Un tributo alla vita e all’opera di una pioniera dimenticata. “Elvira Notari. Oltre il silenzio” è il documentario che Sky Arte propone in prima visione venerdì 13 febbraio alle 21.15, disponibile anche in streaming su NOW e on demand, per raccontare il percorso umano e artistico della prima regista italiana, capace di aprire la strada al cinema fatto dalle donne e di offrire una rappresentazione autentica e coraggiosa del Sud Italia dei primi del Novecento.
Diretto da Valerio Ciriaci e prodotto da Antonella Di Nocera, il film è una coproduzione Parallelo 41 Produzioni, Awen Films e Luce Cinecittà, già presentato in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Classici e Documentari per il Cinema, e inserito nella shortlist per il Miglior Documentario ai David di Donatello 2026.
Attraverso materiali d’archivio, interviste e testimonianze contemporanee, il documentario ripercorre la parabola di Elvira Notari — nata a Salerno come Elvira Coda e trasferitasi giovanissima a Napoli — che all’alba del XX secolo fondò insieme al marito Nicola Notari la casa di produzione Dora Film. In un’epoca in cui il cinematografo era ancora un esperimento, Notari ebbe il coraggio di trasformarlo in una vera impresa familiare e indipendente: Nicola era l’operatore, il figlio Edoardo attore, amici e parenti completavano troupe e cast.
La regista costruì un linguaggio personale, mescolando folklore napoletano, dramma e realismo. Le sue opere, ispirate spesso a testi di canzoni popolari, raccontavano vite segnate da passioni, gelosie e destini tragici, intrecciando la miseria e la vitalità dei vicoli di Napoli. Questo sguardo diretto e veritiero sulle classi popolari anticipò quel cinema di realtà che, decenni dopo, sarebbe stato definito neorealismo.
Importante anche la rappresentazione femminile: le protagoniste dei film di Elvira Notari sono donne moderne, sensuali e ribelli, lontane dagli stereotipi di vittime o fatali, capaci invece di affermare la propria identità in una società ancora profondamente patriarcale.
Negli anni Venti, la regista dovette però affrontare la censura fascista, che impose un’estetica nazionale ed eliminò le rappresentazioni di regionalismi e miseria urbana. La Dora Film cercò allora nuovi spazi di libertà all’estero, distribuendo i suoi film tra le comunità di emigrati nelle Little Italy statunitensi. Qui il suo cinema trovò nuova linfa: accanto alle fiction, nacquero documentari brevi dedicati alla vita nei paesi del Sud Italia, pensati per rafforzare il legame culturale tra gli italiani d’oltreoceano e la loro terra d’origine.
Il ritiro di Elvira a Cava de’ Tirreni nel 1930 segnò la fine della sua carriera cinematografica. Le ragioni restano in parte oscure: secondo alcuni documenti di recente scoperta, nella sua vita familiare si nascondeva anche un dolore personale, una terza figlia, Maria, affidata a un orfanotrofio. Forse questa scelta, fatta per preservare l’azienda, contribuì al suo esilio interiore. Morì nel 1946, lontana dai riflettori che un tempo aveva conquistato.
Solo negli anni Settanta un gruppo di studiosi — Vittorio Martinelli, Mario Franco, Giuliana Bruno — riportò alla luce il suo nome e la sua opera, restituendo dignità storica al cinema muto napoletano, per troppo tempo considerato minore rispetto alle produzioni del Nord.
Oggi, la sua figura è oggetto di una nuova rilettura da parte di artiste contemporanee. La giornalista Flavia Amabile, con il romanzo biografico “Elvira”, ne indaga la dimensione privata e il difficile equilibrio tra maternità, regia e imprenditoria. La fotografa Cristina Vatielli, insieme all’attrice Teresa Saponangelo, ne rievoca la presenza nei vicoli di Napoli, mentre Francesca Consonni trasforma alcuni fotogrammi dei suoi film in un laboratorio di ricamo collettivo, in cui la memoria si fa gesto.
“Elvira Notari. Oltre il silenzio” è, dunque, più di un documentario: è un atto di riscoperta, un invito a guardare alla storia del cinema italiano da una prospettiva femminile e indipendente. Attraverso le immagini sopravvissute — tre lungometraggi, due documentari brevi e pochi frammenti — rivive non solo l’arte di una pioniera, ma la testimonianza di un percorso di libertà creativa che, anche dopo decenni di silenzio, continua a ispirare.