Caso Lidia Macchi: si indaga per “omicidio passionale”

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Svolta nell’inchiesta per la morte di Lidia Macchi. La Procura generale di Milano indaga per “omicidio passionale”. La donna forse era coinvolta in una relazione difficile con un uomo sposato, «un amore impossibile». Lo confermerebbero alcune lettere trovate nella borsa della giovane studentessa, scomparsa a Cittiglio il 5 gennaio 1987 e trovata senza vita, due giorni dopo, colpita da 29 coltellate. Darà conto della notizia questa sera a “Quarto Grado”, l’inviata Videonews Ilaria Cavo.

Lidia non sarebbe stata uccisa da un maniaco, ma da una persona con cui aveva stretto un rapporto sentimentale. Nella borsetta della ragazza è stata trovata una lettera ripiegata in una busta di plastica. Nella lettera – mai resa nota prima – la giovane scrive: «Ti volevo dire, amore mio, che fuori oggi c’è una pioggerellina fredda, fredda, e che stamattina sono stata a lungo a guardare il cielo grigio sperando che un po’ di grigiore entrasse in me, che una nebbiolina fitta si posasse dentro di me per nascondermi questo cuore».

Lidia prosegue: «Dimmi perché sorridi, perché il tuo sguardo è così dolce e perché io non posso che arrendermi alla realtà, non posso che riconoscere che ci sei… Questo mistero, sai, mi sgomenta e mi ferisce ed io, oggi meno che mai, riesco a fare progetti sul nostro futuro e non so se ci sarà un futuro insieme per noi».

La lettera si conclude con un’invocazione a Dio, ma gli inquirenti sono convinti che sia stata indirizzata a un uomo con cui Lidia aveva intrecciato una relazione difficile.

Nella borsa di Lidia, inoltre, è stata trovata anche una poesia di Cesare Pavese trascritta di proprio pugno («Questa morte che ci accompagna da mattina a sera insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. Per tutti la vita ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…»).

Il sospetto è che non sia casuale questo scritto, ma che Lidia potesse presagire la sua fine. Le annotazioni a margine dei versi sembrerebbero indicare un amore proibito: «Il vizio è qualcosa di cui si ha bisogno – scrive la giovane – di cui si avverte l’inutilità. È il segno di una dipendenza».

Queste frasi sono da associare anche a quelle della lettera – anonima e intitolata “In morte di un’amica” – che fu recapitata alla famiglia quattro giorni dopo la morte di Lidia: «Perché io, perché tu, in questa notte di gelo… il corpo offeso, velo di tempio strappato giace».

Per chi indaga, l’anonimo è l’assassino: il velo strappato rappresenta la verginità perduta. Particolare che solo chi ha ucciso poteva sapere. Inoltre, nella lettera si evoca un agnello senza macchia, che piega il capo timoroso e docile. Lidia non si era ribellata a quel rapporto sessuale consumato prima di morire. Come faceva a saperlo l’anonimo?

Per dare un nome e un volto all’assassino di Lidia Macchi, gli inquirenti attendono gli esiti dei rilievi scientifici sugli oggetti trovati della scena del crimine. Parallelamente rimane comunque aperta l’indagine nei confronti di Giuseppe Piccolomo – già condannato all’ergastolo per l’omicidio di Carla Molinari noto come “delitto delle mani mozzate” – il quale potrebbe essere il molestatore che frequentava l’ospedale di Cittiglio.

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