Capita sempre più spesso di vedere film in cui i cani vengono resi esseri parlanti. L’uso del digitale viene spesso utilizzato in questo senso, producendo movimenti, parole e pensieri estremamente umanizzanti, nel bene e nel male. Punto è che la razza canina, non credo di essere l’unico a pensarlo, non ha alcun bisogno della parola. Nel mondo animale ogni gesto, sguardo, comportamento è comunicazione. “Hachiko” ha il pregio, non indifferente, di voler investigare dall’interno la vera comunicazione tra cani e uomini attuando quasi una sorta di confronto tra le due specie. Ciò che risulta, si fa presto a dirlo, è che sembra essere la specie umana ad avere tanto da imparare dai cani, e non viceversa. Prima di effettuare altre considerazioni analizziamo la trama del film. Un bambino si trova a dover raccontare alla sua classe qual è il suo eroe per un compito. Con stupore di tutti il ragazzino racconta che il suo idolo è un cane, di razza akita, Hachi, che era appartenuto a suo nonno, il professor Parker (interpretato da Richard Gere). Quest’ultimo un giorno, per puro caso, mentre si trovava alla stazione, era stato avvicinato dal cagnolino che, passo dopo passo, era diventato suo inseparabile amico. Hachi aveva iniziato ad accompagnare ogni giorno il professore alla stazione e a farsi trovare lì al suo ritorno, proprio quando il treno su cui era passeggero stava rientrando. Un giorno, però, il professore non torna più dal suo viaggio, colpito da un infarto durante una lezione. Hachi, nonostante non veda mai il suo padrone tornare, decide di tornare ogni giorno ad aspettarlo per ben dieci anni. Bisogna precisare che la pellicola si basa su una storia vera di ambientazione giapponese. Hachiko è davvero esistito e, dopo essere stato adottato nel 1924 dal professor Uyeno ed averlo accompagnato alla stazione per due anni ha continuato ad aspettarlo per altri nove dopo la scomparsa del suo padrone. Il cucciolo col tempo ha suscitato grande commozione e ammirazione del Giappone intero. Basti considerare che già nel 1934, un anno prima della sua dipartita, Hachi ha potuto presenziare all’inaugurazione di una statua a lui dedicata nella stazione di Shibuya. La sua storia, ancora oggi, viene raccontata di generazione in generazione per decantare i valori della fedeltà e della famiglia che l’esemplare di akita ha esaltato. Al grande risalto della vicenda era seguito già un altro film, “Hachiko Monogatari”, grande successo nel panorama giapponese. Questa volta, però, l’ambientazione è totalmente diversa, sia il contesto che gli attori sono Americani. Di giapponese resta solo la razza del cane e un attore, Cary-Hiroyuki Tagawa (che impersona Ken), messi quasi a fare da tramite con la vicenda reale. La pellicola, nel suo genere, il family drama, è sicuramente valida e ben realizzata. Qualcuno sicuramente contesterà l’uso delle soggettive di Hachi e la macchina da presa posta a seguire la concezione del mondo canina attraverso uno sguardo caratterizzato anche dal bianco e nero (per essere maggiormente fedele alla reale concezione del cucciolo). Eppure, a mio parere, l’uso di questa tecnica rispecchia bene la mentalità del film. Non è un caso che le uniche soggettive siano quelle di Hachi. Tutto il film è una sorta di visione dai suoi occhi e sui suoi occhi. Il cucciolo di Akita riesce a commuovere il pubblico nella sua moralità e fedeltà pressoché sovraumana. Il vero eroe è lui, Hachi è, infatti, l’unico personaggio del film che non esita mai a dare, a dimostrare continuamente affetto per le persone che ama. Per gli umani che lo circondano, anche per il professor Parker, nonostante l’affetto e le sequenze particolarmente commoventi, Hachi resta sempre un cane, “solo” un cane. Hachi, invece, non esita a vedere in quell’uomo che gli ha dato casa (e che pure lo lascia fuori al freddo qualche volta), un amico, l’unico vero amico e padrone che l’akita riconoscerà. Buona la regia dunque, che riesce a alternare un ritmo costruito sull’invisibilità della macchina da presa e su sprazzi di originalità ben legati allo spirito diegetico. Discrete le interpretazioni degli attori (Richard Gere su tutti), sicuramente messi un po’ in ombra dall’akita ma, in questo caso, era giusto che fosse così. Un uso un po’ eccessivo della colonna sonora dà, in alcuni casi, un tono troppo melodrammatico, giusto, a mio parere, solo in alcuni spezzoni. In generale non possiamo certo parlare di un capolavoro ma, sicuramente, di un film ben fatto, con un buon ritmo, un’ottima storia e un regista appassionato e coraggioso. Concludo dicendo che, purtroppo, ancora una volta la traduzione dal titolo originale, “Hachiko – A Dog’s Story”, è pessima. Nel titolo americano è chiara la riflessione sul senso dell’essere cane di Hachi, è evidente che la storia è quella dell’akita e il punto di vista deve, necessariamente, essere il suo e solo il suo. L’aspetto commerciale purtroppo, anche nella traduzione, ha avuto il sopravvento. Spero non si crei l’effetto opposto nel pubblico, dando l’immagine del solito film sull’amicizia tra uomo e cane vista dal punto di vista dell’uomo, qualcosa di interessante ma anche trito e ritrito. A dominare è la concezione canina del mondo. Dunque, in questo caso, si tratta di qualcosa di ben diverso dalla visione umana … per fortuna.
Paese: USA Regia: Lasse Hallström Sceneggiatura: Stephen P. Lindsey Fotografia: Ron Fortunato Montaggio: Kristina Boden Produttori: Vicky Shigekuni Wong, Bill Johnson, Richard Gere Distribuzione: Lucky Red Cast: Richard Gere, Joan Allen, Jason Alexander, Cary-Hiroyuki Tagawa, Erick Avari Genere: Drammatico Durata: 93 Min Formato: Colore. In sala dal 30 dicembre.
Discussione 9
E BELLISSIMO INOLTRE VEDERE L'AMORE KE RIESCE A TRASMETTERI UN CANE.....NEANKE GLI UOMINI RIESCONO AD AMARTI COSì TANTO!!!!!!!!!:)
L'attore e meraviglioso ma il cane e stupendo consiglio di vederlo a tutti !!!! io adoro i cani di qualsiasi razza siano!!!!