Megamodo incontra Max De Aloe, uno dei più importanti musicisti del panorama jazzistico italiano. Una laurea in sociologia della musica, un amore sconfinato per l'armonica cromatica, una creativa promozione di progetti di unione di poesia-teatro-arti figurative-musica ne fanno un personaggio unico che esplora percorsi musicali sempre nuovi . Da Bjork on the moon fino ai progetti futuri
“Bjork on the moon” è il tuo ultimo lavoro :interpretare in chiave jazz i successi di un’artista che rappresenta la chiave di congiunzione tra musica pop e musica d’avanguardia, è una bella sfida e una scelta interessante. Cosa ha determinato il concept di questo album e come l’uso dell’ armonica cromatica s’inserisce in quest’idea?
Bjork ha sempre composto musica di grande spessore e su di me ha sempre esercitato fascinazione e mistero. Il mistero mi attrae. I miei progetti nascono sempre intorno a compositori che non conosco fino in fondo. Quella spinta a scoprirli maggiormente, senza sapere sempre esattamente bene dove andare a cadere, è il motore spesso della mia musica.
La tracklist contiene tre inediti: “ Askja”, “Il bosco che chiamano respiro” e la title- track “Bjork on the moon”. La tua intenzione è stata quella di dare continuità ed omogeneità al lavoro per cui dobbiamo considerare queste canzoni postume o comunque contemporanee al disco o le hai elaborate in precedenza, tirandole fuori da un cassetto perché in linea con l’idea stilistica ?
Askja e Bjork on the moon sono nate per il CD. Le ho scritte mentre stavamo già lavorando agli arrangiamenti dei brani di Bjork mentre Il bosco che chiamano Respiro è un mio vecchio brano che avevo inciso in un CD con Gianni Coscia e, dal momento che lo suoniamo spesso dal vivo anche con il quartetto, allora ho pensato di inserirle in questo nuovo album.
L’imprinting con il piano e l’amore longevo per l’armonica cromatica: ci spieghi com’è nato?
Il pianoforte è lo strumento che ho iniziato a studiare da bambino e con cui ho fatto le mie prime esperienze live. L’armonica cromatica l’ho scoperta a 20 anni ed è stato amore a primo vista, anzi a primo ascolto. Il suo suono è il colore di cui ho bisogno.
Ci parli un po’ delle tue prime esperienze musicali? Da quali artisti sei stato influenzato?
Ho iniziato a suonare davanti a un pubblico giovanissimo. I primi concerti li ho fatti come tastierista nelle rock band a 15 anni. Il live per me, anche davanti a pochissime persone, è la cosa che mi elettrizza di più. Poi è arrivato il jazz e lì ho capito che avrei dato tutto per fare di questa musica la mia vita. Ho ascoltato e ascolto di tutto. In campo jazzistico i dischi che non devono mancare per me sono prevalentemente dischi degli anni ’50 e ’60, da MIles Davis a Chet Baker. Ma anche Phil Woods e tutti i grandi. E’ evidente che ho amato molto Toots Thielemans e un armonicista argentino meno noto che si chiama Hugo Diaz. Ora esistono bravissimi armonicisti nel mondo ma non ascolto mai un disco con armonica.
Che difficoltà hai incontrato nell’affermarti in un genere considerato di nicchia e che oggi più che mai risente della crisi discografica ?
Le difficoltà le si incontra ogni giorno. Nella nostra musica non esiste la parola affermato o famoso. Ci sono tre grandi jazzisti in Italia che stimo molto e per i quali vale il termine di affermato e per i quali ci sono cachet da musicisti di pop e grandi opportunità. Poi ci sono una decina di nomi per i quali il lavoro è assicurato praticamente sempre. Per tutti gli altri, anche molto famosi e con carriere ventennali è una scommessa ogni giorno. E’ un quasi ricominciare da capo sempre. Il precariato è un qualcosa con cui il musicista di jazz ha a che fare da sempre.
Musica e reality:in che misura sono capaci d’imporre dictat e mode in campo musicale
Non mi piacciono i reality e penso che alla fine facciano male a tutti. Meno che alle reti televisive che li trasmettono. Fanno male ai ragazzi che vi partecipano perché vengono sbattuti su un palco senza preparazione e gavetta e con la stessa velocità con la quale vengono dati in pasto al grosso pubblico vengono poi dimenticati. Non stimolano la creatività ma solo il talento esecutivo. La musica è fatta di mille aspetti. Se la grande storia del rock e del pop fosse passata attraverso le forche caudine dei talent, show oggi non avremmo Bob Dylan, Elvis Costello, Bruce Springsteen, i Clash, David Bowie e forse neanche Madonna e chissà quanti altri.
Dopo “Bjork on the moon”, quali sono i tuoi progetti futuri?
Tra le varie cose ho un concerto a Genova in luglio con John Helliwell dei Supertramp e Paul Wertico, batterista del Pat Metheny Group e poi ho in programma di concentrarmi sul nuovo progetto in duo con l’arpista Marcella Carboni.
A bruciapelo
1)Se da grande non fossi diventato musicista, saresti stato:
Falegname
2)Sai resistere a tutto, fuorchè:
Molte cose, sono uno che si tratta bene, diciamo: tabacco americano Nat Shermann con un’ottima pipa italiana
3)Piatto preferito:
Pasta allo scoglio
4)Un film:
Stanno tutti bene di Tornatore.
5)Ultimo libro letto :
Qualcosa di simile di Francesca Scotti
6)Cosa t’infastidisce? :
Una marea di cose. Ma con l’età divento un po’ più tollerante. Non molto però. Tra le tante suonare mentre la gente parla dei fatti propri noncurante della musica, dei musicisti e soprattutto di chi tra il pubblico vorrebbe ascoltare.
7)La canzone che avresti voluto scrivere:
Chissà se lo sai di Lucio Dalla per dedicarla a mia moglie quando ci siamo conosciuti
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