Moolaadé di Sembene Ousmane

Moolaadé di Sembene Ousmane

Collé Ardo vive in un villaggio africano. Sette anni fa, si è rifiutata di sottoporre sua figlia alla pratica dell’escissione, una pratica che considera...

Collé Ardo vive in un villaggio africano. Sette anni fa, si è rifiutata di sottoporre sua figlia alla pratica dell’escissione, una pratica che considera barbara.

Ora, quattro ragazzine scappano per sottrarsi a questo rito purificatorio, e chiedono protezione a Collé. Da qui lo scontro tra due valori: il rispetto del diritto d’asilo (il Moolaadé) e l’antica tradizione dell’escissione (la Salindé).

Il desiderio di esprimersi, inizialmente tramite la scrittura, le è venuto davvero dopo la guerra, dopo i grandi scioperi dei ferrovieri Dakar – Niger? Gli scioperi a Dakar hanno creato un vissuto che mi ha nutrito, ma è alla fine degli anni cinquanta, a Marsiglia, in seno al partito comunista, che ho scoperto la letteratura, il teatro, i cineclub. Era il periodo della nascita della Federazione degli studenti dell’Africa nera dove militavo anche io. Come anche quello della CGT (Confederazione Generale del Lavoro) degli scaricatori di porto. Per me, che sono nato a Ziguinchor, un piccolo villaggio di Casamance, la scuola del partito era una scuola formidabile. È stata la mia università.

Lei ha scritto DOCKER NOIR nel periodo degli scioperi a Marsiglia, contro l’imbarco delle armi per l’Indocina. Ha conosciuto Paul Carpita? Ho recitato nel suo film LE RENDEZ-VOUS DES QUAIS, ma durante il montaggio mi hanno tagliato. A quell’epoca non ero interessato al cinema. Su tremila scaricatori a Marsiglia, di neri non eravamo più di dieci. È un mestiere molto duro ma formavamo una specie di famiglia che mi ha permesso di scoprire non la Francia, bensì il popolo della Francia. Cerano due categorie professionali, all’epoca, sul piede di guerra: gli scaricatori di porto e i minatori. Il partito comunista andava molto forte, e da vecchio militante quale sono devo dire che mi ha fatto scoprire la letteratura con i “Cahiers du Sud”, che si contrapponevano alla “Marseillaise”. I miei primi testi sono stati pubblicati da “L’Action Poétique”, che aveva pubblicato le poesie di Kateb Yacine, e poi da “Présence Africaine”. Essere uno scaricatore di porto e al contempo leggere, andare a teatro, ascoltare Beethoven, è incredibile, no?

Nel 1960, il Senegal diventa indipendente. In quel momento sente il desiderio di rivolgersi ad un pubblico più numeroso utilizzando il cinema come intermediario. Sono tornato a Dakar e ho fatto il giro dell’Africa. Volevo conoscere il mio continente. Sono andato in lungo e in largo alla ricerca della gente, delle etnie, delle culture. Avevo quarant’anni e voglia di fare cinema. Volevo dare un’altra impressione dell’Africa. Siccome la nostra cultura è orale, volevo mostrare la realtà attraverso le maschere, le danze, la rappresentazione. La pubblicazione di un libro scritto in francese non tocca che una piccola minoranza, mentre con un film si può fare come Dziga Vertov, del “Kino Pravda”, il cinema permette di discutere con la gente, di far circolare delle idee. I critici migliori sono quelli del proprio popolo. Sono andato a trovare Georges Sadoul a Parigi, e André Bazin ha organizzato tutto per farmi andare a Mosca. Donkoskoï, che conoscevo per via dei libri di Gorki che aveva adattato, è stato il mio professore. Ho studiato anche con Guerassimov, un “aristocratico” che aveva delle responsabilità, un ambasciatore del cinema del suo paese. Come Bondartchouk. Tutti mi hanno insegnato che senza lavorare non si ottiene nulla. I migliori cineasti africani, sino ad oggi, si sono formati alla scuola di cinema di Mosca.

Durante le riprese del suo ultimo film, MOOLAADÉ, sul rifiuto dell’escissione, l’attrice malese che interpreta Collé Ardo, un personaggio che lotta contro questa pratica, non sembra del tutto convinta. Sono le contraddizione insite nell’essere umano. Lei stessa ha subito un’escissione. A Mali, non ci sono leggi contro l’escissione, contrariamente a quanto avviene in Senegal o nel Burkina. Ci ha raccontato che a Mali non si affronta mai questo tema in televisione. È per questo che andrò lì a presentare il mio film. Quando ho fatto FAAT KINÉ (1999), un film dedicato alle donne, ho organizzato dei dibattiti e pensavo che gli uomini mi avrebbero spaccato la faccia. Niente affatto. Questo cambiamento di comportamento, iniziato da alcune donne universitarie, è recente. Gli uomini non parlano della pratica dell’escissione. Gli africani sono molto pudici – anche se se ne vanno in giro nudi – per ciò che concerne il modo di guardare. L’impudicizia sta in ciò che sentono le orecchie. Quando Collé Ardo si rivolge agli uomini, gli fa capire che “è adesso o mai più”, non ci troviamo di fronte ad un’“incendiaria”. Lei subisce sino al momento in cui decide che le cose devono cambiare. Gli africani sono molto fatalisti: la donna che da il suo piccolo a colei la cui piccola è morta a causa dell’escissione, suggella qualcosa di molto profondo. In EMITAÏ (1971), mostravo come le donne dioula di Casamance fossero indipendenti. L’uomo coltiva la terra ma, al momento della raccolta, il riso appartiene alle donne. Rappresenta la loro rorza. Neppure l’esercito francese, durante la seconda guerra mondiale, non poteva niente contro di loro. Le conosco bene perché mia madre era dioula. Ha “rapito” mio padre, che era venuto da Dakar in cerca di fortuna e lo ha fatto restare a Casamance, dove sono nato. Non c’è altro che la vita di tutti i giorni nei miei film.

Le piace guardare come si modifica la vita giorno per giorno. In Africa, si vive giorno per giorno. Non esiste alcuna elaborazione. In questo momento le donne si stanno evolvendo verso una liberazione dalle vecchie costrizioni della società. I governi non propongono alcun progetto per la società, la gente si lascia sedurre dal liberalismo a oltranza, nel quale non c’è posto per la cultura. L’Africa imita la Francia e regredisce. È per questo che dico che dobbiamo guardare noi stessi. Abbiamo, come tutti i popoli del mondo, le nostre forze e le nostre qualità. Non dobbiamo farci tagliare fuori dal mondo. Dobbiamo rifiutare di vivere nell’autarchia, ma sapere ciò che è bene per noi e farlo.

Non è forse quello che fa quando decide di andare a girare a Burkina Faso, con dei tecnici del Burkina e degli attori di Mali o della Costa d’Avorio? Sono per l’unità, e volevo che tutta la regione partecipasse al film per dare uno stimolo ai giovani. Siamo immersi nella stessa cultura, dobbiamo unirci ma credo che gli africani non siano ancora maturi per questo sviluppo. Lottiamo l’uno contro l’altro. In più di quarant’anni di indipendenza in Senegal, abbiamo ucciso più africani di quanti ne siano morti dall’inizio della schiavitù. Mi domando perché della gente ruba i soldi del popolo per riciclarli nel traffico della droga, dei bambini? La mia società ha perso il lume della ragione? Sono tornato al villaggio del Burkina Faso per presentare il film – tutti gli abitanti vi hanno recitato e le donne erano contente che venisse sollevato il problema dell’escissione. Bisogna dire agli africani che i matrimoni con delle ragazzine così giovani sono al limite della pedofilia. Nel 2004, queste pratiche non creano ancora nessun problema in Africa!

Che succede con il presidente Wade e la censura? Non succede niente. È lui che decide tutto ma non può censurare i film perché non ce ne sono. Il mio film è senegalese ma non l’ha visto. Lo vedrà se pagherà il biglietto, ma il film non è ancora uscito. La distribuzione è molto limitata, perché faccio del cinema foraneo. Rivolgo delle domande e il pubblico risponde. Parlo in tutte le piccole radio dei villaggi. Questo fa muovere le popolazioni. In Africa, non si fa cinema per vivere ma per comunicare. Per militare.

Dichiarazioni raccolte da Michèle Le vieux - L’humanité – Edizione del 15 maggio 2004

Moolaadé di Sembene Ousmane

Discussione 2

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GA
giovanna angeli · 19 anni fa #
Una recente Legge Italiana proibisce la pratica delle mutilazioni ai genitali femminili. Non riesco a trovare nei negozi specializzati il DVD "Moolaadé". Mi potete dare qualche indicazione?
Grazie, cordiali saluti
GA
giovanna angeli · 19 anni fa #
Il documentario è bellissimo: splendidi i costumi e molto bravi gli interpreti. Considerati i temi trattati, non solo quello delle mutilazioni agli organi femminili, ma anche uno strano tipo di giustizia (mi riferisco all'assassionio di Mercenario), andrebbe diffuso e commentato in quante più scuole possibili.
Ma è possibile che in Africa le cose siano ancora così?
Certamente è una buona pubblicità anche per la radio: tramite il suo ascolto le donne prendono consapevolezza dei loro diritti.
Ne raccomando la visione soprattutto alle insegnanti.