A un anno dagli ottimi risultati del primo esperimento di “protezione glaciale attiva” intrapreso da Levissima, l’acqua che si prende cura dell’acqua e dell’ambiente, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il telo geotessile, Ice Protector 500, anche quest’anno ha mostrato la sua efficacia creando una barriera fisica tra i raggi solari e la neve e il ghiaccio sottostanti, limitandone così la fusione durante tutto il periodo estivo. Il progetto rientra nel percorso di sostenibilità di Levissima che, oltre a sostenere la ricerca scientifica per la salvaguardia dei ghiacciai, è da sempre impegnata e attenta all’ambiente con progetti come la riduzione costante dell’impiego di PET nelle bottiglie e investimenti per il trasporto su rotaia. A metà ottobre, quando l’esperimento si è concluso, la protezione offerta dal telo ha permesso di conservare il 91% del ghiaccio glaciale e il 29% di neve e di ridurre il numero di ore durante le quali la “febbre” della neve e del ghiaccio non ha mai raggiunto temperature tali da promuoverne maggiormente la fusione. Inoltre, l'esperimento si è svolto ad impatto zero: il geotessile usato è una porzione dello stesso utilizzato l’anno scorso, è atossico e completamente abbattibile termicamente, in più le operazioni di rimozione sono avvenute senza l'ausilio di elicotteri e quindi a zero emissioni.
Nei primi giorni di giugno, quando la superficie del Ghiacciaio Dosdé Orientale era ammantata da oltre 2 metri di neve, si è dato avvio al secondo esperimento di protezione attiva del ghiacciaio: è stata stesa sulla superficie del ghiacciaio dal team di ricercatori dell’Università di Milano, guidati dal Prof. Claudio Smiraglia, una parcella sperimentale di geotessile. Lo scopo della nuova sperimentazione è stato non solo ridurre l’ablazione, cioè il processo di fusione, di neve e ghiaccio, ma soprattutto comprendere e quantificare le variazioni dei flussi energetici e di calore in condizioni di copertura rispetto a quanto avviene in condizioni naturali sul ghiacciaio. Sono stati, così, localizzati a contatto con il telo e a diverse profondità nella neve sottoposta a protezione alcuni termometri che hanno rilevato la temperatura durante tutta la stagione estiva. La copertura ha interessato circa 100 m2 di superficie glaciale ed è stata posizionata a circa 2.800 metri di quota, nelle immediate vicinanze della stazione meteorologica Levissima, che raccoglie ormai da due anni, grazie al collegamento satellitare in diretta con i ricercatori, dati quotidiani relativi alle condizioni meteorologiche alla superficie del ghiacciaio, estremamente importanti per calcolare i flussi energetici solari e per misurare la temperatura dell’aria. La permanenza del telo - da giugno 2009 a ottobre 2009 - si è estesa all’intera stagione di ablazione del ghiacciaio e ha permesso la conservazione di 60 cm di spessore di neve (pari al 29% dello spessore iniziale della neve che era equivalente in acqua a 1,21 metri) e 1,55 metri di ghiaccio (pari al 91% del ghiaccio sottostante rilevato al momento della posa del geotessile). In totale, lo spessore di acqua preservata dal geotessile come ghiaccio non fuso e neve accumulata è pari a 1,76 metri di acqua ovvero circa 115 m3 pari a circa 115.000 litri di acqua.
“Il risultato molto positivo ottenuto in questi due anni di sperimentazione sul ghiacciaio Dosdè Orientale – Gruppo Piazzi Campo, Alta Valtellina, fonte della nostra acqua, ci invoglia sempre di più a sostenere la comunità scientifica del nostro paese nello studio di soluzioni volte a preservare una indispensabile risorsa come l’acqua. Infatti, sommando i 115.000 litri di acqua preservati con l’esperimento di quest’anno al volume di acqua conservato nel 2008, otteniamo un valore complessivo di acqua pari a circa 230.000 litri: un risultato record che ci rende consapevoli dell’importanza di contribuire e supportare la ricerca scientifica per la salvaguardia del nostro pianeta”, dichiara Daniela Murelli, Direttore CSR Sanpellegrino.
L’esperimento rappresenta la prosecuzione ed il completamento di quanto effettuato nel 2008, e ha confermato, in condizioni meteorologiche lievemente diverse rispetto al 2008, che la copertura in geotessile protegge molto bene il ghiacciaio. Quest’anno, la novità che ha caratterizzato l’esperimento è stata l’utilizzo di strumenti capaci di calcolare la “febbre” del ghiacciaio durante il periodo estivo. “Sotto il telo, abbiamo posizionato a giugno tre termistori, speciali termometri dotati di data logger per la registrazione continua di dati - uno in superficie, quindi subito sotto il telo, uno a 100 cm e uno a 170 cm di profondità - con l’obiettivo di monitorare l’andamento della temperatura a differenti profondità e in condizioni di protezione da parte del telo per tutta la durata della stagione di ablazione” afferma il professor Claudio Smiraglia, dell’Università degli Studi di Milano.
Il confronto fra i dati rilevati dai tre speciali termometri con i dati termici dell’aria registrati dalla stazione meteorologica Levissima, ha evidenziato che la temperatura dell’aria risulta quasi sempre maggiore delle temperature rilevate dai termometri. Questo risultato è un’evidente conseguenza dell’azione protettiva ed isolante esercitata dal telo che smorza l’intensità del flusso termico capace di giungere alla neve.
Infatti, i dati termici raccolti dal termometro a contatto con il geotessile hanno evidenziato che la copertura in geotessuto è in grado di ridurre le ore di esposizione della neve a temperature superiori ai 2°C – temperatura alla quale si ha la fusione della neve - di oltre il 50% e le ore di esposizione a temperature superiori ai 4°C di oltre l’80%.
“Come ci dicono i dati raccolti, il sensore localizzato subito sotto la superficie del geotessile ha registrato temperature inferiori a quelle dell’aria perché il telo, che è un isolante, ha impedito la penetrazione dei raggi solari e, grazie al duplice strato che lo costituisce, agisce da barriera rispetto all’atmosfera sovrastante. Tutto ciò si traduce in una riduzione di intensità e durata del flusso di calore che giunge alla neve sottoposta a protezione e quindi in una riduzione della fusione nivoglaciale”, conclude il Professor Smiraglia.
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