Welcome, parla il regista: ‘Non un film politico ma un caso di coscienza civile’

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All’anteprima del film ‘Welcome’ è seguita la conferenza stampa alla Casa del Cinema di Roma. Erano presenti il regista Philippe Loiret e Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in Italia. La presenza in sala della Boldrini è motivata dalla donazione che la “Teodora film”, distributore in Italia della pellicola, ha elargito all’ONU, proprio a sostegno dei rifugiati iracheni ed afghani. Nel corso della conferenza stampa ci si è quindi soffermati sul contesto sociale e politico che si descrive nella pellicola, lasciando poco spazio al dibattito critico e propriamente narrativo del film. Si parte infatti proprio dalla polemiche, nate in Francia intorno all’uscita del film, tra il Ministro dell’Immigrazione e il regista.
Philippe Lioret
Nelle sale francesi la pellicola ha ottenuto un buon incasso (10 milioni di euro) ma ha sollevato non pochi dibattiti e polemiche, soprattutto con il Ministro dell’Immigrazione, com’è finita la querelle? (Lioret in un’intervista rilasciata poco prima dell’uscita del film ha dichiarato: Quello che accade oggi a Calais mi ricorda ciò che è accaduto in Francia durante l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino, infatti, è come aver nascosto un ebreo nel ’43, vuol dire rischiare il carcere.

Subito è arrivata la replica del Ministro che ha affermato che definiva inaccettabile il paragone. In una lettera a Le Monde, Lioret ha poi replicato che non voleva paragonare le persecuzioni degli immigrati di Calais con la Shoah ma semplicemente sottolineare i rispettivi meccanismi repressivi che stranamente si somigliano). Il regista afferma come risposta che lui non si occupa di politica ma è un cineasta, la storia che ha raccontato è nata dalla sua coscienza di cittadino e non come un atto politico, il film in fondo racconta due storie d’amore che si scontrano con l’ordine assurdo delle cose. Lioret conclude dicendo che il film è però servito a far muovere la sinistra francese verso la proposta di eliminare quel particolare articolo della legge sull’immigrazione, quello che appunto punisce chi solidarizza con gli immigrati.

D:Come definirebbe lei il film: due storie d’amore che non raggiungono l’amore?
R (Lioret): Sicuramente l’argomento centrale è l’incontro tra un uomo di cinquant’anni ed un ragazzo di diciassette, questi due individui sono entrambi alla ricerca dell’amore e cercano di capire se si ama per se stessi o per l’altro.
Il film invita ad una riflessione sulla Francia ridotta a un collaborazionismo che parte dal condominiale sino ad arrivare al generale, c’è una tensione a livello sociale, tuttavia è un film a più strati, qual è la funzione specifica, il suo messaggio.
Un film non deve assolvere alcuna funzione, né veicolare un messaggio ma nutro qualche perplessità su cosa il pubblico abbia percepito e come abbia risposto alla riflessione che il film induce. Organizzando proiezioni e dibattiti con il pubblico, mi sono accorto di come lo spettatore fosse solidale con le vicende dei personaggi e i temi della pellicola, ma sono anche sicuro che la metà di quelle persone ha votato il governo che promulga leggi simili, il film non è nato come un film politico ma di coscienza civile.

D: Un film di questo genere può avere una funzione benefica anche in Italia?
R: (Boldrini) La pellicola possiede un formidabile senso di sensibilizzazione, non c’è fiction ma realtà, ha un linguaggio semplice, che ben ci aiuta a comprendere la condizione dei minori migranti. Questi ragazzi intraprendono un viaggio dall’Iraq, dall’Afghanistan e che li porta ad attraversare tutta l’Europa in cerca di futuro e serenità. Molto spesso come prima tappa del loro percorso i migranti toccano la Grecia, qui esisteva (ora è stato chiuso) il centro di Pagani, sull’isola di Lesbos, dove gli immigrati, anche bambini di otto-dieci anni, venivano tenuti in condizioni disumane. Questo film non deve essere bollato come un film pesante e ringrazia il regista per averlo realizzato.

D: La situazione francese è peggiore di quella italiana, può fare un confronto tra i due Stati?
R(B): In base alla legge italiana, un ragazzo come Bilal, essendo minore non potrebbe essere espulso, tuttavia anche in Italia esiste il reato di clandestinità, e i cittadini italiani non possono affittare alloggi ai clandestini, in Italia però si rischia solo un’ammenda e non la detenzione. In Europa chi non è regolare è bollato come pericoloso, bisognerebbe comprendere che gli irregolari non sono pericolosi ma sfortunati perché molto spesso fuggono dalla fame, dalla guerra e dalla povertà . La Convenzione di Ginevra del 1951 impone di non criminalizzare chi chiede asilo perché perseguitato o perché fugge da un paese in guerra. Prendendo come esempio il caso di Bilal, è chiaro perché gli immigrati non chiedono asilo nel primo paese in cui entrano, come prescrive la legge: per loro questi sono solo paesi di transizione, i clandestini richiederanno asilo solo nello Stato in cui avranno più possibilità di vedersi riconosciuto uno status di regolarità. Così facendo tuttavia continuano il loro percorso di irregolarità.
una scena del film
La seconda domanda rivolta a Laura Boldrini viene interrotta dal regista Philippe Loiret che vuole chiarire cosa spinge gli immigrati ad andare in Inghilterra, il regista rintraccia tre motivi: il primo è la lingua, parlata come si evince dal film, un po’ da tutti gli immigrati, il secondo è il lavoro nero e il terzo è la rete di accoglienza di parenti e amici che già vivono sul territorio.
Si insiste poi se le leggi sull’immigrazione siano più pesanti in Francia o in Italia e il regista risponde che le associazioni di volontariato in Francia sono ben regolamentate ma che se si esce da questo quadro si è perseguibili, Lioret fa notare che esiste una circolare europea che disconosce il reato di solidarietà e sconfessa la legge francese ma che questa circolare non viene comunque rispettata perché vige la sovranità dello Stato, il regista quindi si domanda come si possa giungere ad un Europa unita e solidale con questa politica.

D: Calais è un posto nevralgico, quanto tempo e che difficoltà ha incontrato durante le riprese, ed inoltre è deluso di aver partecipato al Festival di Berlino non da concorrente (sezione Panorama)?
R (L): Per me i Festival hanno una sola funzione, quella di fare in modo che i distributori vedano i film e poi li comprino. Nel panorama cinematografico attuale sia difficile uscire fuori dai confini nazionali, il pubblico ormai vede solo film americani e della nazionalità di appartenenza, è difficile che un italiano vada a vedere un film francese e viceversa, negli anni Sessanta invece era diverso, il Festival è una buona possibilità per avere una maggiore distribuzione. Non ho avuto grosse difficoltà durante le riprese anche grazie all’aiuto del produttore esecutivo, che ha subito stretto amicizia con il sottoprefetto di Calais, invitandolo spesso sul set. Le riprese si sono svolte in undici settimane.

Ultima curiosità che fa luce sull’importanza e la difficoltà della distribuzione delle pellicole, ce la fornisce un responsabile della Teodora Film che spiega come in Italia, ad esempio in Emilia, un film prima che venga distribuito nelle sale di provincia, debba aver ottenuto un buon incasso a Bologna.

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