Libano, agosto 2006, primo giorno di cessate il fuoco dopo oltre un mese di bombardamenti ininterrotti da parte degli israeliani. Una donna, Zeina, cerca il figlio tra le macerie della guerra. Ad aiutarla un avido tassista, Tony. La trama è tutta qui, eppure non c’è un secondo sprecato su 98 minuti. Philippe Aractingi – libanese costretto a vivere in Francia – massimizza la sua esperienza come autore di reportage al servizio di un film che rimanda idealmente al neorealismo italiano – ed è lo stesso regista a dichiarare il suo debito con la nostra cinematografia nazionale. Gira con solo quattro attori professionisti, due dei quali in ruoli secondari, e lo fa immediatamente dopo i bombardamenti, coinvolgendo in altri ruoli persone che realmente hanno vissuto la tragedia di quei trentatré giorni “sotto le bombe”. Ma ciò che maggiormente sorprende di questo film è la capacità di evitare ogni cannibalizzazione documentaristica, cliché narrativo o possibili derive di genere, troppo spesso presenti in operazioni simili. Parte del film è stata girata senza sceneggiatura al meglio del primo ciak: eppure il ritmo regge alla perfezione e la recitazione è intensa. L’uso della macchina a mano è evidente, anche in alcuni piccoli difetti come riflessi nei vetri o inquadrature imperfette: eppure l’immedesimazione nella storia è costante. È un film di guerra: ma non c’è alcuna concessione alla violenza o alla spettacolarizzazione. L’affetto per i due personaggi principali è tanto sincero e lo sguardo tanto lucido da riuscire anche nell’impresa più difficile, quella di evitare qualunque giustificazione, vuoi per gli israeliani che per gli hezbollah. È un film che si schiera unicamente dalla parte delle vittime, che si pone (e pone lo spettatore) al fianco di chi si è trovato improvvisamente nel mezzo di una situazione tanto assurda quanto tragica.
“La terra trema, ma non crolla”: è una battuta del vecchio personaggio di Abu Salem, che continua a vivere nella sua casetta e a cogliere fichi nonostante le bombe. E’ forse in questa frase che “Sotto le bombe” trova il proprio problematico senso: una continua incertezza che allo stesso tempo è anche speranza. Bravissimi gli attori protagonisti, Nada Abou Fahrat e Georges Khabbetz, veri divi nel mondo arabo. Presentato alle Giornate degli Autori alla 64. Mostra del Cinema di Venezia nel 2007. Una curiosità: le truppe – vere – della missione UNIFIL interpellate dalla protagonista sono in realtà italiane e non francesi.
All’anteprima era presente anche il regista, che ha risposto ampiamente alle domande poste dal pubblico al termine della proiezione.
D: “È un film coraggioso, che denuncia le ‘malefatte d’Israele’(sic)…” R: “In realtà è un film che non sta né dalla parte di Israele né tanto meno da quella degli Hezbollah. È un film unicamente a favore delle vittime”
D: “Quanta parte del mondo vedrà questo film?” R: “Spero nel passaparola! Finora ha girato diversi Festival. È comunque un film di cui non mi sento l’autore, ma uno strumento. È nato da solo e si esprime attraverso me.”
D: “Ci sono state difficoltà politiche da parte dell’autorità o nell’atteggiamento diffidente della gente che ha ripreso? Ha filmato tutto della guerra?” R: “Non sono partito con un’idea precisa. Sia la parte “documentaria” che la parte di finzione sono nate come un’esigenza, una vera e propria reazione a caldo ad una necessità. Per cui sono stati gli avvenimenti stessi a far nascere il film, non una mia idea. Proprio per questo credo che la spontaneità del film sia la sua forza. E infatti le persone prese dalla strada che recitano nel film, erano loro stesse a venire da noi. Ci vedevano girare e ci chiedevano se potevano raccontare le loro esperienze reali. Abbiamo girato lì per dieci giorni a partire da tre giorni dopo il cessate il fuoco! Abbiamo seguito costantemente gli eventi, dopodiché sono tornato in Francia per integrare il materiale con una sorta di trama narrativa di finzione. E ci sono volute solo cinque pagine per dare una struttura al film!”
D: “Ha usato immagini di repertorio?” R: “Per il 99% le immagini sono state girate da noi in quei dieci giorni. Solo una piccola parte è attinta da repertori di varie emittenti internazionali. Molti reporter in realtà erano lì per girare del materiale utile solo per fare la conta dei morti. Io invece ho voluto evitare questo – e infatti nel film non si vedono morti. È un problema di molto cinema di guerra. Spesso il regista che magari gira anche con intenti di denuncia si lascia affascinare dalla guerra e trasmette questa fascinazione nel film. Da parte mia c’era la necessità di non trattare la guerra con questa fascinazione, ma raccontare invece le condizioni di vita, le vicende di chi è innocente e si trova nel mezzo della guerra stessa. E c’era anche l’esigenza di difendermi dal mio odio, che cresceva sempre di più.
D: “Uscirà in Israele il film?” R: “Per ora è stato selezionato al Festival di Gerusalemme, e già questo è un successo. Ma non so se troverà mai una distribuzione…”
D: “Produttivamente come è stato realizzato?” R: “Per la necessità di girare molto materiale in poco tempo, abbiamo usato una videocamera digitale HDV. Ma sono stati i produttori ad avere coraggio, a credere in un progetto in pratica senza una sceneggiatura! E tra l’altro gran parte dei produttori sono ebrei! Questo a dimostrare l’urgenza che c’era di girare questo film. E quando c’è un’urgenza, le cose spesso diventano anche semplici…”
D: “Come si è trovato con i due attori protagonisti?” R: “Senza il loro consenso prima, non avrei potuto girare. Avevo bisogno di attori straordinari, pronti a girare anche con un solo ciak. Anche con le scene delle truppe ONU funzionava così, non solo con la gente presa per strada. L’attrice, Nada Abou Fahrat, aveva già lavorato con me nel mio precedente film “Bosta”, dunque mi conosceva ed era abituata al mio modo “psicopatico” di girare. Georges Khabbetz invece si è innervosito molto nei dieci giorni in cui abbiamo girato senza sceneggiatura. È un grande attore, è metodico, ci siamo trovati spesso a litigare. È andata meglio nella seconda parte, quella con la sceneggiatura. Per dare coerenza al suo personaggio, girava la stessa scena prima in maniera cattiva e poi più dolcemente. E riusciva nel mantenere queste due espressioni sempre costanti, per qualsiasi scena! Poi ero io che al montaggio decidevo quale tenere. Alla fine siamo diventati molto amici, sicuramente gireremo il prossimo film insieme.”
D: “Che effetto avrà questo film sulla gente?” R: “Da molto tempo oramai ho smesso di credere che il cinema possa cambiare le cose, come per esempio far cessare le guerre. Ma la testimonianza prima di quell’uomo nel pubblico (un libanese che non vede i suoi parenti da trent’anni che ringrazia il regista per il messaggio di pace del film, NdR) è già un effetto. O anche una donna che ho incontrato a Dubai. Mi ha raccontato di aver perso la nonna durante i bombardamenti – non le arrivarono in tempo le medicine – e si era ripromessa di non mettere mai più piede in Libano, di non avere niente a che fare con tutto ciò che era libanese. È stata convinta da alcuni amici a vedere il mio film. Ha pianto per tutto il tempo e ha preso la decisione di tornare in Libano per pregare sulla tomba di sua nonna. Dunque, sui singoli un film può ancora avere un qualche effetto. È per questo che vorrei far vedere “Sotto le bombe” a Gorge Bush…”
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