Il Soffio Della Terra, un corto per riflettere

Il Soffio Della Terra, un corto per riflettere

Cos’è davvero la vita? Una domanda retorica, un quesito senza risposta su cui spesso le parole continuano ad essere troppe, veicolo di interessi di parte...

Cos’è davvero la vita? Una domanda retorica, un quesito senza risposta su cui spesso le parole continuano ad essere troppe, veicolo di interessi di parte più che di un dialogo costruttivo. Con “Il soffio della terra” il filmmaker napoletano Stefano Russo affronta questa tematica, più precisamente nello spinoso aspetto dell’eutanasia – termine sin troppo semplicistico in confronto alla portata del problema. E in un quarto d’ora Russo, rinunciando a voli pindarici grazie a immagini semplici, vince la sua difficile scommessa. Riesce a sfumare la propria posizione evitando la partigianeria del film a tesi, consentendo la possibilità di una riflessione profonda e aperta. La storia di “Il soffio della terra” è molto semplice. 1998. Nicola (Fabio De Caro) è paralizzato da una malattia degenerativa. Vive in una sala d’ospedale grazie a un respiratore artificiale. Quando nel complesso ospedaliero giunge un sistema di ventilazione portatile, Nicola chiede a Daniele (Enrico Ianniello), suo medico curante oramai divenuto grande amico, di rivedere il mare. È un rischio per Daniele, ma il desiderio di Nicola è tanto grande che il medico decide di accontentarlo, pur sapendo che questa “passeggiata” potrebbe costargli la carriera. Sembra però che il luogo scelto da Nicola sia quasi irraggiungibile, e la batteria comincia ad esaurirsi. Daniele intuisce qual è il desiderio reale di Nicola… «In ospedale so cosa mi aspetta, oggi ho provato ad andare avanti»: in questa battuta è racchiusa l’essenza del corto. Nicola è circondato dagli affetti in ospedale, non disprezza questi sentimenti, ma il suo desiderio è quello di provare a rivivere davvero, ad uscire fuori da quella che è la coercizione terapeutica che cerca di bloccare la malattia. E Daniele, soffrendo, accetta la volontà dell’amico. Il cortometraggio verrà proiettato in festival e in altre manifestazioni, per cui non sveliamo alcuni dettagli non solo del finale ma di tutta la storia, che ne è ricca a dispetto della sua brevità e semplicità. In questi casi si tende a privilegiare il contenuto e non il vettore del messaggio, ma al cinema spesso l’estetica è anche etica, per usare un’espressione cara a Morando Morandini. E “Il soffio dell’anima” sotto questo punto di vista riesce a conciliare perfettamente le due cose. Strutturato secondo una sceneggiatura in tre atti, più affine ad un lungometraggio tradizionale, con interni semplici e un ambiente esterno fotografato senza orpelli ed estetismi leziosi, questo piccolo film decide di seguire da vicinissimo i personaggi. La regia sceglie un forte coinvolgimento emotivo senza il ricatto del patetismo, con primi piani e dettagli che non sfociano mai nel televisivo. Fabio De Caro è davvero bravo nell’interpretare, anche fisicamente, un personaggio meno semplice di quanto si possa immaginare. Non c’è compiacimento né vittimismo nell’illustrare la vicenda, solo tantissima umanità. E lo spettatore non può che uscire dalla proiezione continuando ad interrogarsi su quanto sia difficile operare certe scelte e, ancora una volta, su quanto può essere diverso il significato di “vita” per ciascuno di noi. Alla proiezione avvenuta al Caffè Letterario di Roma è seguito un dibattito, in realtà una riflessione pacata, avendo alcune associazioni pro-life declinato cortesemente l’invito. Oltre al cast artistico, erano presenti il senatore Lionello Cosentino (PD), Sergio Rovasio, segretario dell’Associazione radicale “Certi diritti” e Mario Staderini dell’Associazione “Luca Coscioni”. Per il cast artistico, che ha aperto la discussione, erano presenti il regista e sceneggiatore (assieme a Luigi Barbieri) Stefano Russo, il protagonista Fabio De Caro, la produttrice Marisa Evangelista.

D: Quando è nata l’idea del film, che esce in questo momento in cui si parla così tanto di queste problematiche? R: (Russo) L’idea del corto è nata tre anni fa, per poi essere girato nell’ottobre del 2008. Quindi non c’è stata alcuna voglia di speculare sui casi di cronaca. La mia intenzione era quella di capire la richiesta di una persona che non vuole vivere più. E volevo farlo mentre si raccontava un momento per lui positivo e non negativo. Ovviamente il problema adesso, in Italia, è fortemente attuale. Spero che il dibattito sia pacato su questo argomento, perché è un problema che può riguardare tutti noi.

D: Come è stato per l’attore interpretare il personaggio? R: (De Caro) La cosa più complicata è stata dover studiare i micromovimenti del personaggio, muovere le labbra, deglutire. Ho studiato i film già girati sull’argomento, e anche video reali. In particolare quelli di Cristopher Reeve (l’attore interprete di “Superman”, paralizzato per una caduta da cavallo e tenuto in vita da un respiratore portatile, NdR). Ma ho anche conosciuto diverse persone in queste condizioni, è stata un’esperienza dura ma che mi ha arricchito tantissimo.

D: E per produrre il corto? R: (Evangelista) Non faccio parte del mondo dello spettacolo, per me è stata la prima esperienza. Ho letto la sceneggiatura e subito mi sono appassionata. Ho voluto investire nel progetto, e c’è da dire che tutta la troupe l’ha fatto. Il budget non era certo elevato ma tutti hanno dato il massimo. È stata la molla che ha fatto scattare la convinzione che certe scommesse si possono vincere.

D: Si parla già di un passaggio dal corto a un lungo… R: (E) Se avessi una casa di produzione mia mi sarei già buttata nel progetto! Purtroppo così non è, ma visti i presupposti, il lungometraggio basato su questa storia si può e si deve fare. Per ora comunque ci occupiamo della promozione del corto.

Il 26 marzo il Senato ha approvato in prima lettura il ddl sul testamento biologico. Il testo del decreto, è noto, ha suscitato proteste e comunque pareri contrastanti nel mondo della politica e nell’opinione pubblica. Dopo la presentazione artistico-produttiva del corto, al cast tecnico si sono uniti Cosentino, Rovasio e Staderini per discutere degli aspetti legali, etici e umani del problema legato all’eutanasia. Non è potuta essere presente Mina Welby, mentre la già citata assenza di rappresentanti di associazioni come Scienza e Vita – comunque invitati – ha comportato la mancanza di un possibile dialogo costruttivo. «Non sono convinto che ciò che si è visto nel film sia eutanasia» ha esordito il senatore Lionello Cosentino, «è il paziente, cosciente, che decide di farsi staccare il tubo del respiratore. È la stessa maniera in cui è morto Piergiorgio Welby, una procedura che i giudici hanno decretato assolutamente legale. Il decreto passato al senato invece si muove in direzione esattamente opposta, e mi sembrano due i punti particolarmente salienti. Il primo è quello che impone che il paziente non possa rifiutare l’alimentazione. Mi sembra un modo per evitare che si ripetano casi come quello di Eluana Englaro, anche quello decretato legale dai giudici. Il secondo punto riguarda la restituzione di un potere sul corpo da parte dei sacerdoti dello stato, cioè i medici. Bene, trovo questa proposta palesemente incostituzionale, è assurdo pensare che qualcuno debba decidere per me se devo vivere o morire. È una vera e propria violenza. Ancora un’ultima considerazione. Questo film parla di quanto sia complicato per noi affrontare la morte, e in questo senso voglio parlare della mia esperienza personale. Mio nonno è morto sul suo letto, con figli e nipoti ad assisterlo. Mio padre è morto intubato in una sala d’ospedale, in più da solo, perché era in reparto di rianimazione. E ogni volta che potevo entrare a trovarlo, lui mi ripeteva: ‘Portami via di qui!’ Questa società vuole favorire una vita artificiale in luogo di una morte naturale?» Anche Sergio Rovasio esclude che si possa parlare di eutanasia per il protagonista de “Il soffio della terra”. «C’è una scelta consapevole, il corto tratta il tema senza fondamentalismi o dogmatismi. C’è una persona amica, che soffre per lui. Intesa in questo senso, se è eutanasia, allora non è un atto di violenza ma un atto di amore. Si parla non di casi sporadici o straordinari ma di sofferenze quotidiane: non ci sono indagini approfondite su come i pazienti in queste condizioni vivono negli ospedali o nelle case. C’è tanta connivenza, ci sono tante verità taciute. Quello che l’associazione “Certi diritti” vuol fare non è imporre qualcosa a qualcuno. Vuole promuovere e difendere l’autoconsapevolezza, a dispetto di una politica genuflessa al clericalismo anche quando l’opinione pubblica è contraria. La differenza tra noi e certe associazioni è che noi ci battiamo affinché ci sia libertà di credere, ma la stessa persona che vuole credere non deve imporre il proprio credo ad altri.» Per quanto concerne l’aspetto legale della questione, Mario Staderini chiarisce tecnicamente le differenze tra vari casi di “eutanasia”: «Ciò che presenta il filmato è ascrivibile al suicidio assistito. È ovviamente diverso dall’eutanasia, che a suo volta è diversa ancora dalla rinuncia al trattamento terapeutico. Per esempio, il caso Welby è evidentemente una rinuncia alla terapia, e in effetti non ci sono state conseguenze legali. Anche il caso Englaro è un caso di rinuncia della terapia, solo che in questo caso il paziente non era cosciente, per cui sono stati i familiari a farsi portavoce delle volontà espresse in vita dalla figlia. Gli altri casi citati sono invece considerati reati, per chi “aiuta” ad effettuarli ci sono pene anche oltre i sei anni. Ed è contro questo invece che combattiamo: difendere la nostra libertà. Luca Coscioni (economista e politico deceduto a trentotto anni a causa di una sclerosi laterale amiotrofica, NdR) è entrato in politica che riusciva a muovere solo un mouse ed è diventato dirigente politico. Questi casi, come anche quello di Welby, vogliono essere politici perché servono per allargare e garantire i diritti di tutti. E sono stati la dimostrazione che va regolamentata l’eutanasia e che dunque c’è la necessità di un testamento biologico. Sta accadendo invece che la legge è una legge beffa, e l’ ”Associazione Coscioni” vuole poter intervenire. A Roma abbiamo un’organizzazione composta da malati e familiari, non politici. E vogliamo sfruttare uno strumento di democrazia: con 5000 firme in 3 mesi si può richiedere un’interrogazione o una proposta di delibera al sindaco, che deve obbligatoriamente rispondere. Per ora abbiamo raccolto 8000 firme, 334 persone esterne che hanno raccolto oltre 4000 mail con cui, come fa Obama in grande, possiamo dialogare direttamente. Per ora non c’è una data, ma una volta presentata l’interrogazione ci sarà anche una manifestazione nazionale.» Una ragazza del pubblico interpella sia il cast artistico che i rappresentanti politici con la domanda tanto semplice con cui abbiamo aperto questo articolo un po’ anomalo. Le risposte, se pur in un orizzonte comune, sono state molto particolari. Stefano Russo si è ricollegato al suo sentire cristiano. «La vita è un dono e deve essere vissuta fino in fondo. Ed è per queste che quando c’è un impedimento alla vita, allora uno deve essere libero di rinunciare ad essere tenuto in vita per forza», e a chi gli chiede se la scena del lancio della monetina con l’uscita della “croce” sia un riferimento voluto, il regista risponde che «quello della monetina è un modo in primo luogo per cercare un po’ di ironia nella vicenda, e sottolineare che la mia vita deve essere anche nelle mani della sorte.» Per Cosentino, la stessa scena poteva anche implicare che «la vita è nelle mie mani e sono io a dover decidere. E mi chiedo a questo punto quanto sia legittimo parlare di “eutanasia”, e se questo termine non andrebbe rivisto. È possibile sovrapporre l’eutanasia a quello che è la cura del mio corpo, la mia libertà di scegliere una terapia? Cito un senatore di destra che ha votato contro: se la vita è davvero un dono di Dio, ma allora non è giusto che sia io solo a decidere?» Per Rovasio invece sull’eutanasia c’è ancora da combattere e va assolutamente regolamentata, anche con la disobbedienza civile ad oltranza. Principio condiviso anche da Staderini, che conclude l’incontro con una riflessione particolare: «una volta suicidarsi era reato perché peccato, ora come reato è stato depenalizzato, e anche la Chiesa, pensando che chi si suicida potrebbe pentirsi quando è troppo tardi, celebra i funerali dei suicidi stessi in chiesa. Per Welby ciò non è accaduto, perché cosciente della scelta. Ma allora, perché comunque chi vuole suicidarsi e ne ha le possibilità è assolto, mentre chi fisicamente non può farlo è colpevole, anche dal punto di vista legale?» Domanda legittima, ma che ne genera un’altra: un sillogismo del genere non rischia di sminuire la sofferenza e a volte l’incoscienza (in senso medico) che può esserci dietro un suicidio “normale”?

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