daniela Piepszyk (Mauro e Hanna), il ritratto che ne esce è assolutamente originale, né pietistico né consolatorio. Il che, come risultato, è tutt’altro che scontato.

Tutte le copie del film, in uscita il 6 giugno, verranno precedute dal cortometraggio LETTERA D’AMORE A ROBERT MITCHUM, prodotto dalla Lucky Red, diretto da Francesco Vaccari con una straordinaria Piera Degli Esposti. Il corto non ha un filo narrativo, è la testimonianza dell’incontro tra un’innamoratissima Piera Degli Esposti e il suo mito Robert Mitchum, divo di classici hollywoodiani come “Il promontorio della paura” o “La morte corre sul fiume”. Ed è proprio la solarità del volto della Degli Esposti che illumina questo corto leggermente innamorato di sé, diretto da un artista visuale da poco passato al video.

Sono stati gli stessi Degli Esposti e Vaccaro ad illustrare genesi e aneddoti del corto, accompagnati dalla testimonianza di Lina Wertmüller, che dell’incontro fra i due attori fu fautrice. “È una realtà da sogno questo corto”, ha esordito Piera Degli Esposti. “Ho sempre desiderato incontrare Robert Mitchum, costringevo chiunque a camminare come lui, a vedere i suoi film. Quando venne in Italia per girare “Lo sbarco di Anzio” (1968, NdR), andai a fare dei provini per recitare la parte di un’infermiera, ma fui scartata perché sembravo poco italiana. Fu solo quando stavo preparando “Madre Coraggio” (1996, NdR) che parlando a telefono con Mara Chiaretti venni a sapere che Robert Mitchum era in Italia e che – era sabato – Lina Wertmüller aveva organizzato per me un incontro per il lunedì sera a casa sua. Ora Lina mi disse che voleva chiamare anche altre attrici, ma le risposi: ‘Ne ha conosciute tante di attrici, se ci fossi solo io sarebbe meglio…’ Ed è stato davvero un sogno per me incontrarlo… mi ero preparata ripetendo tra me e me che era vecchio, magari ubriaco, con la testa piccola rispetto al corpo e invece quella montagna umana continuava ad affascinarmi, ancora oggi mi emoziono parlando…”

Il racconto di Piera Degli Esposti è stato grintoso e pieno di verve tanto da strappare in più di un’occasione applausi sonori e spontanei. D’altronde a chi le ha chiesto quale fosse il suo film preferito con Robert Mitchum, l’attrice ha risposto: “Il promontorio della paura’: perché se non era nudo, aveva sempre dei vestiti molto attillati!”. Lina Wertmüller, coinvolta pur sedendo in platea, ha raccontato la genesi di questo incontro, sempre con una forte venatura ironica. “Incontrai Robert Mitchum casualmente in via del Babbuino. Siccome erano dieci anni che Piera andava avanti con questa storia che voleva incontrare Robert Mitchum, ho pensato allora di farle una sorpresa. Spiegai all’attore che le avrei fatto incontrare una pazza: lui ne aveva sicuramente incontrate tante di pazze, ma questa era una pazza speciale. Mitchum era un attore che aveva solo due espressioni, e proprio questa gamma limitata di espressioni erano la sua forza. Ma quando i due si incontrarono, non dimenticherò mai come furono le loro espressioni. Mitchum si divertì tantissimo, tra loro c’era qualcosa di magico. Ebbi pure la tentazione di far uscire tutti e lasciarli da soli, ma il figlio dell’attore, che era presente, me lo impedì….”

Francesco Vaccaro ha invece presentato la genesi del corto, nato da materiale di repertorio (le foto dell’incontro del 1996, spezzoni dei film di Mitchum) uniti alla lettura della lettera d’amore che Piera Degli Esposti scrisse senza mai spedire a Robert Mitchum alcune decine di anni fa, recitata dall’attrice stessa. “Quando ho presentato il progetto a Piera, è rimasta molto sorpresa: si aspettava un lavoro su un personaggio. Invece questo è un corto non narrativo. Nel girare non ci sono stati problemi, che invece si sono presentati quando si è trattato di riversare in pellicola il corto. Grazie ad Arcangelo Curto, Franco Ambrosio e Maria Rosaria Poliziano siamo riusciti ad ottenere i finanziamenti necessari. Poi Andrea Occhipinti ci ha aiutati ulteriormente. E infine devo ringraziare anche Raffaele Pinelli per il gran lavoro sulle musiche. Avendo il problema dei diritti d’autore per le precedenti musiche, abbiamo dovuto fare tutte ex novo. E Raffaele, un organettista che avevo sentito e che mi aveva colpito, ha composto un tema appropriato per il corto.”

Titolo originale: O ano em que meus pais saíram de férias, Brasile 2006 Regia: Cao Hamburger Soggetto e sceneggiatura: Adriana Falcão, Claudio Galperin, Cao Hamburger, Bráulio Mantovani, Anna Mulayert Direttore della fotografia: Adriano Goldman Scenografia: Cassio Amarante Montaggio: Daniel Rezende Musica: Beto Villares Produzione: Caio Gullane, Fabiano Gullane, Cao Hamburger per Gullane Filmes, Caos Produçoes, Miravista Coproduzione: Daniel Filho e Fernando Meirelles per Globo Filmes, Lereby, Teleimage Local durata: 105 minuti cast: Michel Joelsas (Mauro), Germano Haiut (Shlomo), Paulo Autran (Motel), Daniela Piepszyk (Hanna), Simone Spoladore (Bia), Caio Blat (Italo), Liliana Castro (Irene).

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