Quale giustizia? La parola a Camilleri, Caselli e De Cataldo

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Giovedì 3 Dicembre 2009. Ore 18. Al Caffè Fandango, una delle cornici più raffinate e allo stesso tempo popolari del contesto romano, Livio Pepino coordina gli interventi di Andrea Camilleri, Gian Carlo Caselli e Giancarlo De Cataldo in un interessante momento di riflessione sul tema della giustizia in Italia. Nell’occasione è stata presentata ageMda 2010 (realizzata con la collaborazione di Altan, G. Battarino, C. Bianco, G. Carofiglio, A. Camilleri, F. Cascini, G. De Cataldo, Chiappori, D. De Silva, Elle Kappa, G. Ganassi, V. Giglio, S. Mannuzzu, L. Marini, G. Paris, N. Quatrano, S. Sottani, Staino, G. Viglietta, Ch. Von Borries).
De Cataldo Caselli Camilleri
Le parole di Livio Pepino introducono l’evento e presentano AgeMda 2010 (lì dove Md sta per “Magistratura democratica) ormai giunta al suo sesto anno di vita. L’occasione si presenta come, citando Pepino, “un tentativo di dialogare su temi come quello della giustizia in modi diversi da quelli consueti.

Ogni anno AgeMda sceglie un modo diverso di affrontare la questione muovendosi a partire da una caratteristica particolare.” In questo caso il tema è affrontato attraverso gli scritti di tredici magistrati e due avvocati che hanno deciso di portare la loro testimonianza attraversi il racconto di una loro esperienza particolarmente significativa.
Andrea Camilleri appare lucido, deciso, disinvolto, mentre legge i suoi appunti, pure non negando il peso dei suoi ottantaquattro anni. “Non parlerò a braccia, come dice un celebre uomo politico, a 84 anni si ha anche il diritto di vagare con la mente”. In realtà lo scrittore non è mai tentennante né insicuro. La sua voce, al contrario, tradisce una ardente passione per gli argomenti trattati. Camilleri si è soffermato, seppure brevemente, su ognuno dei quindici racconti dell’AgeMda 2010, spostandosi tra temi intricati, come quello del rapporto tra giustizia e mafia o dell’importanza di ricordare che i giudici e i magistrati, come tutti, non posso che legare il loro ruolo istituzionale alla propria individualità. Sbaglia chi li considera solo automi programmati per eseguire. Può capitare, dunque, come nel racconto di V. Giglio, che un giudice gay si innamori di un extracomunitario. Può accadere a un avvocato, in questo caso nel racconto di G. Paris, di pentirsi della scelta del proprio mestiere dinanzi all’ingiustizia paradossalmente intrinseca alla propria posizione. Oltre a ciò, l’AgeMda 2010, attraverso le varie esperienze riportate, risulta un pretesto per parlare di rivolta alla mafia, della posizione degli immigrati e del lavoro di quei magistrati e giudici che, al contrario della communis opinio, lavorano davvero e, come spesso accade, devono affrontare e superare dubbi personali e crepe del sistema per adempiere ai propri doveri.
Camilleri si è successivamente soffermato, con amara ironia, sul titolo dell’AgeMda, ovvero “Quale giustizia?”. Nell’agenda si parla di una “giustizia sognata, ci sono i desideri di giustizia dei magistrati”. Ma, la situazione attuale, afferma Camilleri, è ben diversa: “Mai la giustizia è stata messa a così dura prova. Ho 84 anni e mai ricordo un simile attacco concentrico. Prima erano altre le persone che attaccavano la giustizia, si chiamavano Riina e Provenzano”.
Ciò che emerge è che “la legge non è uguale per tutti e alla propria coscienza diventa necessario, in molti casi, anteporre le ragioni della politica”. Sono in corso numerosi attacchi alla giustizia, “stravolgimenti che beffardamente chiamano Riforma”. La conclusione è che alla questione posta dall’agenda spesso scaturisce la rassegnazione a una progressiva assenza di giustizia. Nel momento in cui questo accadrà, e tutti ci arrenderemo passivamente, non avremo solo la sconfitta della giustizia, “ma dell’intera democrazia italiana”.
una vignetta di ElleKappa
La parola è poi passata a Giancarlo Caselli, che, dopo aver reso omaggio alle introduzioni all’AgeMda di Paris e Camilleri si è soffermato sulla situazione attuale della giustizia. “Rita Sanlorenzo descrive bene il sovvertimento della scala dei valori attuale. Ciò deriva dal restringimento degli spazi di confronto. Si sviluppa sempre più una propaganda che non ha intenzione di essere corretta e si sviluppa tramite un’informazione ingannevole.” Caselli ha inoltre parlato della nuova idea di riforma di giustizia che parla di processo breve. “L’uso dell’espressione processo breve è uno stratagemma degno di un buon pubblicitario, da un lato si sviluppa come propaganda e dall’altro applica la tecnica di Erode: fa strage di mille processi innocenti per salvarne due che stanno a cuore a qualcuno. Inoltre c’è il problema delle intercettazioni che verrebbero ridotte del 50% e ciò significa colpire metà dei criminali. Se penso all’opposizione, poi, non è che mi sento tanto bene.” Per Caselli, dunque, la situazione è critica, ma non è giunto il momento di arrendersi: “Il futuro non è un domani esterno a noi ma un avvento che ci corre incontro, l’AgeMda ci ricorda che i giochi non sono fatti e non ci deve essere spazio per la rassegnazione”.
Livio Pepino, in seguito, ha fatto notare come uno degli slogan maggiormente pubblicizzati, ovvero “la legge non si interpreta, si applica”, sia, in pratica, una “idiozia”. Il giudice e il magistrato non possono che interpretare la legge, se così non fosse, per Pepino, si sconfinerebbe nell’assurdo.

Giancarlo De Cataldo, continuando il discorso di Pepino, ha fatto notare come, in Italia in particolar modo, domina una sorta di “retorica del magistrato”. Il magistrato e il giudice vengono visti come “un puntello del potere” e non come figure istituzionali che prestano un servizio comune. Si vede la giustizia come “supplizio per i miserabili e rispetto per i potenti”. Questo tema ha una profonda risonanza all’interno di svariate classi sociali ma, inevitabilmente, nei confronti di giudici e magistrati, domina una sorta di antipatia/odio legata al sentimento che si ha contro il potere. Oltre a ciò, al contrario di cinquant’anni fa, si finisce per vedere la magistratura come qualcosa a supporto della sinistra, sempre e comunque. De Cataldo, però, sostiene che, al contrario, “le parole più critiche della magistratura, in questi anni, si sono levate contro il centrosinistra, sia per delusione che per la sovrapponibilità delle sue posizioni all’altra parte politica” .
De Cataldo evidenzia successivamente, con rammarico, come il parere del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha “anche la funzione di esprimere le proprie idee sull’operato del Governo” viene sempre di più indicato come un’intromissione, limitando gli spazi di confronto e eliminando la possibilità del cittadino di dire quello che pensa.

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