‘One Day in Babylon’ più che il titolo di un album è una manifestazione di intenti. E la copertina, se non bastasse, seda ogni dubbio. Al volto a tutto campo di Sun Sooley si sovrappongono parole scritte in bianco in diverse dimensioni. Più che parole, sono slogan, si può leggere ‘Positive’, ‘Vibration’, ‘Roots’, ‘Reggae’, ‘Heart’, 'Ganja' e via dicendo. Alla sinistra del volto, destra per chi guarda, di lato c’è il titolo dell’album scritto in nero su tre strisce sovrapposte, i cui colori, verde, giallo, rosso, formano un richiamo evidente alla bandiera senegalese. In basso, al lato opposto, una miniautra dell'Africa composta dalle stesse parole. Sun Sooley viene infatti da Dakar, ha un passato nell’hip hop – che ritorna palesemente nel brano di quest’album ‘Hungry Mouth’ - con la band P. Froiss e ora, nonostante sia accompagnato da musicisti italianissimi come Lorenzo e Fabrizio Catinella (rispettivamente chitarra e basso, anche producer), Marco Bazzi (batteria) e Riccardo di Paola (tastiere), continua ad avere un legame del tutto particolare con la Terra Madre che va oltre quella che può essere il dovuto omaggio musicale filtrato dalla filosofia e dalla lezione musicale del mito Bob Marley. Non solo perché, come canta, ‘Babylon is a Vampire’ o perché ‘Rastaman’ è cantata in francese. Al di là del pattern reggae ben preciso, il lavoro di Sun Sooley propone complessità e stratificazioni raffinate e per questo, ad un ascolto superficiale, non sempre rilevabili. Ma che ci sono, e fanno la differenza: per quanto, come già detto, incastonato in un genere musicale preciso, un brano di Sun Sooley non lo si può paragonare a uno, per esempio, degli Almukawama, di Sergent Garcia o di Eek A Mouse. Innanzi tutto la voce. Il timbro di Sun Sooley è assolutamente particolare, unico probabilmente. Il calore della vocalità africana è raffinato, dolce, privo delle fisicità e asperità caratteristiche della black music. Il cantato di conseguenza riesce a raggiungere anche toni profondi con venature malinconiche, come dimostrano gli ultimi brani, in particolare ‘Safarà’, o spaziare verso le reminiscenze hip hop (la già citata ‘Hungry Mouth’, ‘Consciousness’) o addentrarsi perfettamente nella classicità (‘One Day in Babylon’, ‘Fight for Freedom’, ‘Day D’). A questo si può aggiungere che le sonorità proposte da Sun e dalla band non lesinano venature rock che ritornano particolarmente in alcune distorsioni di chitarra, ma anche in alcune sfumature effettistiche e ritmiche. In questo modo, pezzi come ‘Come Again’ o ‘Dread a Lion’ si arricchiscono di brio che può aiutare anche l’ascoltatore più scettico o insofferente verso il raggae. Forse è qui li punto nodale di quest’album. E non è un dettaglio da poco. ‘One Day in Babilonia’ è un album legato musicalmente alle radici africane tanto quanto ad un mood europeo contemporaneo. Gli echi occidentali che aleggiano in particolar modo nelle prime e ultime tracce tuttavia non sono da concepire, almeno per chi scrive, come una nota di imbastardimento o, peggio, globalizzazione. La musica è figlia del contesto spaziale, temporale, culturale in cui viene pensata, creata, sviluppata. E c’è anche un mercato musicale, dettaglio mica insignificante. Scorrendo la carriera, si può notare la propensione ai passaggi e alle connessioni, per usare un termine caro all’antropologia di Jean-Loup Amselle: pioniere dell’hip hop senegalese, grazie al lavoro svolto con la prima band P. Froiss, con il gruppo Jant Bi incise in seguito uno dei più noti successi hip hop, Il Sole in dialetto wolof. Nel 2003 forma con Abdourahmane Wone aka Bébé aka Countryman, la band Akiboulane, in cui nome deriva da Al Kébulan, il primo nome del continente africano rivelato da Cheikh Anta Diop, storico e antropologo senegalese. Ma nel 2003 è anche la volta dell’album Siratikal Mustaqim, con il duetto con Baba Maal in Soukanayo. Sun Sooley per il Senegal è diventato incontrastato punto di riferimento per il reggae africano. Nel 2007, un’altra sfida, arriva in Italia, e da lì parte il lavoro che porta a "One day inna Babylon". Alla luce di questo iter, il suo ultimo album, in uscita il 19 febbraio, si propone quindi come foriero di tradizione e innovazione, di voglia di combattere e voglia di sperimentare, in sostanza di mal d’Africa ma anche, in sintonia con la musica reggae, di grande speranza.
I ritmi afro-europei di Sun Sooley
‘One Day in Babylon’ più che il titolo di un album è una manifestazione di intenti. E la copertina, se non bastasse, seda ogni dubbio. Al volto a tutto...
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