Avatar, il mito e il sogno in sala dal 15 gennaio

Avatar, il mito e il sogno in sala dal 15 gennaio

‘Avatar’ è un termine sanscrito utilizzato nella religione induista che indica la discesa di Vishnu in un corpo incarnato come può essere quello di...

‘Avatar’ è un termine sanscrito utilizzato nella religione induista che indica la discesa di Vishnu in un corpo incarnato come può essere quello di Krishna o di Rama. Attualmente, questo suggestivo termine è utilizzato principalmente per indicare l’alter ego virtuale scelto dal fruitore di un videogame, social network o gioco di ruolo. Apparentemente, il film omonimo di James Cameron sembra partire proprio da questa accezione. Nel 2154, la Terra non sarà che la carcassa di un pianeta morente, spremuto fino all’ultima goccia dall’avidità umana. La speranza degli scienziati è legata indissolubilmente a quella della RDA (Resources Development Administration), l’ente responsabile dello sviluppo delle risorse, e risponde al nome di Pandora, luna del pianeta gassoso Polyphemus del sistema stellare Alpha Centauri. Pandora ha un ecosistema vergine e i suoi terreni sono ricchi di Unobtanium, un minerale energetico da 20 milioni di dollari al chilo. Il progetto Avatar consente ai terrestri di ‘impersonare’ e guidare il corpo di un nativo di Pandora, un Na’vi, al fine di studiarli da una parte ma soprattutto di corromperli al fine di ottenere il prezioso minerale. Ottenuto tramite la combinazione di DNA umano e DNA Na’vi, questi avatar, creature longilinee turchesi alte tre metri perfettamente indentici ai nativi, vengono guidati durante il sonno dagli umani per vie neurali. Jake Sully (Sam Worthington) è un ex marine paraplegico che si trova a dover sostituire il deceduto fratello scienziato alla guida di un avatar. Testardo, ignorante e impreparato, Jake grazie al suo nuovo corpo torna a camminare ma soprattutto, inserendosi nel clan Na’vi degli Omaticaya, scopre l’umanità persa dai terrestri.

15 anni di gestazione, 4 di produzione e lavorazione, budget stratosferico (si parla di oltre 500 milioni di dollari), la messa a punto di una videocamera dedicata, la PACE/Cameron 3D in Stereo Vision, con contorno di nuove tecnologie di riprese, come la performance capture praticamente in tempo reale – gli attori indossavano un casco-videocamera rivolto verso il volto per cogliere anche le minime sfumature, in modo che le altre macchine da presa potevano ampliare l’ambiente di cattura per inserire sfondi più ampi per le scene di massa, non per ultime tante operazioni di comarketing, come per esempio, a livello nazionale, lo stretto rapporto con la Mazda che ne ha curato l'anteprima italiana e uno spot personalizzato. Nelle attese e nei rumours, ‘Avatar’ doveva essere la rivoluzione cinematografica del 21° secolo. Se per motivi economici, in realtà, la televisione è già pronta ad accogliere la creatura di Cameron col beneplacito del regista stesso, la vera dimensione in più del film a questo punto è la classicità, o meglio, l’upgrading tecnologico a favore della meraviglia e del coinvolgimento emotivo del cinema come narrazione. Premettendo che, con molta probabilità, al film per ora verrà resa giustizia solo in sale Imax, le dimensioni di ‘Avatar’ fondamentalmente sono il mito e il sogno. Il mito è quello della frontiera, evocata esplicitamente dallo stesso Cameron, e dello scontro culturale che ne consegue. L’eroe, assoldato dal colonizzatore, con la conoscenza dell’altro cambia e scopre la miseria dell’invasore imperialista, rozzo e chiuso. Jake Sully naturalmente è il John Smith di Pocahontas, è il discendente diretto degli eroi di James Fenimore Cooper proiettato in un mondo pensato da Asimov. E il suo percorso è letteralmente onirico: solo impersonando un avatar Na’vi Jake compie la sua iniziazione, superando l’ostacolo dell’handicap fisico, conoscendo l’amore di Neytiri (Zoe Saldana), per arrivare a combattere corpo a corpo contro i suoi ex mandanti ma sempre tramite il ‘link’, sorta di incubatrice dalla quale durante il sonno si impersona l’avatar. Jake è dunque un ‘guerriero-che-cammina-nel-sogno’, che cavalca creature volanti immerse in un mondo di colori perduti, di dettagli luminosi e in cui il misticismo, la scienza e le sensazioni percettive sono unite da una fisicità rappresentata da sottili filamenti che fuoriescono dai capelli. Ecco dunque che il sogno si fa meraviglia – e questo in nome della fantascienza positivistica del regista che si trasforma in filosofia visiva e tecnologica. Coadiuvato dalla fotografia di Mauro Fiore e dagli effetti della WETA di Peter Jackson, James Cameron si affida all’affresco, tornando quindi all’etimo originario del termine che dà il titolo al film. Alla soggettiva, che è la soluzione ipoteticamente più prevedibile, si sostituisce subito il totale, la panoramica a volo d'aquila ma soprattutto il travelling laterale – questo sì potenziato dal 3D, indipendentemente dal supporto di proiezione –, con elementi diagonali all’interno delle inquadrature tendenti a creare il senso di scoperta meravigliosa e immersione in un mondo altro, in una dimensione immaginaria prima che fisica. Embleamatica, in questo senso, la prima incursione 'avatarizzata' di Jake, Grace e Norm (Joel Reed) nella foresta di Pandora. In conclusione, il percorso va dall’avatar virtuale (l’esoscheletro dei marines? Perché no) all’avatar mistico, dal soggettivo immanente all’oggettivo trascendente (Eyma e l’albero delle anime). Riattivare percettivamente il mito e il sogno in una cinematografia che per un motivo o l’altro ne aveva constatato la progressiva disaffezione sul pubblico (si pensi a ‘Dune’ di Lynch o, più vicino nel tempo e nel plot, ‘The New World’ di Malick). Ancora una volta il cinema ‘larger than life’ di James Cameron non si pone come demolitore dell’illusione cinematografica, non stordisce lo spettatore con il fracasso e la frenesia, ma, esattamente come in ‘Titanic’, ingloba la postmodernità per riappropriarsi delle forme e della dimensione della grande narrazione. E fa questo, se vogliamo, anche peccando un po’ di ingenuità – la dualità del film si spinge a volte nei territori del didascalico e del manicheo, probabilmente con un filtro post bushiano ritenuto obbligatorio. L’oppressore è stupido, irrazionale, materialista, trascura le dimensioni intellettuali e spirituali. Non è un caso che le attrezzature con cui i marines invadano Pandora siano esteticamente retrò, identificate graficamente quasi come ferraglia arrugginita e fragile. Il colonnello Quaritch (Stephen Lang) e il capo dell’RDA Selfridge (Giovanni Ribisi) non hanno possibilità di redenzione e la conflittualità con gli elementi positivi, dalla scienziata Grace (Sigourney Weaver) alla marine Chacon (Michelle Rodriguez) è immediatamente riconoscibile, relegando il twist dei personaggi a momenti interlocutori, eccezion fatta per Jake naturalmente. Ultimo ma non ultimo, l’aspetto delle interpretazioni attoriali del film. La performance capture, in questo caso slegato da un immediato referente fotorealistico al di là dell’aspetto di base, raggiunge probabilmente l’acme possibile attualmente. Ma, assicura Cameron, ciò non porta all’annullamento dell’attore, anzi (e in effetti, si eleva una spanna su tutti Sigourney Weaver, bravissima sia umana che Na’vi. Cast comunque funzionale). Dichiarazione sincera o ambigua? ‘Avatar’ in fondo solleva anche questo problema, caratteristico di tutta la cinematografia (e filosofia) di James Cameron. L’impiego costoso di mezzi innovativi e budget stratosferici implicano un’alleanza – o peggio, una resa – all’Invasore, all’RDA, alla Skynet di ‘Terminator’, al Carter Burk di ‘Aliens’, al Caledon Hockley di ‘Titanic’? Il suo cinema, seppur critico, non potrà mai fare a meno dell’identità profondamente merceologica e ultracapitalistica del Sistema? In questa indecisione, oltre naturalmente a godersi un film non epocale ma coraggiosamente epico, ci piace rivedere il regista canadese di ‘The Abyss’ nell’immagine di Jake Sulley che imbraccia il mitragliatore contro i marines, che combatte contro i colonizzatori con gli stessi loro mezzi. È questo l’avatar di James Cameron. Titolo originale: Avatar, Usa 2009 Regia: James Cameron Soggetto e sceneggiatura: James Cameron Direttore della fotografia: Mauro Fiore Scenografia: Rick Carter, Robert Stromberg Costumi: Mayes C. Rubeo, Deborah L. Scott Montaggio: Stephen Rivkin, John Refoua, James Cameron Musica: James Horner Produttori esecutivi: Colin Wilson, Laeta Kalogridis Produzione: James Cameron, Jon Landau per 20th Century Fox, Dune Entertainment, Ingenious Film Partners Supervisione effetti visivi: Joe Letteri Animazioni: Richard Baneham, Andree R. Jones durata: 156 minuti cast: Sam Worthington (Jake Sully), Zoe Saldana (Neytiri) Sigourney Weaver (Grace Augustin), Stephen Lang (Miles Quaritch), Michelle Rodriguez (Trudy Chacon), Giovanni Ribisi (Parker Selfridge), Joel Moore (Norm Spellman), CCH Pounder (Mo’at), Wes Studi (Eytukan), Laz Alonso (Tsu’tey), Dileep Rao (Max Patel). Distribuzione: 20th Century Fox

Avatar, il mito e il sogno in sala dal 15 gennaio

Discussione 2

I commenti vengono moderati prima di essere pubblicati.
TO
Tommaso · 16 anni fa #
Recensione molto interessante... spero di riuscire a vederlo presto (anche se non epocale non è escluso che faccia epoca) .. ai posteri l'ardua sentenza...
FR
franco · 16 anni fa #
mitico direttore della fotografia è il calabrese mauro fiore