Con una puntata speciale da Haiti (in onda stasera sabato 13 febbraio 2010 alle ore 23.15 e in replica domenica 14 alle ore 9.15), realizzata da Mimmo Lombezzi, si conclude per questa stagione l’appuntamento con Storie di confine, i reportage prodotti da Videonews, realizzati in collaborazione con Retequattro e Mediafriends, che raccontano storie di dolore e di speranza in alcune delle realtà più degradate del mondo e i progetti di aiuto e sostegno alle popolazioni bisognose, sostenute e promosse dalla Onlus creata da Mediaset, Medusa e Mondadori. Al centro della puntata, introdotta dal direttore di Videonews Claudio Brachino, Haiti e il terremoto visto attraverso con gli occhi dei volontari e di chi lavora nelle Ong impegnate nei soccorsi e nella ricostruzione. Ad Haiti, per i 300mila feriti e i 4mila amputati del sisma, la lotta per la sopravvivenza continua. E’ una battaglia molto più difficile, in cui il dolore del corpo si sovrappone e a volte si confonde con quello dell’anima. All’Ospedale Saint Damien, Maria Vittoria Rava consola un bambino con un piede amputato che non smette di urlare, poi scopre che la causa del pianto non è l’amputazione del corpo, ma quella dell’anima: il bambino ha appena saputo di aver perso il padre. Nel centro di Port-au-Prince è come se la storia fosse tornata indietro di due secoli, al tempo in cui l'isola degli schiavi insorse contro i francesi. Per quelli che ancora oggi qualcuno chiama “negri”, la rivolta era una scelta obbligata. Deportati a milioni dalla Guinea, dal Togo e dal Benin, morivano di fatica, di frusta o bruciati vivi. Il prezzo della libertà fu la rovina del paese. Alla fine gli schiavi conquistarono la libertà, ma al prezzo di un’economia azzoppata per sempre. Se la causa del terremoto è stata naturale, dietro l’altissimo numero di vittime ci sono grandi responsabilità umane, quelle che hanno fatto di questo paese la terra più povera del mondo. Oggi, il collasso di uno stato che finiva al tramonto e controllava a stento le baraccopoli del porto, sta producendo una situazione di emergenza umanitaria che si era vista solo nel ‘48 con la fuga dei palestinesi o nel ‘91 con quella dei kurdi. Mezzo milione di senza tetto, si ammassano in centinaia di tendopoli che le prime piogge potrebbero spazzare via in pochi minuti A un mese dal terremoto, Port-au-Prince è una città di profughi, di recuperanti e di saccheggiatori.
Fiammetta Cappellini (Avsi) ci guida nella tendopoli istallata a “Citè Soleil”, il quartiere famoso per essere il covo delle gang del porto, mentre Gaya Francescato (Fondazione Rava), nella tendopoli dei Delmas 1°, è alle prese con un ragazzo di 22 anni semi-impazzito per lo shock del sisma. A un mese di distanza dal sisma, dalle macerie continuano ad emergere cadaveri. L’ultimo bilancio ne registra 212mila, ma uno stato raso al suolo che non riusciva a contare i vivi, difficilmente dà cifre esatte sui morti. L’unico che si occupava e continua ad occuparsi di dare sepoltura ai cadaveri, è Rick Freccette (Nuestros Pequeños Hermanos), un prete americano che ogni giovedì contratta in creolo con la mafia del cimitero un po’ di terra e poi, con un furgone, va alla morgue a raccogliere i morti abbandonati. Ad Haiti la tragedia annunciata è composta da tre elementi: poco cemento, molta sabbia e tanta malafede. Flavio Ambrogiani (Cesvi), mostra la friabilità del cemento dei pilastri abbattuti dal terremoto e i rischi che corre la baraccopoli di Nerette, costruita sul fango sotto edifici che potrebbero crollare alla prossima scossa, mentre Giovanni Maria Ferrazzi (Terre des Hommes), spiega come verranno ricostruite le scuole di Lilavoix, una periferia di Port-au-Prince dove non arriva nessun aiuto.
Ma non basta. Lo stress del terremoto e la fatica di vivere fra le macerie stanno moltiplicando i parti prematuri, producendo così una generazione di bimbi piccoli e fragili che sfidano ogni giorno le competenze e soprattutto le emozioni dei medici italiani venuti come volontari all’Ospedale Saint Damien, come quelli del Buzzi o del San Raffaele. E’ al Saint Damien che registriamo le scene più toccanti: una donna che piange il figlio prematuro, che malgrado le cure non ce l’ha fatta a sopravvivere, e una madre che canta per propiziare la nascita imminente della sua bambina. Ma il terremoto ha saldato in modo ancora più forte le vicende pubbliche di Haiti e le biografie private di chi già anni prima aveva adottato questo paese come seconda patria: Maria Vittoria, ad Haiti, ha placato il dolore della perdita di una sorella proseguendo il suo lavoro di volontaria e costruendo l’unico ospedale che oggi funzioni a Port-au-Prince; Fiammetta, che il pubblico ricorda in lacrime mentre manda in Italia il figlio dopo essere sopravvissuta al sisma, ad Haiti ha trovato un lavoro e l’uomo della sua vita…
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