The Millionaire, amaro esordio per il film girato a Mumbai

CinemaLucky Red

Strano destino quello che è toccato al film di Danny Boyle. L’uscita in Italia del suo “The Millionaire”, girato interamente a Mumbai, esce praticamente in concomitanza con gli attentati terroristici ivi avvenuti in questi giorni. O più che strano, amaro: alla fine ciò che Boyle racconta è una favola, sceneggiata da Simon Beaufoy e tratta da un racconto di Vikram Swarup intitolato “Q&A – Dodici domande”. La trama è un intreccio di passato e presente.
Danny Boyle
Jamal, diciottenne chai wallah (ragazzo del thè) proveniente dagli slum di Mumbai (ex Bombay), è interrogato dalla polizia locale. È giunto alla domanda finale del famoso quiz televisivo “Chi vuol essere milionario?” e su di lui grava il sospetto di truffa: come può un ragazzo cresciuto nei quartieri più poveri di Mumbai rispondere a domande alle quali neanche avvocati e professori riescono a dare risposte? Semplicemente perché nella sua breve ma movimentatissima vita, Jamal ne ha davvero viste di tutte i colori, tra una fuga da sfruttatori di bambini e la ricerca dell’amata Latika…

La struttura di “The Millionaire” interseca tre filoni narrativi principali: il presente ovverosia l’interrogatorio; il passato prossimo rappresentato dal quiz e il passato remoto con la storia di Jamal, suo fratello Samil e Latika. I tre momenti si intrecciano per conseguire quello che è il sogno di Jamal, riuscire a conquistare il suo amore. Una fiaba vera e propria insomma, insomma. Una fiaba bollywoodiana (con tanto di balletto finale) diretta da un regista inglese. Detto così, si potrebbe pensare a un pasticciaccio improbabile e assurdo.

E invece no: il film non annoia per nessuno dei suoi centoventi minuti, innanzitutto. Non ha alcun attore occidentale (se non un paio di turisti di passaggio) e descrive alla perfezione una Mumbai in cui convivono grattacieli e baraccopoli. D’altro canto, la mimesis con i film del paese di Gandhi non cancella quello che è lo stile di Boyle: ritmo serrato con montaggio frenetico; concessioni al videoclip soprattutto nelle inquadrature e in alcuni effetti visivi; sequenze musicali per quasi metà film. La varietà di flashback aiuta a impostare ogni volta una microstoria di genere diverso. La sequenza in cui il piccolo Jamal per raggiungere il divo Abithab Banchchan si deve tuffare nello fossa degli escrementi del bagno pubblico è esilarante ed epocale, mentre quella dell’accecamento del bambino è agghiacciante. E poi c’è il musical (il balletto finale appunto), il melodramma, il gangster movie… Se tuttavia questa ricchezza stilistica, sia in fase di scrittura che di regia, conferma la mano di Boyle e il suo interesse per i generi (gli ultimi suoi film sono stati l’horror “28 giorni dopo”, la commedia “Millions” e lo sci-fi “Sunshine”), “The Millionaire” o lo si odia o lo si ama. A prima vista. Danny Boyle e lo scenggiatore Simon Beaufoy decidono che se fiaba deve essere, allora lo sarà fino in fondo. Per cui dal primo all’ultimo minuto si susseguono un’inverosimiglianza dietro l’altra da rasentare l’irritazione pura per lo spettatore smaliziato, mentre il sognatore,spassionato va in brodo di giuggiole. Certo, come già detto, tutte queste “casualità” che aiutano Jamal alla domanda da venti milioni di rupie (316.000,00 euro), nonché la fortuna, tutto è organizzato con mestiere e sapienza; l’alternarsi di sfighe astronomiche che poi si rivelano funzionali per la missione del protagonista sono sicuramente un messaggio positivo e un segno di speranza, ma davvero alla fine cascano le braccia (può un poveraccio non accontentarsi di una decina di migliaia di rupie?).Peccato. Attori tutti in parte, ma davvero straordinari i bambini che interpretano Jamal, Malik e Latika, piccoli non attori reali abitanti degli slum della martoriata metropoli indiana.

“Mi scuso per il mio italiano inesistente e vi ringrazio per Fabio Capello”: con queste parole emblematiche si presenta alla conferenza stampa Danny Boyle, cinquantaduenne inglese di Manchester, presenza imponente ma sobrietà e umorismo very british.

D: Come hai girato questo film così atipico?
R: Non avevo letto il libro ma solo la sceneggiatura. Quando me l’hanno spedita presentandomela come “un film su ‘Chi vuol essere milionario?’” dissi che non l’avrei mai fatto. Poi ho cominciato a leggere lo script di Simon Beaufoy e dopo dieci pagine ho deciso di accettare, con entusiasmo. Negli USA è stato accolto benissimo (è uscito con 10 copie il 12 novembre ed ha incassato 35000 dollari in un weekend, NdR). È piaciuto evidentemente molto l’aspetto del sogno: Jamal non vuole vincere per i soldi ma per rivedere Latika., la ragazza che ama. Si parla di varie candidature all’Oscar, forse in effetti quella sera saremo in teatro, nelle ultime file a salutare e dire “ci siamo anche noi”…

D: Il fatto di essere girato in India dimostra l’interesse del cinema occidentale per Bollywood (denominazione classica delle produzioni maggiori indiane, generalmente girate a Bombay/Mumbai, NdR)?
R: Hollywood guarda molto a Bollywood. Spielberg vuole girare in India, la Disney ha terminato un film d’animazione girato in hindi, Will Smith ha già fatto due sopralluoghi in India. Bollywood poi ama le grandi star.

D: Qual è il tuo rapporto con Mumbai, sopratutto ora che ci sono stati questi tragici avvenimenti?
R: Sono davvero rattristato per ciò che è successo, ho comunque sentito la gente che ha lavorato nel film, per fortuna loro e le loro famiglie stanno bene. Ed è strano comunque, perché Mumbai è una metropoli calma, nonostante tutto. Victoria Terminus, dove si rivedono Jamal e Latika, è il centro della città e il cuore dell’India intera. Mumbai è una città estrema, convivono sfarzo e povertà, amore forte e violenza cieca.

D: Perché Abithab Banchchan si vede per così poco? Problemi di budget e diritti?
R: I prezzi in India calano e aumentano da un giorno all’altro, quindi non è stato quello… Abbiamo preferito lasciare la sua immagine così come era nei suoi film di successo degli anni Settanta e Ottanta. Non tutti conoscono Abithab Banchchan in occidente ma in India è un mito, un vero e proprio mix di De Niro e Pacino. È il vero emblema di Bollywood, le folle lo adorano e lo fermano in mezzo alla strada. Quando è stato male, la gente pregava addirittura di morire al posto suo. E nella sequenza in cui Jamal cade negli escrementi ho voluto proprio unire altri due estremi: l’infimo e il massimo, cioè appunto Abithab.

D: Salti da un genere all’altro. C’è un filo rosso che unisce i tuoi film o è solo una nobile schizofrenia?
R: Io penso che i film migliori siano sempre le opere prime. Farei un festival delle opere prime. I Cohen non hanno mai più fatto un film come “Blood Simple”, il miglior film di Steven Soderbergh rimane “Sesso, bugie e videotape”. Fare ogni volta un film di genere diverso è come girare ogni volta un’opera prima. Sei più fresco all’esordio, poi puoi migliorare tecnicamente, d’accordo, ma non c’è quella spontaneità. Per questo consiglio il film “Lasciami entrare” (di Tomas Alfredson, NdR)

D: Nelle domande del quiz vuoi mostrare comunque i due diversi mondi, tra occidente e India?
R: Mah, non necessariamente. Quella del cricket la sapevo anche io (ride) comunque ovviamente alcune domande sono molto caratteristiche.

D: L’India come ha cambiato la tua vita?
R: Gli hippie dicevano che l’India ti cambia, e io ero convinto del contrario ma perché sono sempre stato un punk, quindi dovevo essere per forza contrario a ciò che dicevano gli hippie. Invece avevano ragione. L’India è un luogo di contraddizioni e ricchezza. Non bisogna cercare le risposte ma aprirsi a queste contraddizioni, come gli slum che convivono con i palazzi. Sembro un vecchio hippie nostalgico, ma è così. Anche il lavoro del regista è per forza di cose diverso. Non puoi avere il controllo di tutto. Devi lasciare che le cose vengano da sé. In India poi tutti vogliono fare gli attori…

D: I tre bambini sono stati presi dagli slum, vero?
R: La sceneggiatura era tutta in inglese ma i bambini non lo parlavano minimamente. A Mumbai si parla molto inglese, ma i più giovani in realtà parlano o solo hindi o “hinglish”, un curioso mix. Per cui la prima parte è stata girata in hindi. I bambini però avevano visto davvero tanti film, per cui non hanno avuto difficoltà a recitare. Quando abbiamo detto hai produttori che non giravamo la prima parte in inglese, credevano che fossi diventato un hippie e che volevo fare un film lunghissimo, con poche battute in hindi e diverso da quanto previsto… si stavano disperando!

D: Hai parlato spesso di un sequel di “Trainspotting”. La scena in qui Jamal cade nella fossa della latrina è una specie di strizzatina d’occhio?
R: In effetti mi hanno detto in molti che la ricorda… ma è una caratteristica del cinema inglese. In ogni film girato in Gran Bretagna o da un inglese c’è sempre una scena nella toilette… In questo ce ne sono addirittura tre!

D: Quali sono i tuoi modelli? La storia ricorda un po’ “Sciuscià” di De Sica…
R: Tra le ispirazioni ci sono quelli che io chiamo “i soliti sospetti”: De Sica, Fellini, Visconti… Ma questo sempre, per ogni film!

D: Hai curato molto la parte musicale, come tuo solito.
R: A.R. Rahman in India è un mito. È tra i venti musicisti più venduti al mondo, come i Rolling Stones, i Beatles. In India se lo trovi in mezzo alla strada si ferma il traffico, anche a Londra lo riconoscono e lui molto umilmente saluta chi lo punta col dito quando passeggia. Per quel che riguarda la colonna sonora, mi ha proposto di mixare un po’ di generi, conservando comunque un’identità indiana, e infatti c’è molto sitar. Una cosa è sicura: è meglio come musicista che come critico cinematografico. Quando ha visto il film ultimato, mi ha detto che gli ricorda “Le ali della libertà”. Io gli ho chiesto se non intendesse “I soliti sospetti”, ma lui era convinto… forse qualcuno di voi mi può aiutare a capire in cosa si somigliano questi due film così so cosa rispondergli…

D: Hai subito le influenze del melodramma indiano?
R: Per forza di cose, sono stato influenzato. Ma mentre per me questo è il massimo del melodrammatico, in India è diverso. Anil Kapoor, che interpreta il presentatore, è anche produttore oltre che attore, e mi diceva sempre che il pubblico indiano avrebbe lamentato il livello non elevato di sentimentalismo del film!

D: Chi è la coregista?
R: In realtà è la direttrice del casting. Mi ha aiutato non solo come interprete ma anche nella direzione perché stava con me quotidianamente e mi aiutava a capire anche quali gesti non fare, come comportarmi con gente non della mia cultura. Comunque anche il primo assistente alla regia e il fonico sono stati molto più importanti di quello che si potrebbe pensare. Senza di loro il film non sarebbe riuscito.

D: Hai girato qualche anno fa “Millions”, sempre una storia di due fratelli alle prese con tanti soldi. È una tua fissa?
R: Beh, io ho un gemello, anche se in realtà è una donna, per cui non ho fratelli. Ma comunque, come diceva Godard, basta una donna e una pistola per avere un buon film. Noi le pistole non le vogliamo, per cui per me bastano una donna e un sacco di soldi…

Come poteva salutarci Danny Boyle se non ringraziando ancora una volta noi italiani per Fabio Capello?

Titolo originale: Slumdog Millionaire, Inghilterra 2008 Regia: Danny Boyle, Loveleen Tandan Soggetto dal romanzo “Q&A – Dodici domande” di Vikas Swarup Sceneggiatura: Simon Beaufoy Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle Scenografia: Michelle Day Montaggio: Chris Dickens Musica: A.R. Ramhan Suono: Glenn Freemantle Costumi: Suttirat Anne Larlab Produzione esecutiva: Tessa Ross, Paul Smith Produzione: Christian Colson per Celador durata: 120 minuti cast: Dev Patel (Jamal), Anil Kapoor (Prem Kumar, il presentatore) Saurabh Shukla (sergente Shrinival), Freida Pinta (Latika), Irrfan Khan (Ispettore), Madhur Mittal (Salim), Azharuddin Mohammed Ismail (Salim a 7 anni), Ayush Mahesh Khedekae (Jamal a 7 anni), Rubiana Ali (Latika a 7 anni). Distribuzione: Lucky Red.

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