We have come back. Nous sommes revenus. Siamo tornati: così scriveva il poeta nero-americano Ted Joans in occasione del Festival Pan-Africano di Algeri, nel 1969. Il 29 e il 30 luglio di quell’anno, Archie Shepp, con un gruppo che comprendeva il cornettista Clifford Thornton, il trombonista Grachan Moncur III, il pianista Dave Burrell, il contrabbassista Alan Silva e il batterista Sunny Murray, si esibiva allo stesso festival, organizzato da un brillante africanista senegalese, Pathé Diagne: in tale occasione, egli partecipava ad un storico incontro musicale (testimoniato da un’incisione per l’etichetta francese BYG-Actuel, Live at the Pan-African Festival) con musicisti tuareg e algerini. Gli africano-americani (re)incontravano così l’Africa e le tradizioni che avevano contribuito in modo determinato creare la cultura africano-americana e il jazz, chiudendo un cerchio, foriero di nuovi, importanti sviluppi, in una prospettiva del jazz e della formazione culturale diasporica di stampo transnazionale.
L’eterogeneo ideale sonoro del free-jazz entrava così di diritto nel processo di decolonizzazione africana, conferendo una nuova coscienza all’esplorazione delle proprie radici e delle radici della cultura africano-americana: i tradizionali materiali improvvisativi, spesso basati sulla musica popolare americana, venivano ormai definitivamente scartati a favore di una molteplicità di linguaggi compositivi e di un indifferenziato concetto di “world music”.
Come scriveva lo stesso Shepp: La natura del jazz è così inestricabilmente legata alla schiavitù e all’emancipazione. L’incontro di Archie Shepp con i Dar Gnawa ripercorre così l’intero ciclo delle vicende della diaspora africana, fino alla schiavitù in America e alla creazione di quel linguaggio rivoluzionario che è stato il jazz: un concerto che, nato “storico”, della Storia si occupa con risultati evocativi e teatrali di straordinaria intensità e di eccezionale coinvolgimento.

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